Nella notte tra i 5e il 6 maggio la Luna ha raggiunto il Perigeo, ossia il punto più vicino rispetto alla Terra. Molti hanno ripreso quella che è stata chiamata la "superLuna" (qui un video in TimeLapse):
Qui invece una ripresa amatoriale da Roma:
La "Luna grande" mi ha fatto venire in mente una storia di Zio Paperone che si scatena con l'aiuto di una Macchina del Tempo progettata dal solito Archimede in una corsa attraverso i secoli (la storia si chiama appunto Zio Paperone e la scorribanda nei secoli,scritta dal creatore di Superman Jerry Siegel e disegnata da Romano Scarpa nel 1973) per conquistare sempre più ricchezze.Questa storia ha dell'incredibile perché prefigura in un fumetto Disney la fine del mondo nell'anno 487.000, data dalla Luna che si stacca dalla sua orbita e si scontra con la Terra!
E' la prima volta che viene messa in discussione l'eterna vita di un personaggio dei fumetti Disney, e questo ha veramente impressionato all'epoca i lettori di Topolino, tanto da dover confessare anni dopo il loro trauma mai rimosso su molti forum in Rete. Naturalmente zio Paperone, Archimede e Paperino riusciranno a far partire la navicella del tempo un secondo prima
che avvenga la catastrofe e a tornare sani e salvi a Paperopoli; ciò non toglie il fatto che il fatto sia veramente accaduto nel futuro.E questa è una cosa ben più inquietante di un qualsiasi Dylan Dog.Il soggetto di Zio Paperone e la scorribanda nei secoliè in parte ispirato alla Macchina del Tempo di H. G. Wells - vedi gli abitanti futuri della Terra con carriole piene di preziosi che ricordano tanto gli Elohim e la visione della Fine della Terra senza più un essere umano -, in parte a Io sono Leggenda di Matheson (L'ultimo uomo sulla Terra che sa di essere tale).
Questa storia è una delle più citate in assoluto fra tutte quelle di Topolino; evidentemente il suo finale tragico ha lasciato il segno sulle giovani generazioni a venire.
Reduce da varie vicissitudini private e dalla dipartita contemporanea di due apparecchi televisivi, torno a scrivere su questo blog con una riscrittura del poema di Aldo Palazzeschi del 1909, La fontana malata:
IL LAPTOP MALATO
Chh, chh, biip Tuc! Tuc! Tuc! Error Error Error E' qui sul mio tavolo il povero laptop malato che spasimo! Sentirlo Bloccato S'impalla s'impalla un poco si blocca... di nuovo s'impalla Mio povero laptop il virus che hai il cuore mi preme. Si tace, il cursore sta storto che forse... che forse sia morto? Orrore! Ah no, rieccolo ancora che trema sul sito Chh, chh, biip Tuc! Tuc! Tuc! Error Error Error Il trojan
l'uccide.
Dio santo
quel suo
eterno
bloccarsi
mi blocca
ripristino
un poco,
ma dopo...
che strazio!
Ma Habel
Vittoria
correte,
sbloccate
le icone
mi uccide
quel suo
eterno aspettare!
Pulite
l' hard disk
resèttate tutto
per farlo finire
magari...
poi disinstallare.
Explorer!
YouTube!
Non più!
Non più
Mio povero laptop
col malware che hai
finisci vedrai
che infetti
me pure. Chh, chh, biip Tuc! Tuc! Tuc! Error Error Error...
Raramente una mentina è entrata così prepotentemente a far parte delle ossessioni mentali italiane. Sì, c'era stata molti anni fa la liquerizia Tabù nella sua eterna scatolettina rotonda di latta in stile retrò con sopra lo slogan vagamente freudiano e... vivrai di più! . Tabù aveva questo spot celeberrimo ispirato ad Al Jolsone al manifesto del Cantante di jazz, ufficialmente il primo film sonoro della storia del cinema.
Liquerizia pura, questo è un sogno per me / che rabbia se mancassi, se non fossi con me aaaaargh!
Ora le mentine si sono moltiplicate, si sono anche trasformate in chewingum e non c'è più solo l'opzione Anche bianco! , ma migliaia di possibilità: la mentina salva i tuoi denti e ti fa illudere di risiedere in Svezia come l'Alberto Sordi del Diavolo, ti fa innalzare verso vette mai tentate prima, ti dà il coraggio di dire la verità e individuare i seni fintidelle passeggere su un tram. Questa mentina però va oltre. Basa sì il suo messaggio sull'iperbole, ma ci aggiunge una buona dose di follia. Prendendo un medium stra-parodiato - che già di per sè è una parodia - come la soap opera, lo spot Vivident Blast del 2011 è arrivato oltre lo scopo che intendeva prefiggersi.
Quella che doveva essere una presa in giro dei continui colpi di scena di una normale puntata di una soap - e infatti era alla "coda" con la presentazione del prodotto che doveva essere riservata la parte ritenuta più surreale, quella del presentatore in stile Monty Python e del Capodoglio che piomba addosso sulla scrivania - è diventata il catalizzatore dello stato d'animo di una generazione.
Abbiamo:
1) - il Padre che dolente guarda alla finestra
e poi si rivolge al Figlio (fuori piove). Arredamento del soggiorno di tipo intellettual-benestante, con libreria parete sullo sfondo.
2) - il Padre dice Figliolo, c'è una cosa che devo dirti. Pianoforte e pioggia sullo sfondo. Il mood è serissimo, la prima volta che si vede lo spot ci si casca con tutte le scarpe.
3) - primo piano del Figlio in pullover marrone, non più tanto giovane.
4) - a 00:10 arrriva la bomba: Non sono tuo padre. Primo piano perplesso del Figlio.
5) - Il Padre si slaccia il cardigan azzurro di lana. Al posto della maglietta della salute ci sono due seni in un busto.
Primo colpo di scena: Sono tua madre!
Il Figlio distoglie lo sguardo, gli manca il respiro,
manca pure a noi che pensiamo "Ma non doveva essere una pubblicità?".
