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Pulizie di primavera


La camera da pranzo della casa dei fratelli Collyer, a New York, come venne trovata dalla polizia nel 1947.



Il primo di aprile è passato, ma la notizia che più si avvicina ad un pesce d'aprile è di tre giorni fa.

Riguarda un pensionato del Tuscolano (ampio quartiere a Sud-Est di Roma) che ha riempito di ogni genere di spazzatura la sua casa, di cui è comproprietario, e anche le sue due macchine. La polizia municipale si è trovata di fronte a tre tonnellate di rifiuti che occupavano ogni angolo della casa. Non c'era corrente elettrica, e le Forze dell'Ordine hanno dovuto strisciare al buio sopra e sotto cumuli di cianfrusaglie. E'stato stimato che ci vorranno almeno cinque giorni soltanto per portare tutti i rifiuti fuori dalla casa.

Il grave disturbo di cui soffre il pensionato è la disposofobia, ossia l'imprescindibile impulso ad accumulare oggetti di ogni tipo - anche se non servono - fno al punto da non potersi più muovere dentro casa. In inglese viene chiamata anche hoarding disorder (lett. "Sindrome dell'accumulo"). Questo disturbo può sembrare suggestivo, ma nella realtà dei fatti è un vero inferno per i parenti e i vicini di casa della persona accumulatrice (una testimonianza in questo blog); a New York è diventata leggenda la tragedia dei due fratelli Homer e Langley Collyer, rampolli di una famiglia benestante della New York d'inizio '900: alla morte dei genitori, i due fratelli si chiusero sempre di più nella casa di famiglia riempiendola di qualunque cosa riuscissero a trovare in giro, tanto che nel 1947 trovarono alla fine il cadavere smangiucchiato dai topi di Langley sotto una catasta di oggetti (Homer, l'altro fratello, paralizzato e cieco, era morto diversi giorni prima di fame). Il grande scrittore americano E. L. Doctorow ne ha tratto spunto per un romanzo, Homer & Langley, ispirato alla vita dei due fratelli newyorkesi. A ben ragione: c'è infatti qualcosa in questa malattia di sinistramente affascinante, forse perchè uno dei pilastri dell'umanità è proprio quello di accatastare tutti gli oggetti che possano avere un qualche significato per il nostro vissuto (dalle statuine nelle tombe egizie che simboleggiavano la vita quotidiana al ruolo che hanno i musei nella cultura moderna). Senza scomodare la Terra Desolata di T.S. Eliot (Con questi frammenti ho puntellato le mie rovine), se un centinaio di oggetti su cui inciampiamo in casa ci fa vivere meglio, perché non un migliaio? Ricordo che in un reparto Medicina dell'ospedale Umberto I -dove tanti anni fa fu ricoverata mia nonna - c'era una vecchietta che tutti chiamavano "ragnetto", perché camminava a gambe larghe (pare che la sua deformità fosse dovuta ad un avvelenamento da candeggina ingerita da giovane). Questa paziente aveva una particolarità: conservava tutte le mozzarelle che le venivano date durante i pasti. Quando morì, trovarono il suo tesoro caseario dentro al comodino: decine di mozzarelle andate a male. Il ricordo della vecchietta mozzarellomane mi ha sempre perseguitato durante tutti questi anni, e solo ora posso inquadrarlo come un caso ospedaliero di disposofobia. In realtà c'è un po' di questo disturbo in tutti noi, che tendiamo dopo un po' di vita trascorsa a "museificare" le nostre vite, come se senza tanti oggetti accanto non riuscissimo a lasciare nessuna traccia sulla Terra. La sequenza finale di Quarto Potere (Orson Welles, 1941) con la visione dall'alto di tutti gli averi di Charles Foster Kane è una versione epica della disposofobia, e la sola cosa importante ("Rosebud") finirà dentro al camino senza che nessuno dei presenti se ne accorga.



Un altro film, questa volta comico, o meglio grottesco, porta lo hoarding a livelli parossistici: Nient'altro che guai (Nothing But Trouble, 1991) di Dan Aykroyd. Questa pellicola ha avuto uno scarso successo di pubblico e critica, e obbiettivamente non è molto riuscita, ma trae la sua forza proprio dalla sua sgangheratezza, e oggi può essere vista come un inno all'accaparramento compulsivo. Si veda ad esempio la scena in cui il banchiere Chevy Chase e l'avvocatessa Demi Moore cercano di fuggire dalla casa maledetta del perfido giudice ultracentenario Valkenheiser di Valkenvania (un Dan Aykroyd sotto tonnellate di trucco)



Insomma, la disposofobia è dentro di noi, frenata a stento dai mobiletti portatutto Ikea, e aspetta solo un cenno per esplodere.

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Padri e figli




















Carissimo padre


di recente mi hai domandato perché mai sostengo di avere paura di te. Come al solito, non ho saputo risponderti niente, in parte proprio per la paura che ho di te, in parte perché questa paura si fonda su una quantità tale di dettagli che parlando non saprei coordinarli neppure passabilmente. E se anche tento di risponderti per iscritto, il mio tentativo sarà necessariamente assai incompleto, sia perché anche nello scrivere mi sono d'ostacolo la paura che ho di te e le sue conseguenze, sia perché la vastità del materiale supera di gran lunga la mia memoria e il mio intelletto.


