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Attenti all'asteroide!


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Silent Night, Eerie Night

Questa Silent Night  è la versione più struggente e allo stesso tempo più inquietante che possiate ascoltare. Potrebbe essere perfetta per un film dei fratelli Coen (inizio: un uomo deve andare a lavorare come Babbo Natale in un grande magazzino ma la sua auto va in panne in una delle tante strade della provincia americana. Cerca di fermare una delle tante auto che passano per farsi dare un passaggio per il posto di lavoro; si ferma una coppia all'apparenza gentile, ma che nasconde qualcosa di orrendo nel suo pick-up. Riuscirà Babbo Natale ad arrivare vivo a Santo Stefano?)
Cantano Richard Hawley, Jarvis Cocker e Lisa Hannigan.

Buon Natale.

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Undici undici undici


Speravo di postarlo alle 11:11.

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Il racconto dell'ortensia

"I absolutely loathe hydrangeas!"



Gentile sig.ra Ciccone,

Chi le scrive è un'esponente della famiglia delle Hydrangeaceae (ordine delle Cornali) : a volte ci inseriscono nella famiglia delle Sassifragacee, ma quelle sono solo erbe annuali o perenni, a volte succulente, e noi non ci appiattiamo sui sassi della Groenlandia sperando di non prenderci una gelata.
Noi veniamo dall'estremo Oriente, e ci caratterizziamo per i nostri corimbi o infiorescenze sterili. Fummo conosciute in Europa solo alla fine del '700, grazie al naturalista francese Philibert Commerson che dedicò la sua scoperta alla signora (si tenga forte, sto per arrivare al punto):
Hortense Barré Lepante, figlia del principe di Nassau.
Credo che a questo punto abbia capito chi si sta rivolgendo a lei: sono un' Ortensia, per l'esattezza un' Hydrangea Macrophylla.



Ho seguito per caso - da un televisore acceso che potevo osservare dal giardino - il trattamento riservato alle infiorescenze di una mia collega.




Lei ha affermato che ci odiava, anzi, che ci detestava (in inglese distinto - so un po' di inglese perché i proprietari del terreno semiacido che abito sono di quelle parti - diceva absolutely loathed , neanche fosse la regina Elisabetta). Ha preso e gettato da una parte le mie colleghe recise, invece di chiedere un bel vaso pieno d'acqua (non per niente ci chiamiamo  Hydrangee, "vasi d'acqua" in greco.) Aveva una smorfia sul viso che assomiglia alla nostra reazione quando siamo assalite da un esercito di afidi e ragnetti rossi.
Perché tanto odio?
Noi ortensie eravamo già coltivate in Giappone nel '600,  ed è solo grazie a dei "trafugatori di piante" (le frontiere nipponiche furono chiuse dal 1639 al 1856) che alcune di noi arrivarono in Europa, anche se all'inizio venimmo scambiate per viburni.  Siamo diffuse anche nei suoi Stati Uniti , con varietà come la Arborescens, la Quercifolia e la rampicante Semanii . Questo non per essere pedante, ma per ribadire che viviamo anche nel suo Paese, e meritiamo lo stesso rispetto degli umani.




Inoltre non abbiamo eccessive cure colturali - le faccio notare che le rose, da lei tanto amate, durano assai meno di noi! - , non temiamo le gelate - le rose, invece... - purché il nostro terreno non sia eccessivamente calcareo. Anzi, un po' di calcio aiuta i nostri corimbi a diventare rosa o rossi (al contrario, il solfato di alluminio aiuta i toni blu e azzurri). Inoltre, siamo piante dai fiori ermafroditi (sono quelli più piccoli al centro dell'infiorescenza), e questo dovrebbe dimostrare la nostra assoluta assenza di pregiudizi - cambiamo perfino colore a seconda della composizione del terreno! Inoltre, visto che lei adora tutto ciò che viene dalla Gran Bretagna (mi risulta si sia propagata anni fa, o, come dite voi umani, abbia sposato, un inglese), le faccio notare che la Regina madre amava tantissimo i nostri corimbi al punto da decorarcisi il capo.


Ho sentito da un'aspidistra parcheggiata davanti a un computer che lei avrebbe girato un video nel quale si scuserebbe con noi.



L'aspidistra dice che in realtà è tutta una presa in giro, un motivo ulteriore per prendersela con le nostre infiorescenze. Signora Ciccone, se lo lasci dire: lei ha una forte carenza di torba.
 

Aggiornamenti  

Il video che racconta il "dietro le quinte" dell' Hydrangeagate :

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Nu Shooz



Finalmente la gomma americana ha il suo riconoscimento



Altro che Christian Louboutin, o Jimmy Choo.