6) - In realtà si sta preparando il secondo colpo di scena: il Figlio si accascia, grida con voce strozzata E io non sono tuo figlio! per poi rialzarsi di scatto. E' tirato da dei fili. E' un altro, cioè è lui ma è una marionetta. Il padre con i seni che sporgono dal cardigan lo guarda a dir poco esterrefatto (doveva essere lui il colpo di scena!) Come se nel finale di A qualcuno piace caldoMarilyn Monroe rivelasse di essere un uomo.
Il Figlio ora zompetta nel soggiorno cantando quello che ora è diventato l'inno dell'estate: Sono una marionetta ia ia oh! sulle note di Nella vecchia fattoria. Poi arrivano il presentatore, il capodoglio, il prodotto, lo slogan, ma a quel punto la tensione è scemata da un pezzo. Cosa sconvolge di più in questo spot? Alcuni hanno colto dei riferimenti a Pinocchio (il padre/madre come Geppetto, il figlio/marionetta, il capodoglio/pescecane); credo però che l'elemento più perturbante sia il ribaltamento di quello che noi intendiamo per "famiglia". Riusciamo ad accettare che in una drammatizzazione un uomo giovane e bello si riveli essere una donna o viceversa, perché comunque non è l'idea della bellezza fisica ad essere intaccata. Quando invece è un vecchio a rivelare di essere una vecchia (come nel terrorizzante finale a sorpresa de La casa dalle finestre che ridono di Pupi Avati), le nostre certezze sono seriamente scosse, come se la sessualità entrasse in un corpo che non ha più a che fare con essa per raggiunti limiti di età. La piéce teatrale tedesca Max Gerickedi Manfred Karge parla di una vedova costetta per non morire di fame ad assumere l'identità del marito operaio morto. Nel monologo la protagonista, ormai vecchia, tenta disperatamente di riagguantare i brandelli della sua defunta identità femminile, e vediamo alla fine questa donna vecchia e malandata scovare i suoi caratteri sessuali secondari dentro l'abituccio da pensionato della Germania Est.
Elisabetta Pozzi in Max Gericke al Teatro Due di Parma (2009)
Lo spettatore si trova a provare uno spaesamento molto simile a quello dello spot Vivident Blast. Ma è il figlio/marionetta il vero colpo d'ala della narrazione: ognuno si sente un po' tirato dai fili del destino, specie in questi ultimi anni, e l'idea di un uomo fatto e finito col pullover marrone che getta la maschera e proclama di "essere una marionetta" ha un che di liberatorio, specie se detto con voce stonata in un soggiorno azzurrino-Interiors con ia ia oh come commento finale. E' insomma il solito concetto immortale della maschera che ci portiamo attaccati per tutta la vita.
Oggi, 16 giugno, è il Bloomsday o giorno di Leopold Bloom, il protagonista dell'Ulisse di James Joyce. Il 16 giugno 1904 la giornata del signor Bloom dalla mattina alla sera viene vivisezionata da Joyce e rivissuta come la storia mondiale di tutti noi e anche come la storia della letteratura occidentale. Anche il signor Brunetta ha avuto il suo Bloomsday, sia pure il 15 giugno:
io sono della rete dei precari al servizio della pubblica amministrazione disse lei quel giorno che stavo finendo di parlare al convegno nazionale dell'innovazione con quei pantaloni bianchi e il top senza spalline in tessuto setificato e i sandali col tacco e la collana col ciondolo etnico lo sapevo che non poteva essere precaria precaria il momento che m'interruppe dio come m'interruppe e c'erano le poltroncine bianche sul palco e mi disse che non potevo andarmene così e il sole non può splendere per noi perché non capiva cosa vuol dire essere un ministro della Funzione pubblica e io sapevo che me la sarei rigirata come volevo e ho detto siete l'Italia peggiore e sono sceso giù dal palco dapprincipio non volevo rispondere guardavo solo i microfoni e i tornelli e i fannulloni e le gondole sul banchetto e io mezzo adormentato alle cinque mi svegliavano per controllare le ordinazioni delle gondole col carillon e le dovevo pure caricare oh e l'umidità a Venezia e lei che mi gridava dietro lei non può andarsene così e io pensavo bè una vale l'altra tra l'altro era alta quasi quanto me è inutile che si mettesse i tacchi a me non mi fregano lo sapevo che non era tanto precaria e che veniva da Roma e andai verso la porta verso l'uscita e lei diceva solo due secondi per favore e lo striscione mi è venuto addosso perché non li mettono più in alto e dicevano buffone vattene in montagna perché è andato via e allora me lo tirai tutto addosso lo striscione e mi dicevano la vera innovazione sono i precari nell'amministrazione e volevo investirlo, sì, e il suo cuore batteva come impazzito e diceva che fai m'investi e sì lo voglio Sì.
Yes! Questa è la nuova versione del brano di Kate Bush The Sensual World, (Flower Of The Mountain) ispirata al monologo fluviale di Molly Bloom nel gran finale di Ulysses.
Yes! Yes! Queste invece sono le ultime 50 righe del monologo di Molly, lette da Marcella Riordan.
In questi giorni pieni di idoli francesi e italiani a un passo dalla polvere, giova ricordare che è in circolazione nelle sale cinematografiche e in Rete il più bel pezzo mai scritto da un po' di tempo sull'ascesa e caduta di un essere vivente. Si trova nel film Rio 3D (Carlos Saldanha, 2011), e parla di un pappagallo. Di un Cacatua dal ciuffo giallo (cacatua sulphurea), per l'esattezza. In Rio il ruolo del villain è ricoperto sì, da Marcelo il bracconiere di uccelli selvatici insieme ai due aiutanti stupidi - eredità de La carica dei 101(Walt Disney, 1961) (Orazio e Gaspare) ; è però il perfido pennuto a rubare la scena. Lui adora essere cattivo, e la ragione è che un tempo era stato un divo della televisione e del cinema. Inizia a parlare così:
Oh, I know I'm not a pretty birdie... But I used to be quite a looker...The STAR! Lights. Cameras. Action!