L'incipit della Lettera al padre scritta da Franz Kafka nel 1919 sembra essere la matrice segreta di due delle serie televisive comiche di maggior successo degli ultimi due anni: l'italiana Father and Son ,scritta da Franceso Mandelli e Fabrizio Biggio per il programma I soliti idioti in onda su Comedy Central e MTV dal 2009, e l'americana $h*! My Dad Says , scritta da Justin Halpern e in onda sulla CBS dal 2010. I soliti idioti è una raccolta di sketch dal tono insolitamente grottesco e surreale per una televisione italiana, da sempre orientata su una comicità basata sull'osservazione duella realtà di tutti i giorni. Ispirati direttamente alla serie comica inglese Little Britain (BBC7, 2003 - 2006) che abbatteva a colpi di personaggi ridicoli fino all'offesa ogni traccia di correttezza politica britannica, gli "idioti" italici sono volutamente sgradevoli e "antipatici", non hanno pietà per niente e nessuno. I risultati sono alterni: ad esempio Daffyd, "L'unico gay del paese" che ci tiene tantissimo a rimanere tale - mentre tutti intorno a lui sono molto più "avanti" quanto ad accettazione degli orientamenti sessuali, - prende di mira il concetto di minoranza e maggioranza in una società avanzata che si è già interrogata da un pezzo sulla questione.




Se si elabora invece un personaggio simile e lo si trasporta in un contesto italiano, le risate stentano a partire perché in Italia in molti casi non si accettano persone considerate "altre" e basta, quindi si perde la base su cui si dovebbe innestare il gioco satirico:



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Nel caso di Father and Son (il titolo è una citazione da una famosa ballata di Cat Stevens) Mandelli e Biggio fanno centro, proprio perchè propongono una sitcom che si basa sui personaggi invece che sui paradossi. Siamo a Roma, ci sono Ruggero,un padre sguaiato, ignorante e parolacciaro che ha come sua personale croce e contrappasso Gianluca, un figlio timido, colto e imbranato. Ad ogni puntata il padre tenta di "svegliarlo" con risultati disastrosi (per il figlio). Kafka aveva già centrato il problema:



Tu sai trattare un bambino solo come tu stesso sei fatto, con forza, strepito e iracondia; e nel caso specifico la cosa ti sembrava inoltre ancora più adatta, perché volevi fare di me un ragazzo forte e coraggioso.





Il figlio non si ribella mai a suo padre - un Franceso Mandelli con maschera in lattice e blazer blu che parla come un Franco Califano sotto acido - e forse, noi intuiamo, l'uno merita l'altro. Nonostante tutti i Daic***o !!!! che puntellano i dialoghi, il padre e il figlio sono molto meno "crudeli" dei personaggi di Little Britain, sopravvivono come Tom e Jerry sullo sfondo della Capitale. E se ogni volta che viene nominata Fabiana, la fidanzata di Gianluca, il padre ha una reazione simile a quella che hanno i cavalli con Frau Blucher (troppo brutta), il figlio ostenta ad ogni provocazione paterna una mancanza di reazione tale da rasentare la calma zen. Cosa che manda su tutte le furie Ruggero, che alla fine gioca puntualmente un brutto tiro (sempre a scopo educativo) a Gianluca, come si può vedere in questo episodio:


Attenzione! Il video seguente contiene linguaggio molto esplicito!


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Father and Son è anche un po' la riedizione survoltata della coppia Bruno Cortona-Roberto Mariani (Gassman-Trintignant) de Il Sorpasso di Dino Risi: un "padre" che vuole far crescere un "figlio" fino alla morte di quest'ultimo, solo che il Gianluca della sitcom resuscita sempre, pronto a ridiventare il capro espiatorio delle imprese di suo padre (e questo è l'elemento Tom e Jerry). Di tutt'altro tipo è il padre di $h*! My Dad Says: interpretato dall'ex Capitano Kirk William Shatner, il 72enne Ed Goodson si vede arrivare in casa il figlio che è stato licenziato dalla rivista per cui scriveva e che non può più permettersi di pagare l'affitto di casa. Goodson è la classica figura del padre bisbetico e sempre pronto ad avere l'ultima parola, anche se questa si potrebbe rivelare rovinosa per tutti quelli che gli stanno intorno. Avendo ormai raggiunto l'età in cui si smette di temere il giudizio degli altri, si ritiene in dovere di esternare solo la verità, pensando di doverlo fare per il bene del figlio, che considera un bamboccione di ritorno. Kafka ci dà anche qui la sua definizione:



Si doveva essere felici di qualcosa, esserne soddisfatti, tornare a casa ed esprimerla, e la risposta era un sospiro ironico, una scrollata di testa, un picchiettare con le dita sul tavolo: "Ne ho viste di più belle", o "Che vuoi che mi dicano le tue preoccupazioni", o "Ho altro a cui pensare", o "Compratici qualcosa!", o "Senti lì che cose!". Naturalmente non si poteva pretendere da te entusiasmo per ogni piccolezza infantile, giacché vivevi tra affanni e preoccupazioni. Ma non éra questo il punto. Il punto era invece che dovevi sempre provocare in tuo figlio queste delusioni, per principio, grazie alla tua natura contraddittoria, di più, grazie al fatto che questa contraddittorietà, con l'accumularsi del materiale, si rafforzava incessantemente, tanto che infine divenne un'abitudine anche quelle rare volte che eri della mia stessa idea e queste delusioni di tuo figlio non furono più banali delusioni quotidiane, ma arrivarono a colpire nel segno, perché si trattava della tua persona, misura di tutte le cose. Il coraggio, la risolutezza, la fiducia, la gioia per questo o per quest'altro non duravano fino in fondo se tu eri contrario o se la tua ostilità poteva essere anche soltanto percepita; e percepita poteva essere quasi per ogni cosa che facevo.



La sitcom si basa sui rapporti non del tutto idilliaci padre solitario-figlio ritrovato. Il primo ama coltivare ortaggi in giardino (parla più volentieri ai pomodori), il secondo vuole installare Internet nella casa paterna e non si capacita come abbia fatto il genitore a sopravvivere senza. Nella gloriosa tradizione delle odd couples da Neil Simon in poi il padre è quello che rappresenta il Disordine e le Certezze della vita nello stesso tempo, laddove il figlio ha i suoi totem personali (pensa ancora di voler guadagnarsi da vivere scrivendo) e tutta l'incertezza di un figlio del 21° secolo. Completano il quadro Vince, l'altro figlio - di primo letto - ciccione e nevrotico, e sua moglie, bionda e nevrotica, entrambi agenti immobiliari di piccolo cabotaggio. La donna ha un'autentica venerazone per Jennifer Aniston, ed è qui che scatta una delle trovate più geniali della serie: il distacco dai precedenti modelli di sitcom "familiare". Negli anni '90 e nel decennio seguente i vari Friends, Melrose Place eccetera la facevano da padrone (oltre al modello di lusso e New York-oriented di Sex And The City). Erano tutte storie di persone non appartenenti alla stessa famiglia che lavorano e vivono insieme o in uno stesso appartamento o in case abbastanza contigue a stretto contatto di cellulare. Oggi questo schema in virtù della crisi economica è saltato, e abbiamo i giovani che fanno quello che possono, con i vecchi a sfottere crudelmente. E Jennifer Aniston, la protagonista di Friends ? Roba d'altri tempi, il fatto stesso che sia un modello per la moglie di Vince (E' la fidanzata d'America, viaggia, ha una vita interessante, con un perfetto corpo da yoga e una pelle talmente curata che la fa sembrar dipinta anche di persona!) dimostra quanto il suo personaggio sia "scaduto" a livello divistico.











Per concludere sempre con Kafka,

Penso allora a osservazioni che debbono aver tracciato veri e propri solchi nel mio cervello, come: "Già a sette anni dovevo andare per i villaggi col carretto"; "Dovevamo dormire tutti in una stanza"; "Eravamo felici quando avevamo qualche patata"; "Per anni d'inverno ho avuto le gambe piene di piaghe aperte, perché non avevamo di che coprirci"; "Da piccolo dovevo già andare nella bottega di Pisek"; "Da casa non ho mai avuto un soldo, nemmeno durante il militare, ero io che mandavo soldi a casa"; "Eppure, eppure... il padre era sempre il padre. Chi le sa, oggi, queste cose! Che ne sanno i figli! Nessuno ha patito queste cose! Le capisce oggi un figlio?". In altre circostanze questi racconti avrebbero potuto essere un eccellente strumento educativo, avrebbero incoraggiato, con una sferzata di energia, a superare le piaghe e le privazioni che già il padre aveva subìto. Ma tu non volevi questo, e la situazione grazie alle tue fatiche era cambiata completamente: non avevamo modo di distinguerci come avevi fatto tu. Una tale occasione poteva essere creata solo con violenze e sovvertimenti, sarei dovuto fuggire di casa (purché ne avessi la determinazione e la forza e la mamma, da parte sua, non avesse lavorato con altri mezzj in senso contrario). Ma tu non volevi niente di tutto ciò, lo definivi ingratitudine, esaltazione, disobbedienza, tradimento, pazzia. Mentre quindi da una parte con l'esempio, il racconto e l'umiliazione me lo rendevi allettante, dall'altra me lo proibivi con la massima severità.

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Liz!



"E così andai a Parigi a fare il cameriere. Lì chi ti incontro? Una donna...Bella, ricca, importante...No, personalità. Insomma ci sposammo, per un po' fummo anche felici, solo che lei aveva il vizio di bere... Beveva, beveva, beveva, lei e quell'altro amico suo lì, quel Richard Burton che m'è sempre stato qua. Facevano a gara a chi beveva di più. Poi una sera, Burton mi vomita sulla mia moquette del salotto, e quella fu la goccia che fece traboccare il vaso. Non ci ho visto più... L'ho preso e l'ho buttato fuori di casa! " (Manuel Fantoni)


























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"L'ho scritta in un momento così, che mi piaceva la fratellanza..."