Queste scarpe hanno lo stesso potere mesmerizzante di un'opera surrealista, o di un film d'animazione di Tex Avery. Queste sculture per i piedi - chiamarle "scarpe" è molto riduttivo - sono uscite dalla mente di uno stilista israeliano, Kobi Levi . Ecco alcuni modelli, che possono essere utilizzati per celebrare ogni momento della giornata :



Olive Oyl 

Mother and Daughter

Trolley
Cafe Porcelain

Swan

Twogether

Per i momenti più piccanti, Kobi Levi ha realizzato queste decolletées hard (attenzione! Sono modelli severamente vietati ai minori di anni 18)

XXX

Blow
Nu Shooz  è la trascrizione fonetica un po' approssimata di New Shoes, "scarpe nuove". E' un duo - marito e moglie - di Portland, Oregon, che fa musica dance elettronica. Nel 1985 sbancarono nel mondo con questa loro I Can't Wait , tuttora campionata in brani più recenti:



I Nu Shooz fecero anche onore al loro nome con un altro video a passo uno pieno di - indovina - scarpe. Così il cerchio si chiude :


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Red Ronnie e l'effetto Pulp


" Io voglio vivere come la gente comune!..." "Ma che stai a' ddì!"


Il 20 gennaio 1996 nella sua trasmissione musicale Roxy Bar, in onda su Videomusic, il conduttore Gabriele Ansaloni, in arte Red Ronnie, ospitava il gruppo britannico dei Pulp.
La trasmissione stava andando decisamente per le lunghe, anche perché Red Ronnie a un certo punto si era messo a declamare la sua traduzione del brano che i Pulp sarebbero andati a suonare, la celeberrima Common People. Vivo sconcerto tra il pubblico e soprattutto fra i musicisti, che onestamente avevano l'aria un po' scocciata (forse pensavano "ma dove siamo capitati..."). Purtroppo non è più possibile vedere la registrazione del programma causa motivi di copyright, però è rimasta una testimonianza importante. Questa:



Lo sguardo di Steve Mackey, bassista dei Pulp, è di quelli che lasciano il segno.

Questo sguardo avrà conseguenze nefaste per Red Ronnie nei decenni a venire. Infatti nel maggio del 2011 Red darà la colpa del mancato concerto - da lui organizzato - LiveMi in galleria del Corso a Milano all' "effetto Pisapia". In realtà la colpa non è del candidato alla poltrona di sindaco di Milano, ma della concomitante reunion dei Pulp che si teneva proprio in quei giorni a Tolosa in Francia. La triangolazione di questi eventi - il Roxy Bar nel 1996, il mancato concerto a Milano, i Pulp in reunion in Francia e poi in Spagna nel 2011 - è una coincidenza spazio-temporale da far sbiancare Roberto Giacobbo di Voyager. La vendetta dei Pulp per quella puntata di Roxy Bar ha portato alla disfatta di Red Ronnie, e di conseguenza alla sconfitta di Letizia Moratti.

Anche se ufficialmente dicono che è stato Pisapia.






Aggiornamenti:


Colpito dalla Maledizione dei Pulp, Red Ronnie vuole tornare a Bologna.


Aggiornamenti 2:

Trovato il video maledetto. Ecco il link:



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Mosaici in mostra

La tesserina di un mosaico è l'antenato del pixel.

Queste immagini provengono da una mostra che si è recentemente conclusa a Roma, nel chiostro della Basilica di San Lorenzo Fuori le Mura, e sono i lavori degli allievi della Scuola di mosaico del II C.T.P. (Centro Territoriale Permanente) di via Tiburtina Antica :





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Glicini alla riscossa


Il glicine più esteso al mondo, nella Sierra Madre (Contea di Los Angeles, California): 118 anni, 0.4 ettari e 250 tonnellate di peso!


La Wisteria Sinensis , nota anche come Glicine , è una delle piante rampicanti che rende perfettamente l'idea di come la Natura possa trasformare un organismo vivente. Nelle altre stagioni il glicine si presenta come un groviglio di rami dalle radici che corrono sottoterra e scalzano via le altre piante, le cancellate e pure l'asfalto. A primavera la trasformazione.

Nel giro di due giorni le famose infiorescenze lilla - ma possono essere di altri colori - riempiono ogni spazio tessuto dai rami, e il profumo si percepisce al di là dei tubi di scappamento delle auto. Qui alcune immagini riprese in via Tiburtina:


Queste altre sono state riprese in zona Porta Pia - Nomentano: Chi mi segnala altri glicini a Roma?

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Piccioni da Oscar!

Non si tratta di Piero Piccioni, il celebre compositore di colonne sonore degli anni '60 e '70, ma di quei simpatici pennuti (o antipatici, a seconda dei punti di vista) che da millenni ci svolazzano sulle teste, mangiano come se non ci fosse un domani, danno la caccia a tutte le femmine intorno a loro e non conoscono la parola "stitichezza"! Praticamente umani.
Perché dunque non far loro interpretare alcuni dei film premio Oscar 2011?