Da notare la scena in cui si svolge il "numero": una vera e propria coreografia e scenografia alla Bob Fosse, dove pochi elementi illuminati che sbucano da un buio teatrale commentano le parole della canzone. Ad esempio, nel numero Cell Block Tango(nella versione italiana Il tango delle assassine) tratto dal musical Chicago , in cui sei donne che hanno ucciso i propri uomini raccontano la loro storia, le sbarre che si rincorrono ossessive ricordano le gabbie in cui stanno rinchiusi gli uccelli di Rio pronti per essere portati via:
Ma torniamo a Nigel. Lui inizia a cantare sentendosi naturalmente parte di un palcoscenico, ed è infatti - in un film tutto incentrato sui rapporti fra Natura e Cultura - un uccello praticamente rovinato dall'essere considerato umano.
I had it all: the TV shows, and women too I was tall... Over one foot two!
Nella versione italiana diventa più pudicamente
ma ero al top, alla tivù, con mille fan volavo alto ero proprio al clou!
Ma il destino cinico e baro gli mette in mezzo alle zampe a pretty parakeet to fill my shoes that's why I'm so evil, but I do what I do!
Questa dichiarazione di malvagità consapevole ha il suo capostipite nel discorso di Satana del Paradiso perdutodi John Milton:
Farewel happy Fields Where Joy for ever dwells: Hail horrours, hail [ 250 ] Infernal world, and thou profoundest Hell Receive thy new Possessor: One who brings A mind not to be chang'd by Place or Time. The mind is its own place, and in it self Can make a Heav'n of Hell, a Hell of Heav'n. [ 255 ] What matter where, if I be still the same, And what I should be, all but less then he Whom Thunder hath made greater? Here at least We shall be free; th' Almighty hath not built Here for his envy, will not drive us hence: [ 260 ] Here we may reign secure, and in my choyce To reign is worth ambition though in Hell: Better to reign in Hell, then serve in Heav'n.
Addio, campi felici, dove la gioia regna eternamente! E a voi salute, orrori, mondo infernale; e tu, profondissimo inferno, ricevi il nuovo possidente: uno che tempi o luoghi mai potranno mutare sua mente. La mente è il proprio luogo e può in se fare un cielo dell’inferno, un inferno del cielo Che cosa importa dove, se rimango me stesso; e che altro dovrei essere allora se non tutto, e inferiore soltanto a lui che il tuono ha reso il più potente? Qui almeno saremo liberi; poiché l'Altissimo non ha edificato questo luogo per poi dovercelo anche invidiare, non ne saremo cacciati: vi regneremo sicuri, e a mio giudizio regnare è una degna ambizione, anche sopra l'inferno: meglio regnare all’inferno che servire in cielo.
In italiano però il proclama di Nigel diventa un
Mi girano le penne ma non è un complimento
che sembra più una reazione stizzita ad un cambio di orario lavorativo. Nigel invece viene bruscamente licenziato dalla sua vita "umana". Lo sostituisce alla TV un grazioso parrocchetto locale (notare che lui, essendo un cacatoa, quindi proveniente dall'emisfero australe, è il classico "straniero cattivo" che si trova anche in tutti i film di 007) La sua ira è così funesta che sogna di vendicarsi e sovvertire tutto l'ordine aviario brasiliano: vuole che tutti gli ottanta milioni di uccelli siano brutti come lo è lui adesso, un Dorian Graycon le penne, con i segni del vizio e del rancore scritti in faccia:
All of you Brazilian birds All of eighty million birds I'll tell you what I'm going to do (Shaddap, now, SHADDAP! Just me.) I'm going to make you ugly too. Sweet nightmares! Uhahahahahaaa!!!
Così Nigel si ritrova a dover odiare i "fratelli di piuma" e addirittura a mangiarseli (è diventato cannibale, si ciba di cosce di pollo!) Si allea così con il bracconiere Marcelo e i suoi due scagnozzi. Assolda - sempre ricattando - una squadra di scimmiette ladre come rete di informatori. In questa scena "persuade" il capo-scimmia, con un metodo degno delle torture che Bugs Bunnyinfliggeva al suo cacciatore Taddeo:
Nigel è l'altra faccia del rapporto degli uomini con gli animali: se il pappagallo protagonista, Blu, è l'animale casalingo e pieno di buoni sentimenti perché ha avuto una "mamma" umana adottiva che gli ha insegnato quanto poteva (e di questo lui è riconoscente), Nigel è il risultato di come gli uomini possano rovinare gli animali facendo loro assaggiare e poi togliere "il successo", concetto squisitamente umano . Rio è un film su come sia contraddittoria la società umana riguardo agli animali, rendendo questi ultimi un minuto schiavi e il minuto seguente oggetto di cure incessanti per stabilire con loro un contatto. Il povero Nigel, abbandonato dall'umanità e dal successo nel mondo dello spettacolo, soccombe all'invidia e alla cattiveria.
Like an abandoned school, I've got no principles!
Gioco di parole intraducibile fra principle (principio) e principal (preside di scuola).
La camera da pranzo della casa dei fratelli Collyer, a New York, come venne trovata dalla polizia nel 1947.
Il primo di aprile è passato, ma la notizia che più si avvicina ad un pesce d'aprile è di tre giorni fa.
Riguarda un pensionato del Tuscolano (ampio quartiere a Sud-Est di Roma) che ha riempito di ogni genere di spazzatura la sua casa, di cui è comproprietario, e anche le sue due macchine. La polizia municipale si è trovata di fronte a tre tonnellate di rifiuti che occupavano ogni angolo della casa. Non c'era corrente elettrica, e le Forze dell'Ordine hanno dovuto strisciare al buio sopra e sotto cumuli di cianfrusaglie. E'stato stimato che ci vorranno almeno cinque giorni soltanto per portare tutti i rifiuti fuori dalla casa.