Bella...Bellabellabellabellabella!

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Secondo semestre

Per il secondo semestre del corso di Laurea Magistrale in Scienze della Traduzione (ora denominato, inspiro, corso di Laurea Magistrale in Lingue Moderne, Letterature e Scienze della Traduzione, l'aria è andata tutta via, finiti i tempi in cui si diceva faccio Lingue ), sto camminando in fretta lungo il tortuoso e accidentato percorso che dal capolinea dei tram 5 e 14 conduce all'incrocio con Viale Einaudi, sede (momentanea) dei jumbo bus 90 e 90 X (Express). In questo percorso si trova una quantità di vita in fermentazione che neanche in uno yogurt. Al centro, due fiumane di gente in ordine uguale e contrario passano in mezzo a degli ombrelli di velluto con sopra appesi svariati orecchini. Ma queste sono cose che si possono trovare in qualunque mercatino. La cosa che salta di più all'occhio sono i venditori di bambole.


Queste bambole sono uscite dai peggior incubo di un negozio di giocattoli; hanno i boccoli modello Baby Jane, il vestitino con sotto i mutandoni, le scarpette in tinta e un'aria paffuta e assente d'altri tempi che oggi definiremmo bisognosa di cure dimagranti. Sembra impossibile che qualcuno assembli ancora bambole così, ma evidentemente c'è un mercato parallelo e carsico che scorre al di sotto delle Winx e delle Bratz. Non bisogna dimenticare il venditore del gadget del pomodoro spiaccicato che ritorna miracolosamente nella sua forma originale; un ragazzo tira in continuazione questo pomodoro su una superficie liscia, il pomodoro si spiaccica, sembra avere tirato le cuoia e invece ritorna come prima.

Mentre si passa e con la coda dell'occhio si vede questo giochino di silicone sbattuto senza pietà che ritorna sempre uguale, viene da pensare alla propria esistenza e a quante volte ci rialziamo apparentemente spiaccicati per poi riprendere a camminare. Supero orecchini bambole e pomodori e mi dirigo verso il 90. So che dovrò scegliere i moduli didattici (ex-corsi) - e mi sembra di vedere tanti mattoncini Lego - però non ho ancora idea di come far quadrare le mie giornate. Una volta sull'autobus mi accade una cosa stranissima: mi cedono il posto. Devo proprio avere l'aria della matusa, nonostante il mio lettore MP4 il cui filo tento di sderrecciare, e allora mi rendo conto che the young ones sono quelli che il filo del lettore, o del cellulare, lo hanno già sbrogliato prima di uscire di casa. Riesco a mettere in moto il lettore ed ascoltare qualcosa due fermate prima che io scenda, dribblando così il violinista ambulante organizzato che viene dall'Est che suona Historia de un Amor che fu composta a Sud.


Scendo dall'autobus e faccio a piedi i due-trecento metri che mi separano dalla facoltà, le persone che mi superano o che mi vengono incontro mi sembrano tutte venire da un altro mondo; non che siano vestite poi in modo tanto diverso da come ero vestita io - che del resto non ho mai brillato per modaiolità - , ma che hanno una specie di aura invisibile addosso, come se scorressero su dei binari differenti e invisibili. Varco la soglia e faccio la piccola salita asfaltata a losanghe in rilievo con i sassolini dietro ciascuna losanga, e svolto a sinistra. Mi aspettano cinque scalini, poi una rampa di scale. Arrivata all'ultimo scalino mi accorgo di una cosa: mi fa male il ginocchio sinistro. Vorrei prendere l'ascensore, ma mi vergogno. Inoltre non mi fido degli ascensori pubblici. Mentre faccio queste meditazioni uno studente preme il bottone di chiamata dell'ascensore. A che piano sale? Fa lui. Io allora mi piego da una parte per giustificare il fatto che alla mia età, sì, è giusto prendere l'ascensore. Al primo, grazie. Poi, senza riprendere fiato: Dovrei andare a piedi, ma mi fa tanto male il ginocchio! . La mia interpretazione della vecchietta del cacao Talmone
sta facendo scintille. Solo che il mio interlocutore non se ne accorge e mi risponde neutro: Non c'è problema! L'interpretazione era troppo perfetta.


Primo piano (quello di Lingue: il secondo, più rarefatto, è da sempre di Filosofia). Giro a destra, riavvolgo con mano lesta il cavo dell'auricolare intorno al lettore, apro la borsa, estraggo il cellulare, lo tiro fuori dall'astuccio fatto da me all'uncinetto - per il quale mio padre fece questo commento: quanto ci hai messo a farlo? Due ore? Hai perso due ore di tempo. - e vado davanti alla porta dell'aula dove dovrebbe esserci la lezione. Dovrebbe, perché ho dei dubbi. Ci sono troppe poche persone. Stai a vedere che ho sbagliato sede. Entrando ho una specie di tremore, come se le persone sedute dietro ai banchi nelle strette seggioline pieghevoli si debbano alzare tutte assieme per cacciarmi via. Questo stato momentaneo di paranoia svanisce però non appena dopo cinque minuti entra un'altra persona che riconosco come mia simile. Ne ha tutte le caratteristiche; innanzitutto porta una borsa con cui potrebbe benissimo trasportare i broccoletti dal mercato; si guarda intorno per vedere qual è il posto migliore per assistere alla lezione ed eventualmente alzarsi prima che finisca per non dare fastidio, chè deve tornare a casa per soddisfare gli altri pezzi della sua vita; non parla con nessuno e dispone quaderno e penna davanti a sè come nei documentari televisivi sulle scuole rurali del Terzo Mondo (gli altri studenti salutano i colleghi o lanciano messaggini). Infine, una volta sicura della sua postazione, si toglie il cappotto.