Il grave disturbo di cui soffre il pensionato è la disposofobia, ossia l'imprescindibile impulso ad accumulare oggetti di ogni tipo - anche se non servono - fno al punto da non potersi più muovere dentro casa. In inglese viene chiamata anche hoarding disorder(lett. "Sindrome dell'accumulo"). Questo disturbo può sembrare suggestivo, ma nella realtà dei fatti è un vero inferno per i parenti e i vicini di casa della persona accumulatrice (una testimonianza in questo blog); a New York è diventata leggenda la tragedia dei due fratelli Homer e Langley Collyer, rampolli di una famiglia benestante della New York d'inizio '900: alla morte dei genitori, i due fratelli si chiusero sempre di più nella casa di famiglia riempiendola di qualunque cosa riuscissero a trovare in giro, tanto che nel 1947 trovarono alla fine il cadavere smangiucchiato dai topi di Langley sotto una catasta di oggetti (Homer, l'altro fratello, paralizzato e cieco, era morto diversi giorni prima di fame). Il grande scrittore americano E. L. Doctorowne ha tratto spunto per un romanzo, Homer & Langley, ispirato alla vita dei due fratelli newyorkesi. A ben ragione: c'è infatti qualcosa in questa malattia di sinistramente affascinante, forse perchè uno dei pilastri dell'umanità è proprio quello di accatastare tutti gli oggetti che possano avere un qualche significato per il nostro vissuto (dalle statuine nelle tombe egizie che simboleggiavano la vita quotidiana al ruolo che hanno i musei nella cultura moderna). Senza scomodare la Terra Desolatadi T.S. Eliot (Con questi frammenti ho puntellato le mie rovine), se un centinaio di oggetti su cui inciampiamo in casa ci fa vivere meglio, perché non un migliaio? Ricordo che in un reparto Medicina dell'ospedale Umberto I -dove tanti anni fa fu ricoverata mia nonna - c'era una vecchietta che tutti chiamavano "ragnetto", perché camminava a gambe larghe (pare che la sua deformità fosse dovuta ad un avvelenamento da candeggina ingerita da giovane). Questa paziente aveva una particolarità: conservava tutte le mozzarelle che le venivano date durante i pasti. Quando morì, trovarono il suo tesoro caseario dentro al comodino: decine di mozzarelle andate a male. Il ricordo della vecchietta mozzarellomane mi ha sempre perseguitato durante tutti questi anni, e solo ora posso inquadrarlo come un caso ospedaliero di disposofobia. In realtà c'è un po' di questo disturbo in tutti noi, che tendiamo dopo un po' di vita trascorsa a "museificare" le nostre vite, come se senza tanti oggetti accanto non riuscissimo a lasciare nessuna traccia sulla Terra. La sequenza finale di Quarto Potere (Orson Welles, 1941) con la visione dall'alto di tutti gli averi di Charles Foster Kane è una versione epica della disposofobia, e la sola cosa importante ("Rosebud") finirà dentro al camino senza che nessuno dei presenti se ne accorga.
Un altro film, questa volta comico, o meglio grottesco, porta lo hoarding a livelli parossistici: Nient'altro che guai(Nothing But Trouble, 1991) di Dan Aykroyd. Questa pellicola ha avuto uno scarso successo di pubblico e critica, e obbiettivamente non è molto riuscita, ma trae la sua forza proprio dalla sua sgangheratezza, e oggi può essere vista come un inno all'accaparramento compulsivo. Si veda ad esempio la scena in cui il banchiere Chevy Chase e l'avvocatessa Demi Moore cercano di fuggire dalla casa maledetta del perfido giudice ultracentenario Valkenheiser di Valkenvania (un Dan Aykroyd sotto tonnellate di trucco)
Insomma, la disposofobia è dentro di noi, frenata a stento dai mobiletti portatutto Ikea, e aspetta solo un cenno per esplodere.
di recente mi hai domandato perché mai sostengo di avere paura di te. Come al solito, non ho saputo risponderti niente, in parte proprio per la paura che ho di te, in parte perché questa paura si fonda su una quantità tale di dettagli che parlando non saprei coordinarli neppure passabilmente. E se anche tento di risponderti per iscritto, il mio tentativo sarà necessariamente assai incompleto, sia perché anche nello scrivere mi sono d'ostacolo la paura che ho di te e le sue conseguenze, sia perché la vastità del materiale supera di gran lunga la mia memoria e il mio intelletto.
L'incipit della Lettera al padre scritta da Franz Kafkanel 1919 sembra essere la matrice segreta di due delle serie televisive comiche di maggior successo degli ultimi due anni: l'italiana Father and Son,scritta da Franceso Mandelli e Fabrizio Biggio per il programma I soliti idiotiin onda su Comedy Central e MTV dal 2009, e l'americana $h*! My Dad Says, scritta da Justin Halpern e in onda sulla CBS dal 2010. I soliti idioti è una raccolta di sketch dal tono insolitamente grottesco e surreale per una televisione italiana, da sempre orientata su una comicità basata sull'osservazione duella realtà di tutti i giorni. Ispirati direttamente alla serie comica inglese Little Britain(BBC7, 2003 - 2006) che abbatteva a colpi di personaggi ridicoli fino all'offesa ogni traccia di correttezza politica britannica, gli "idioti" italici sono volutamente sgradevoli e "antipatici", non hanno pietà per niente e nessuno. I risultati sono alterni: ad esempio Daffyd, "L'unico gay del paese" che ci tiene tantissimo a rimanere tale - mentre tutti intorno a lui sono molto più "avanti" quanto ad accettazione degli orientamenti sessuali, - prende di mira il concetto di minoranza e maggioranza in una società avanzata che si è già interrogata da un pezzo sulla questione.