Non siamo soli nell'universo.

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Piccioni da Oscar!

Non si tratta di Piero Piccioni, il celebre compositore di colonne sonore degli anni '60 e '70, ma di quei simpatici pennuti (o antipatici, a seconda dei punti di vista) che da millenni ci svolazzano sulle teste, mangiano come se non ci fosse un domani, danno la caccia a tutte le femmine intorno a loro e non conoscono la parola "stitichezza"! Praticamente umani.
Perché dunque non far loro interpretare alcuni dei film premio Oscar 2011?

(cliccare sull'immagine per vedere il manifesto originale)





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Ritorno al futuro


Grande Giove...



Cosa rende una foto una foto? Non è soltanto la resa su pellicola (ora in pixel per sopraggiunto progresso) di un soggetto qualsiasi, ma la raffigurazione del Tempo in persona. Se nel passato lo scorrere degli anni veniva raccontato, nei casi migliori, da qualche ritratto o statua e per il resto da descrizioni letterarie, con l'avvento dell'immagine il passato e il presente sono Qui e Ora. Il cinema continua ad immortalare volti e corpi destinati a invecchiare e scomparire, e fa un certo effetto vedere un film di cinquant'anni fa e sapere che il piccolo esercito che lo ha aiutato ad esistere si è nel frattempo estinto. Noi abbiamo nei nostri cassetti decine di immagini di noi stessi ripresi in varie epoche della nostra vita, laddove le famiglie reali di secoli fa disponevano "soltanto" del ritrattista di corte che li doveva dipingere per consegnarli "in eterno" al popolo e ai posteri, e quindi aveva bisogno di alterare un po' fisionomie e lineamenti (niente a che vedere con la Photoshoppizzazione odierna, che è piuttosto il desiderio di allinearsi ai canoni estetici tracciati dai media). I tipi dentro quelle foto stazzonate col bordino dentellato, quelle polaroid dai colori ormai impastati ci guardano come se continuassero a vivere in un periodo tutto loro in attesa che qualcuno dal futuro stabilisca un contatto. La fotografa argentina Irina Werning ha creato la De Lorean adatta: ha chiesto a varie persone di mettersi nella stessa posa in cui stavano in una loro vecchia fotografia. Il contesto è uguale, lo sfondo pure, persino i colori vintage - con un minuzioso lavoro di post-produzione - sono identici. Sono le persone, nello stesso "quadro" della loro infanzia, ad essere irrimediabilmente invecchiate. Il risultato è altamente inquietante, come se fossero intrappolate nel loro stesso passato. Viene in mente Jumanji (1995),



un film "per ragazzi" che parte dallo stesso concetto della Werning: un ragazzo rimane prigioniero in un gioco da tavolo per ventisei anni, e chiede ad altri due ragazzi che ventisei anni dopo stanno facendo lo stesso gioco di liberarlo. Il ragazzo ovviamente è cresciuto (lo interpreta Robin Williams), e tutta l'operazione diventa via via - nonostante l'uso degli effetti speciali, come giungle paludi e coccodrilli che invadono casa - sempre più triste e grottesca: stringi stringi è la storia di un qualcuno che non è potuto crescere e che chiede disperatamente aiuto. Più indietro nel tempo abbiamo Bette Davis che non riesce a tirarsi fuori da Baby Jane Hudson in Che fine ha fatto Baby Jane? (1962) e piroetta in soffitta col fiocco in testa canterellando I've Written A Letter To Daddy .



Tutti questi ritratti "dissociati" fanno parte di una corrente della fotografia che, lungi dall'offrire un risultato "bello" a chi guarda, si prefigge piuttosto di fornire una riflessione sul modo in cui noi stessi amiamo guardarci da quando la fotografia da arte di atelier posseduta da pochi

Quando mio nonno
Caporal di fanteria
Stava quattro giorni in posa
per mandare a Rosa
La fotografia!