Se si elabora invece un personaggio simile e lo si trasporta in un contesto italiano, le risate stentano a partire perché in Italia in molti casi non si accettano persone considerate "altre" e basta, quindi si perde la base su cui si dovebbe innestare il gioco satirico:
Guarda tutti i video dai migliori show di MTV in esclusiva solo su MTV On Demand STAI GUARDANDO:Dolce attesa - In piscina | I Soliti Idioti
Nel caso di Father and Son(il titolo è una citazione da una famosa ballata di Cat Stevens) Mandelli e Biggio fanno centro, proprio perchè propongono una sitcom che si basa sui personaggi invece che sui paradossi. Siamo a Roma, ci sono Ruggero,un padre sguaiato, ignorante e parolacciaro che ha come sua personale croce e contrappasso Gianluca, un figlio timido, colto e imbranato. Ad ogni puntata il padre tenta di "svegliarlo" con risultati disastrosi (per il figlio). Kafka aveva già centrato il problema:
Tu sai trattare un bambino solo come tu stesso sei fatto, con forza, strepito e iracondia; e nel caso specifico la cosa ti sembrava inoltre ancora più adatta, perché volevi fare di me un ragazzo forte e coraggioso.
Il figlio non si ribella mai a suo padre - un Franceso Mandelli con maschera in lattice e blazer blu che parla come un Franco Califanosotto acido - e forse, noi intuiamo, l'uno merita l'altro. Nonostante tutti i Daic***o !!!! che puntellano i dialoghi, il padre e il figlio sono molto meno "crudeli" dei personaggi di Little Britain, sopravvivono come Tom e Jerry sullo sfondo della Capitale. E se ogni volta che viene nominata Fabiana, la fidanzata di Gianluca, il padre ha una reazione simile a quella che hanno i cavalli con Frau Blucher (troppo brutta), il figlio ostenta ad ogni provocazione paterna una mancanza di reazione tale da rasentare la calma zen. Cosa che manda su tutte le furie Ruggero, che alla fine gioca puntualmente un brutto tiro (sempre a scopo educativo) a Gianluca, come si può vedere in questo episodio:
Attenzione! Il video seguente contiene linguaggio molto esplicito!
Father and Son è anche un po' la riedizione survoltata della coppia Bruno Cortona-Roberto Mariani (Gassman-Trintignant) de Il Sorpasso di Dino Risi: un "padre" che vuole far crescere un "figlio" fino alla morte di quest'ultimo, solo che il Gianluca della sitcom resuscita sempre, pronto a ridiventare il capro espiatorio delle imprese di suo padre (e questo è l'elemento Tom e Jerry). Di tutt'altro tipo è il padre di $h*! My Dad Says: interpretato dall'ex Capitano Kirk William Shatner, il 72enne Ed Goodson si vede arrivare in casa il figlio che è stato licenziato dalla rivista per cui scriveva e che non può più permettersi di pagare l'affitto di casa. Goodson è la classica figura del padre bisbetico e sempre pronto ad avere l'ultima parola, anche se questa si potrebbe rivelare rovinosa per tutti quelli che gli stanno intorno. Avendo ormai raggiunto l'età in cui si smette di temere il giudizio degli altri, si ritiene in dovere di esternare solo la verità, pensando di doverlo fare per il bene del figlio, che considera un bamboccione di ritorno. Kafka ci dà anche qui la sua definizione:
Si doveva essere felici di qualcosa, esserne soddisfatti, tornare a casa ed esprimerla, e la risposta era un sospiro ironico, una scrollata di testa, un picchiettare con le dita sul tavolo: "Ne ho viste di più belle", o "Che vuoi che mi dicano le tue preoccupazioni", o "Ho altro a cui pensare", o "Compratici qualcosa!", o "Senti lì che cose!". Naturalmente non si poteva pretendere da te entusiasmo per ogni piccolezza infantile, giacché vivevi tra affanni e preoccupazioni. Ma non éra questo il punto. Il punto era invece che dovevi sempre provocare in tuo figlio queste delusioni, per principio, grazie alla tua natura contraddittoria, di più, grazie al fatto che questa contraddittorietà, con l'accumularsi del materiale, si rafforzava incessantemente, tanto che infine divenne un'abitudine anche quelle rare volte che eri della mia stessa idea e queste delusioni di tuo figlio non furono più banali delusioni quotidiane, ma arrivarono a colpire nel segno, perché si trattava della tua persona, misura di tutte le cose. Il coraggio, la risolutezza, la fiducia, la gioia per questo o per quest'altro non duravano fino in fondo se tu eri contrario o se la tua ostilità poteva essere anche soltanto percepita; e percepita poteva essere quasi per ogni cosa che facevo.
La sitcom si basa sui rapporti non del tutto idilliaci padre solitario-figlio ritrovato. Il primo ama coltivare ortaggi in giardino (parla più volentieri ai pomodori), il secondo vuole installare Internet nella casa paterna e non si capacita come abbia fatto il genitore a sopravvivere senza. Nella gloriosa tradizione delle odd couples da Neil Simon in poi il padre è quello che rappresenta il Disordine e le Certezze della vita nello stesso tempo, laddove il figlio ha i suoi totem personali (pensa ancora di voler guadagnarsi da vivere scrivendo) e tutta l'incertezza di un figlio del 21° secolo. Completano il quadro Vince, l'altro figlio - di primo letto - ciccione e nevrotico, e sua moglie, bionda e nevrotica, entrambi agenti immobiliari di piccolo cabotaggio. La donna ha un'autentica venerazone per Jennifer Aniston, ed è qui che scatta una delle trovate più geniali della serie: il distacco dai precedenti modelli di sitcom "familiare". Negli anni '90 e nel decennio seguente i vari Friends, Melrose Place eccetera la facevano da padrone (oltre al modello di lusso e New York-oriented di Sex And The City). Erano tutte storie di persone non appartenenti alla stessa famiglia che lavorano e vivono insieme o in uno stesso appartamento o in case abbastanza contigue a stretto contatto di cellulare. Oggi questo schema in virtù della crisi economica è saltato, e abbiamo i giovani che fanno quello che possono, con i vecchi a sfottere crudelmente. E Jennifer Aniston, la protagonista di Friends ? Roba d'altri tempi, il fatto stesso che sia un modello per la moglie di Vince (E' la fidanzata d'America, viaggia, ha una vita interessante, con un perfetto corpo da yoga e una pelle talmente curata che la fa sembrar dipinta anche di persona!) dimostra quanto il suo personaggio sia "scaduto" a livello divistico.
Per concludere sempre con Kafka,
Penso allora a osservazioni che debbono aver tracciato veri e propri solchi nel mio cervello, come: "Già a sette anni dovevo andare per i villaggi col carretto"; "Dovevamo dormire tutti in una stanza"; "Eravamo felici quando avevamo qualche patata"; "Per anni d'inverno ho avuto le gambe piene di piaghe aperte, perché non avevamo di che coprirci"; "Da piccolo dovevo già andare nella bottega di Pisek"; "Da casa non ho mai avuto un soldo, nemmeno durante il militare, ero io che mandavo soldi a casa"; "Eppure, eppure... il padre era sempre il padre. Chi le sa, oggi, queste cose! Che ne sanno i figli! Nessuno ha patito queste cose! Le capisce oggi un figlio?". In altre circostanze questi racconti avrebbero potuto essere un eccellente strumento educativo, avrebbero incoraggiato, con una sferzata di energia, a superare le piaghe e le privazioni che già il padre aveva subìto. Ma tu non volevi questo, e la situazione grazie alle tue fatiche era cambiata completamente: non avevamo modo di distinguerci come avevi fatto tu. Una tale occasione poteva essere creata solo con violenze e sovvertimenti, sarei dovuto fuggire di casa (purché ne avessi la determinazione e la forza e la mamma, da parte sua, non avesse lavorato con altri mezzj in senso contrario). Ma tu non volevi niente di tutto ciò, lo definivi ingratitudine, esaltazione, disobbedienza, tradimento, pazzia. Mentre quindi da una parte con l'esempio, il racconto e l'umiliazione me lo rendevi allettante, dall'altra me lo proibivi con la massima severità.
Alla fiera del libro di Roma ho riso lungamente da sola e ho visto il futuro della musica davanti allo stand della Castelvecchi. C'era un libro sull'opera dell'artista "di strada" Banksy e, a sinistra, una copertina con una ragazza che addenta un vinile. Sembra la copertina di un disco degli anni '80, ho pensato. Infatti la ragazza ha i capelli frisé, cosa che andava molto all'inizio di quel decennio.
Una volta entrati, cioè una volta aperta la prima pagina, ci si imbatte nel titolo del primo capitolo: La gente sono brutti. Non è un errore, ma la trasposizione libera del titolo della canzone dei Doors, People Are Strange . E la gente che l'autore incontra nel suo negozio di vinili a Torino sono veramente brutti. Cos'è che rende la gente brutti? Il soggiacere a una passione sola, che fa scartare tutte le altre e fa vivere la vita al perenne inseguimento dell'istante supremo in cui si è certi di averla domata, questa passione. Cosa che non avverrà mai. In questo caso, il demone si materializza nel disco, o meglio, in tutto quello che il disco ha significato nel 20° secolo. Da qui partono i quesiti più strani che i clienti fanno ai due proprietari del negozio di dischi:
"Ce l'ha Amafun?"
"Cosa?"
"Amafun di quelli là, quelli del muro"
Panico.
"Vuoi dire The Wall dei Pink Floyd?"
"Sì però cercavo Amafun"
Panico 2.
"Forse The Dark Side of the Moon?"
"E, dai, quello lì".
"Comprate dischi di gente morta?"
"In che senso, morti i musicisti o morto chi lo vende?"
Ci pensa.
"Entrambi".
"Morricone era uno dei Camaleonti, vero?"
"Stavo cercando qualcosa do orientale-campionato"
"Tipo?"
"Ha presente Gazebo?"
"Altroché!"
"Ecco, faccia conto Gazebo, ma senza la voce e più orientale"
"Capito. Non abbiamo niente". (*)
La descrizione che Maurizio Blatto, l'autore-negoziante-demiurgo-psicanalista fa dei suoi clienti va oltre la sorridente bonomia che si riserva al mattocchio sgrammaticato cui capita d'imbattersi. Questa è gente tosta, provata dalla vita, che ha scelto nella propria esistenza di donarsi a uno o più generi musicali, venerando vinili di nascosto da fidanzate, mogli e figli.
Io ho sempre avuto paura dei negozi di dischi.
Quando ero più giovane spendevo parte del (mio) magro stipendio in LP (allora non c'erano i CD, e nemmeno Internet) da trasferire eventualmente su musicassette - era l'era dell'impianto stereo scuro scuro con giradischi col coperchio trasparente, radio, amplificatore e registratore a una piastra o due e due casse a lato, che se ti sbagliavi a premere un tasto passavi l'ora seguente a cercare di capire perché il disco non emettesse alcun suono - Ogni volta che entravo nel negozio di dischi era una lieve sofferenza, e non riuscivo a capire perché. Ora, dopo aver letto questo libro, capisco.
I negozi di dischi sono l'ultimo baluardo di una religione che si sta per estinguere. Io temevo inconsciamente, entrando e vedendo tutti quegli scaffali pieni di vinili, che se avessi tuffato le mani (che nel libro è indicato come "fare il castoro" ) nella sezione sbagliata sarei incorsa negli sguardi di compatimento del personale. Magari non era vero niente, ma l'idea di tirare fuori un disco e sentirmi inadeguata era troppo schiacciante. Preferivo poi non chiedere nulla al personale dietro il banco, temendo sonore risate. Mi documentavo prima e andavo a colpo sicuro, come si fa con gli assorbenti. Ne L'ultimo disco dei Mohicani c'è questo dialogo continuo fra il maniaco dei dischi (o "gabbia", nel senso che è scappato da un manicomio) e il venditore dei dischi stessi, che a volte cerca di sfuggire di fronte a delle manifestazioni di follia pura, a volte lenisce gli stati di disagio dei clienti mollandogli vinili "curativi" - il "secondo dei Black Rebel Motorcycle Club" ricorre spesso tra le pagine - , a volte invece si commuove e magari compra la misera collezione di un povero cameriere truffato e in bancarotta che voleva tanto comporre endecasillabi .