è diventata un'arte alla portata di tutti i cellulari o smartphone. Aggiungendo un elemento dissonante come lo stesso soggetto ripreso ad anni di distanza, Irina Werning ci costringe a guardare queste immagini "banali" e senza pretese artistiche (non a caso il risultato meno convincente lo si ha proprio con una foto "di studio"; sembra che il soggetto sia lo stesso invecchiato artificialmente):



Pose innocenti di bimbe seminude si trasformano, una volta che dette bimbe crescono, in qualcosa di leggermente imbarazzante, facendoci aprire gli occhi sul concetto di "innocenza":



Un'operazione molto simile è stata fatta dalla francese Clarisse D'Arcimoles con la mostra
Un-Possible Retour . La D'arcimoles gioca stavolta non con la memoria di estranei, ma con quella della sua stessa famiglia. Il risultato è, se vogliamo, più vibrante emotivamente rispetto all'analisi della Werning, come testimonia questa foto:


Nella seconda foto non compare uno dei due personaggi: è il papà. Rimane la figlia, grande, con delle bolle di sapone. E' dai tempi di Ritorno al Futuro (il film), in cui Marty McFly guarda la foto di famiglia che si è portato appresso e scopre di non esserci più - non sarebbe mai nato - che lo scorrere del tempo non è stato più raccontato in modo così efficace.

Qui un video sulla minuziosa preparazione degli scatti di Un-Possible Retour:



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Il giorno dopo



Medico di base, sala d'aspetto:


"lo vogliono fare fuori"
"Era ora, con tutto quello che ha combinato"
"Ma l'alternativa qual'è? Lui almeno ci sa fare, sa come si fa..."
"Ha fatto credere agli italiani che sarebbero diventati tutti ricchi come lui, e ora guarda dove siamo arrivati"
"Quell'altro poi, con la casa a Montecarlo!"
"La casa era del cognato"
"La moglie è andata prima col figlio, poi col padre, s'è fatta intestare tutto..."
"L'altra casa, quella al Colosseo?"
"Sì, quella che è stata pagata 'a sua insaputa' "
"Lei era sua vicina, stava esattamente al piano di sopra"
"L'avrà pagata lei, la casa"
"Ma scusa, non gliel'aveva regalata lo sceicco?"
"I cinesi si sono presi tutto"
"Ma quelli che hanno venduto si sono presi dei bei soldi"
"Alle sette qui, c'è il coprifuoco. Un tempo i negozi erano aperti fino alle dieci..."
"Lo sapete che hanno incendiato un negozio?"
"Chi?"
"I cinesi! Loro non volevano vendere il negozio, e allora quelli glielo hanno bruciato, così loro sono costretti a stare in un negozietto!"
"La mafia cinese non perdona..."
"Perché, quella russa?"
"Quattrocentsessanta euro di asilo nido, e ho pure fatto l'ISEE! E sapete cosa hanno dato da mangiare a mio figlio? Riso col latte, e frittata! Quando torna a casa non fa altro che mangiare tutto il pomeriggio!"
"Tutti ora fanno l'ISEE, pure quelli che prima non lo facevano!"
"E ci si meraviglia che non si fanno più figli"
"Ma si può dare da mangiare 'sta roba a quattrocento e passa al mese?"
"E' meglio un bel cestino, si spende di meno!"
"Che poi ingrassano!"
"Io vivo con mia suocera da ventitrè anni, ho detto tutto"
"Dov'è un bagno?"
"Chieda la chiave alla segretaria..."

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"Sei adorabile. E roditi il fegato"


Una commedia che molti dovrebbero rivedere il giorno di San Valentino è Appartamento al Plaza di Neil Simon , da cui venne tratto l'omonimo film del 1971 per la regia di Arthur Hiller (che l'anno precedente aveva diretto Love Story , o il Film d'Amore degli anni '70.) Protagonista è il grande Walter Matthau, che qui diventa uno e trino e interpreta i protagonisti dei tre atti unici della commedia. Appartamento al Plaza è composto dalle storie di tre coppie che hanno in comune l'aver preso la stanza 719 del Plaza Hotel di New York.


La prima storia riguarda i Nash, Sam e Karen (Maureen Stapleton), due coniugi di mezza età che dovrebbero passare al Plaza il loro anniversario di nozze (la loro casa è in ristrutturazione). Le cose vanno storte fin dall'inizio: Karen vorrebbe rinnovare il suo rapporto in crisi con Sam, solo che ha sbagliato sia la data dell'anniversaro, sia la stanza. Tutto l'atto unico è un dialogo fitto fra i due, con lei che vorrebbe in qualche modo riconquistarlo, e lui che all'apparenza è troppo preso dal lavoro per ascoltarla. L'entrata in scena della giovane segretaria di Sam confermerà i sospetti della moglie riguardo all'adulterio. L'aspra discussione e la conseguente crisi darà un finale incerto alla loro storia.
La bellezza della scrittura di quest'atto sta tutta nei passaggi di tono: s'inizia con la commedia leggera. Noi vediamo solo due coniugi che discutono, e la cosa ci pare divertente fino al momento in cui arriva il personaggio della segretaria, miss McCormack,
efficiente e affascinante. Segue un dialogo fitto fra Sam e miss McCormack su contratti e cifre, con la moglie che tenta di dire qualcosa. Alla fine Sam si trova costretto a ricontrollare le pratiche, dice alla segretaria di aspettarlo in ufficio mentre lui si fionda in bagno per farsi la barba.
La moglie glielo fa scherzosamente notare, cosa che lui non prende molto bene. In qualche modo confermata nei suoi sospetti, Karen insiste con l'insinuare che Sam abbia una relazione con la sua segretaria. A questo punto la commedia vira lentamente verso il dramma. Tuttavia Karen rifiuta ancora di credere alla sua voce interiore, c'è un punto però oltre il quale non riesce a tornare indietro. Dopo che Sam le confessa che vorrebbe ricominciare tutta la sua vita daccapo, lei capisce che vorrebbe soprattutto ricominciare daccapo con un'altra donna.
Da qui in poi il dialogo precipita.

- Lo sai cosa credo io? Io credo che tu te ne voglia andare. E che non sai come dirmelo.
- Non è vero.
- Che cosa? Che te ne vuoi andare o che non sai come dirmelo?


Sam confessa alla fine la sua relazione. Chiede a Karen cosa deve fare. Il climax lo si raggiunge quando lui, per giustificare in qualche modo la casualità del suo adulterio, dice:

- Se può consolarti, non pensavo sarebbe arrivata a questo punto. Non ricordo nemmeno com'è cominciata...
- Sforzati, ti torna in mente!
- Ha lavorato due anni nel mio ufficio e non l'avevo mai guardata...
- Bravissimo!
- Ah, smettiamola!
- No! Dunque, ci hai lavorato per due anni e non sapevi nemmeno che si chiamava Jean. Poi una sera eravate soli, improvvisamente lei si è sciolta i capelli, si è tolta gli occhiali e ti ha detto: lo sa che lei è bello?
- Esatto, ti eri nascosta nell'amadio?


Il bello è che lei giudica l'adulterio del marito come una semplice "crisi di mezza età", - tra l'altro descritta da Selezione dal Reader's Digest - , cosa che manda su tutte le furie Sam. Karen gli dà il suo "permesso". Alle sue proteste risponde, e parte un dialogo memorabile:

- Che ti prende, Sam? Ti privo del tuo delizioso senso di colpa? Vorresti che facessi tutto a pezzi? Che cercassi di fartela pagare?
- Questo almeno lo capirei, sarebbe normale. Non vedo perché non dovresti avere una crisi isterica, correre urlando da un avvocato.
- E va bene ! Se ti farà star meglio, ti dirò che sei un verme! Dirò che sei...un bidone di latte acido, che sei uno sporco traditore, un lurido, vanitoso ultracinquantenne! Come vado?
- Bene, ora almeno siamo sulla strada buona!
- Ah, così ti piace, vero? Ti rende tutto più liscio e semplice, ora te ne puoi andare da lei nelle vesti del povero marito incompreso. Io non te la dò questa soddisfazione! Ritiro tutto quello che ho detto! Tu sei il mio . Ti farò trovare il latte e le ciambelle quando torni a casa...
- No no no no no! Finisci quello che dici, liberati dal peso! Sono ventitrè anni che ce l'hai sullo stomaco, voglio sentire tutto: vanitoso, vecchio bidone e che altro, avanti, che altro?
- Sei adorabile. E roditi il fegato.


Sam comincia a capire che sua moglie lo conosce più di quanto non conosca sè stesso, e la cosa non gli piace per niente (non c'è niente di peggio che tornare dall'amante sapendo quello che si è).

- Tutti fanno le corna alla moglie con la segretaria! Io mi aspettavo di più da mio marito!


Sam a questo punto capisce che non c'è più niente da fare. Possono - forse - tornare a vivere insieme, ma fingendo.
Qui di seguito, l'atto primo di Appartamento al Plaza (le voci italiane di Matthau e della Stapleton sono rispettivamente di Gianrico Tedeschi e Lydia Simoneschi):





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Non l'avevo visto arrivare, o le conseguenze dei Belle and Sebastian

Make me dance, I want to surrender...



L'ultimo album dei Belle and Sebastian non ha raccolto grandi consensi da parte della critica (almeno quelle poche su cui ho posato gli occhi). Hanno detto: i B&S ormai sono bolliti, l'album è "grazioso" ma non trascendentale, quando c'era Isobel Campbell era meglio,oltre al solito aggettivo che si tira fuori quando si ha a che fare con una band da circa vent'anni: venduti! Per non parlare della critica alle singole canzoni, e questa non va bene, e quest'altra è debole, e la traccia (come odio quando chiamano "tracce" le canzoni!) finale non chiude bene l'album... Qualcuno ha addirittura trovato da ridire che Stuart Murdoch, il frontman e creatore dei B&S, abbia accennato a dei passi di danza in un video! Con queste premesse, ascoltare a piè fermo quest'album si è rivelato all'inizio assai arduo.