Nella descrizione surreale della vita da venditore di vinile (Nick Hornbynel suo Alta Fedeltà affronta un tema simile, ma lì un ammuffito negozio di dischi si fa metafora della vita di un uomo che non riesce a cambiare), Blatto afferma in modo irresistibile un concetto tristissimo: che l'uomo senza passioni non è nulla, ma che allo stesso modo le passioni sono proprio quelle che contribuiscono a ucciderlo. L'uomo, perché praticamente nessuna donna è raccontata mentre cerca o vende dei dischi - se si esclude un'esagitata signorina che prorompe in insulti pazzeschi quando le vengono rifiutati i suoi LP - le donne vengono messe sullo sfondo come mogli furenti e disperate dei collezionisti "con la scimmia del vinile", o conquiste non si sa quanto vere a suon di David Sylvianda parte di loschi figuri con
cravatta da agente immobiliare, con un nodo grosso come un pugno di Bud Spencer, basette stile tangenziale, con rientri e sfumature sulle due gote, ochiali da sole tirati sui capelli (in pieno febbraio) e mocassini da aperitivo in centro.(*)
Come mai non ci sono le donne? Blatto non si dà spiegazioni - e nemmeno Hornby - ma temo che una donna preferisca apprezzare la musica ascoltandola, piuttosto che stipare in una stanza centinaia di pezzi di plastica neri ciascuno dentro due buste (quella interna bianca viene chiamata "mutanda", non a caso). Molti uomini preferiscono invece affidare quel po' che rimane loro della vita accumulando oggetti, fra cui i dischi. O forse, più semplicemente, alle donne non viene concesso spendere per i padelloni (per le padelle, sì).
Ancora oggi, quando passo davanti a un negozio di dischi - quelli veri, non le catene che vendono gli stessi CD - provo un vago senso d'ansia. Mi manca la beissline, come dice uno dei racconti più belli, di cui esiste una lettura con sottofondo musicale a cura degli OfflagaDisco Pax:
I brani contrassegnati con (*) sono tratti da L'ultimo disco dei Mohicani, di Maurizio Blatto, ed Castelvecchi, 2010
Un'importante scoperta, pari a quella della tomba di Tutankhamon nel 20° secolo, sta scuotendo tutte le certezze finora raggiunte nel campo della Cultura, della Storia e dell' Antropologia. Sono date per certe le tracce di un gruppo di musicisti che cambiò il mondo nella seconda metà del succitato secolo. Questo gruppo - si sa per fonte certa da alcuni ritrovamenti iconografici - si chiamava The Beatles.
Uno dei guai delle cosiddette "ricostruzioni storiche" é che più passano i millenni e più si deve, per dirla con John Fante, "chiedere alla polvere" quando si deve fare Storia. I programmi televisivi di divulgazione storica, - figli di quei periodici che si vantavano di avere una "ampia e drammatica documentazione fotografica" come Playboy le donne nude - intrecciano filmati con voce fuori campo con interviste a storici e antropologi, ripresi in primo piano. Ritornando ai Beatles, il videomaker satirico americano Scott Gairdner ha creato con il suo gruppo nell'ottobre del 2009 un perfetto mockumentary in stile History Channel sul ritovamento delle vestigia di un celebre gruppo musicale...nel 3016. Sentire parlare dei Beatles con lo stesso tono in cui noi parliamo degli antichi Egizi è vagamente inquietante: molte cose si sono perse nel corso dei millenni, e il divertimento sta nel come gli elementi rimasti possono essere rimaneggiati in tutta serietà dagli accademici. Così abbiamo la ricostruzione completa di un'immagine dei Beatles, con Ringo Starr indicato come "uomo sconosciuto" (considerato che proprio in questi giorni ha avuto finalmente la sua stella nella Walk of Fame a Hollywood , non dovrebbe correre questo pericolo). I frammenti di fama rimandano a un celebre sonetto di Shelley,
Ozymandias :
I met a traveller from an antique land
Who said: Two vast and trunkless legs of stone
Stand in the desert. Near them, on the sand,
Half sunk, a shattered visage lies, whose frown
And wrinkled lip, and sneer of cold command
Tell that its sculptor well those passions read
Which yet survive, stamped on these lifeless things,
The hand that mocked them and the heart that fed.
And on the pedestal these words appear:
"My name is Ozymandias, king of kings:
Look on my works, ye Mighty, and despair!"
Nothing beside remains. Round the decay
Of that colossal wreck, boundless and bare
The lone and level sands stretch far away
Qui la sua traduzione (di Paolo Bernardini):
Incontrai una volta un viaggiatore, giunto da una terra antica E mi disse: ‘Due immense gambe di pietra, senza tronco Alte si ergono nel deserto. Accanto a loro, sulla sabbia Sommerso quasi, giace un volto distrutto, l’espressione irata, amara Le labbra contratte, il ghigno che solo dà il freddo comando Ci dicono quanto fu abile chi le scolpì, a leggere queste passioni Che sopravvivono ancora, scavate su quelle pietre senza vita: La mano che le figurò, ed il cuore che d’esse fu preda. E sul piedistallo tu leggi queste parole: ‘Il mio nome è Ozymandias, Re dei Re: Guarda all’opera mia, oh, poderosa, e dispera!’ Nulla più di questo rimane. Intorno alla rovina Di quel relitto immane, nuda e senza confini La sabbia piatta si distende, solitaria, all’infinito.