La musica che fanno i Belle and Sebastian ha questo di strano: all'inizio non si riesce a prenderla sul serio. Tanti gruppi fanno di tutto per attirare la tua attenzione con chitarre, distorsioni, grandi discorsi eccetera, mentre i B&S risultano a un primo ascolto quasi infantili. Invece lavorano nel subconscio. Uno ascolta distrattamente un loro pezzo, pensa carino, mi ricorda qualcosa che avevo ascoltato, e tutto finisce lì.Dopo circa un'ora la stessa canzone produce effetti devastanti nella corteccia cerebrale. Non ti si schioda più dal cervello. Cominci allora a canticchiare, ma a questo punto arriva un grosso problema: i testi. Come per gli Smiths negli anni '80 - '90, le liriche sono - per chi non conosce bene l'inglese - complicatissime da memorizzare. Provate a cantare, ad esempio, una frase come she wants to write a thesis on the population underprivileged che si trova in questo brano tratto da The Life Pursuit :




The Blues Are Still Blue
sembra ispirata a un pezzo dei T. Rex degli anni '70, parla di una lavanderia e di quello che succede . Falso! Tutta la canzone è in realtà sulla difficoltà che le persone hanno nel rapportarsi fra loro (Il refrain paragona una relazione andata a male al mettere il bucato in lavatrice, i capi bianchi verranno neri, quelli neri bianchi ma quelli blu saranno sempre blu - gioco di parole su blue/colore e blues/tristezza -) Questa tensione fra temi "pesanti" e musiche "leggere" e/o orecchiabili sta alla base del modo di fare musica di Stuart Murdoch e dei suoi. Un'altra caratteristica è l'uso delle voci femminili, che non sono semplici controcanti di ispirazione '60, ma quasi dei contraddittori a ciò che afferma la voce principale.

Il brano di apertura di Write About Love, I Didn't See It Coming inizia con uno strano sibilo spaziale che si fonde con le prime quattro battute della batteria che introducono a loro volta il piano. Arriva la voce femminile (Sarah Martin) che canta:

Make me dance, I want to surrender
Your familar arms, I remember

a un minuto dall'inizio del pezzo, arriva la voce maschile (Stuart) che si unisce a lei nel dire:

But we don't have the money
(money makes the wheels and the world go round)
Forget about it, honey
Trouble's never far away when you're around

A uno potrebbe venire in mente, l'immortale dittico dei Vianella E stamo mejo noi / che nun magnamo mai , ma c'è quel verso,

I guai non sono mai lontani quando sei accanto

che ci mette in guardia: allora qui si parla di una relazione dove è lei a iniziare a vedere lui in modo diverso - è Sarah a cantare - . Viene poi un inciso vagamente psichedelico dove si sente appena la voce di lei riverberata fare:

I didn't see it coming

Non l'avevo visto arrivare. Il vero argomento della canzone è dunque il tempo che scorre e che rischia di rovinare tutto. Tosto però arriva la risposta di Stuart, introdotta da una tastiera vagamente Jump dei Van Halen , ad affermare:

Take me on a train 'cause I'm not flying
I can see the world from a different side
Read about us in the morning papers
When we make it alive

Se non si può più volare (perchè si ha vissuto troppo) si può prendere il treno, dato che ormai si vede il mondo da un altro punto di vista. Mentre compiamo l'impresa, leggerete di noi sui giornali del mattino! Con questo atto di rassegnato eroismo la canzone va in crescendo, la voce femminile continua a dire: non l'avevo visto arrivare (la vita come un incidente stradale ?), per poi aggiungere
I'm just not in the running

Non sono in prima linea. E poi ribadire:

And we don't need a lifetime
We're following the right line.

Non ci vuole tutta la vita, seguiremo la strada giusta. Mentre ripete queste ultime battute, indice di una sopraggiunta tranquillità interiore, la voce di Stuart in controcanto riprende il primo verso della canzone, quel

make me dance, I want to surrender

Fammi ballare, voglio lasciarmi andare, che è la stessa frase che cantava lei all'inizio. Come se, andando avanti nella vita, i due si fossero scambiati i ruoli. Ora è lui a cantare la canzone di lei, ma lo fa scandendo le sillabe, quasi che nel volersi arrendere (surrender) non volesse ancora arrendersi.
Le parti femminili dei brani di B&S sono rese da voci eteree, impalpabili ma molto chiare nel fraseggio: un'eccezione è contenuta proprio in quest'album con Little Lou, Ugly Jack, Prophet John, dove Stuart duetta con Norah Jones.




Alcuni hanno definito questa canzone "ruffiana", magari lo fossero tutte così ! La voce della Jones in questa struggente ballata country-blues è più "scura" delle sue omologhe sebastiane: qui ci troviamo di fronte a un rimpianto di una storia d'amore che è morta prima di nascere - un tema simile a quello di Wrapped up In Books - dove lui e lei fantasticano di come poteva andare:

Yeah you're great, you're just part of this lifetime of dreaming

sì, sei grande, sei solo parte di questa vita di sogni. I due ammettono l'inconsistenza del loro legame, parlando nel finale di tutto quello che fanno e disfano nella loro testa - e qui citano i tre personaggi che danno il titolo, Little Lou (Reed), Ugly Jack (Kerouac), Prophet John (Lennon), che evidentemente sono tra i Santi di Stuart. Un sentimento espresso senza compiacimenti, dove l'occasione mancata viene descritta con una serie di frasi interrogative:

Can I see what's underneath your bed?
Can I stay until the milkman's working?
Can I stay until the coffee awakes?
(Together:)Do you hate me in the light?
Did you get a fright?

Mi odi alla luce del giorno? Forse è per questo che non è successo niente, chissà.