In effetti il finto documentario comincia proprio con le sabbie del tempo che svelano un antico cartiglio con su il famoso logo dei Fab Four. I professori interpellati fortunatamente non indossano pigiamini Star Trek ma normali completi da docente anglosassone (c'è tutta una teoria secondo cui il corpo docente deve vestire in velluto a coste - corduroy look - per apparire serio). L'unica cosa che li distingue dai loro omologhi dello scorso millennio sono i loro nomi: l'insigne antropologo si chiama Karl St. Cloud IV , il musicologo Miller Cumpford, il celebrato autore di "Dissotterrando i Rotoli perduti dei Beatles" si ritrova un impossibile dr. Four Brixton per nome. E il professore dell'Università di Nectaris a qualche centinaio di anni luce dalla Terra, che ha pazientemente ricostruito uno spartito dei Beatles, frammento dopo frammento, si chiama... Stephens January (letteralmente Stefani Gennaio) Beatles 3000 non è tanto una satira sui Beatles, quanto sull'impossibilità di stabilire con assoluta certezza delle prove "storiche" su qualunque cosa dopo tanti anni. Trattare le canzoni degli Scarafaggi come un qualcosa da ricostruire fa sorridere - come, musica pop! - ma che lascia alla fine un'orrenda certezza: saremo tutti destinati a diventare come il potente Ozymandias. Naturalmente la ricostruzione della musica è una cacofonia totale, - forse Gairdner e soci hanno tratto l'ispirazione da Revolution 9, il brano più sperimentale di tutta la discografia beatlesiana. Comunque, ecco il video :
John Lennon, Paul McKenzie, Greg Hutchinson e Scott Pippen...
Qui la traduzione del testo del video (i link in blu si riferiscono alle canzoni originali falsamente attribuite ai Beatles, un po' come le opere di Shakespeare):
E ‘ incredibile rendersi conto che sono passati più di mille anni da quando i Beatles hanno camminato su questa terra. “ Le notizie sulle prime registrazioni sono frammentarie, noi non sappiamo nulla dei Beatles, ma sappiamo che questi giovani – John Lennon, Paul McKenzie, Greg Hutchinson e Scott Pippen – furono fra i migliori musicisti mai esistiti.” I Beatles giunsero alla notorietà quando si misero in viaggio da Linverton verso l’ America, per esibirsi all’annuale Festival di Woodstock di Ed Sullivan. “ Tutti furono scioccati, voglio dire, la musica che andava per la maggiore era l’Opera, nessuno era abituato ad ascoltare un brano che non durasse meno di tre ore: i Beatles hanno cambiato tutto questo”. “…e furono così prolifici, composero così tante canzoni, Paperback Writer, Take It On The Run, Wipeout… " "…Don’t Stop Believing, Parents Just Don’t Understand, Jimmy Crack Corn, Battle Hymn of the Republic… Ed è veramente sorprendente come tutti I loro spartiti avessero una scala che andava dal DO al SI, quando ci si sarebbe aspettato al massimo dal DO al FA”. La loro musica dominò le classifiche, anche se vi era competitizione con rivali quali Michael Jackson, Louis Armstrong ed Ernest Hemingway. Sembrava che non ci fosse niente che i Beatles non potessero fare con successo. “1965. Shea Stadium. I Beatles vinsero il Superbowl, 21 – 7 contro i Giants. Fu un enorme avvenimento per l’atletica, e aiutò a sollevare lo spirito della popolazione dopo l’assassinio del presidente Nixevelt. “Per un po’ recitarono in alcune serie televisive, come I Love Lucy. Il trucco e le protesi prostetiche erano incredibili, non li avresti riconosciuti.” “Inventarono il gesto dei “Pollici in Alto”, un gesto che oggi non si vede più tanto, ma che la gente soleva farsi l’uno con l’altro, e i Beatles furono i primi a farlo” “Furono pionieri nell’arte dell’animazione, Paul McKenzie fece uno scarabocchio su un foglio di carta, quello che ne seguì fu Mickey Mouse.” Il loro più grande successo fu l’uscita del loro album più innovativo, Sgt. Pet Sounds and the Spiders from Aja “Purtroppo non ci rimane nessuna copia di questo album, servirono tutte per nutrire l’imperatore Gorlock. nel 2652. Comunque, mi sono impegnato a trovare i più bei temi mitologici al mondo. Abbiamo ricostruito antichi spartiti nella speranza di ricreare l’antico sound di quest’album. Ecco i nostri risultati. "Non appena l’album uscì, iniziarono a circolare delle voci che i Beatles si stavano per sciogliere. Naturalmente non lo fecero, e per decenni continuarono a crescere in popolarità e sapere, e nuovi membri si aggiunsero ogni anno. Oggi si può notare la loro influenza ovunque, dalle specie di insetti che hanno preso il nome da loro, ai bambini che chiedono cosa desiderano sedendoglisi in grembo il giorno di Beatale. “Sapete, non è facile parlare dei Beatles, ma c’è una cosa da dire: la loro musica vivrà per sempre nei cuori di coloro che hanno avuto i cuori congelati quando i Beatles erano ancora vivi.” La prossima settimana, un profilo di Orson Welles, il cineasta dietro il film acclamato dalla critica mondiale, Dracula morto e contento.
Greg Hutchinson: grande batterista jazz... non esattamente dello stesso colore del signore della foto del ritrovamento.
Scott Pippen: famoso cestista professionista nei Chicago Bulls negli anni '90.
Il Festival di Woodstock di Ed Sullivan : Effettivamente i Beatles parteciparono all' Ed Sullivan Show nel 1964, ma Woodstock era ancora di là da venire...
Pet Sounds: Album dei Beach Boysdel 1966, passato alla storia della musica per le sue innovazioni stilistiche. Non c'entra ma c'entra, perché ha influenzato pesantemente Sgt. Pepper Lonely Heart's Club Band.
And The Spiders From: Ebbene sì, David Bowie era solo un prestanome dei Beatles! Dopo mille anni la sconvolgente verità...
Aja: Album del 1977 degli Steely Dan , gruppo statunitense di fusion rock-jazz-pop . I Fab Four avevano buon gusto.
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