(cliccare sull'immagine per vedere il manifesto originale)





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Ritorno al futuro


Grande Giove...



Cosa rende una foto una foto? Non è soltanto la resa su pellicola (ora in pixel per sopraggiunto progresso) di un soggetto qualsiasi, ma la raffigurazione del Tempo in persona. Se nel passato lo scorrere degli anni veniva raccontato, nei casi migliori, da qualche ritratto o statua e per il resto da descrizioni letterarie, con l'avvento dell'immagine il passato e il presente sono Qui e Ora. Il cinema continua ad immortalare volti e corpi destinati a invecchiare e scomparire, e fa un certo effetto vedere un film di cinquant'anni fa e sapere che il piccolo esercito che lo ha aiutato ad esistere si è nel frattempo estinto. Noi abbiamo nei nostri cassetti decine di immagini di noi stessi ripresi in varie epoche della nostra vita, laddove le famiglie reali di secoli fa disponevano "soltanto" del ritrattista di corte che li doveva dipingere per consegnarli "in eterno" al popolo e ai posteri, e quindi aveva bisogno di alterare un po' fisionomie e lineamenti (niente a che vedere con la Photoshoppizzazione odierna, che è piuttosto il desiderio di allinearsi ai canoni estetici tracciati dai media). I tipi dentro quelle foto stazzonate col bordino dentellato, quelle polaroid dai colori ormai impastati ci guardano come se continuassero a vivere in un periodo tutto loro in attesa che qualcuno dal futuro stabilisca un contatto. La fotografa argentina Irina Werning ha creato la De Lorean adatta: ha chiesto a varie persone di mettersi nella stessa posa in cui stavano in una loro vecchia fotografia. Il contesto è uguale, lo sfondo pure, persino i colori vintage - con un minuzioso lavoro di post-produzione - sono identici. Sono le persone, nello stesso "quadro" della loro infanzia, ad essere irrimediabilmente invecchiate. Il risultato è altamente inquietante, come se fossero intrappolate nel loro stesso passato. Viene in mente Jumanji (1995),



un film "per ragazzi" che parte dallo stesso concetto della Werning: un ragazzo rimane prigioniero in un gioco da tavolo per ventisei anni, e chiede ad altri due ragazzi che ventisei anni dopo stanno facendo lo stesso gioco di liberarlo. Il ragazzo ovviamente è cresciuto (lo interpreta Robin Williams), e tutta l'operazione diventa via via - nonostante l'uso degli effetti speciali, come giungle paludi e coccodrilli che invadono casa - sempre più triste e grottesca: stringi stringi è la storia di un qualcuno che non è potuto crescere e che chiede disperatamente aiuto. Più indietro nel tempo abbiamo Bette Davis che non riesce a tirarsi fuori da Baby Jane Hudson in Che fine ha fatto Baby Jane? (1962) e piroetta in soffitta col fiocco in testa canterellando I've Written A Letter To Daddy .



Tutti questi ritratti "dissociati" fanno parte di una corrente della fotografia che, lungi dall'offrire un risultato "bello" a chi guarda, si prefigge piuttosto di fornire una riflessione sul modo in cui noi stessi amiamo guardarci da quando la fotografia da arte di atelier posseduta da pochi

Quando mio nonno
Caporal di fanteria
Stava quattro giorni in posa
per mandare a Rosa
La fotografia!

è diventata un'arte alla portata di tutti i cellulari o smartphone. Aggiungendo un elemento dissonante come lo stesso soggetto ripreso ad anni di distanza, Irina Werning ci costringe a guardare queste immagini "banali" e senza pretese artistiche (non a caso il risultato meno convincente lo si ha proprio con una foto "di studio"; sembra che il soggetto sia lo stesso invecchiato artificialmente):



Pose innocenti di bimbe seminude si trasformano, una volta che dette bimbe crescono, in qualcosa di leggermente imbarazzante, facendoci aprire gli occhi sul concetto di "innocenza":



Un'operazione molto simile è stata fatta dalla francese Clarisse D'Arcimoles con la mostra
Un-Possible Retour . La D'arcimoles gioca stavolta non con la memoria di estranei, ma con quella della sua stessa famiglia. Il risultato è, se vogliamo, più vibrante emotivamente rispetto all'analisi della Werning, come testimonia questa foto:


Nella seconda foto non compare uno dei due personaggi: è il papà. Rimane la figlia, grande, con delle bolle di sapone. E' dai tempi di Ritorno al Futuro (il film), in cui Marty McFly guarda la foto di famiglia che si è portato appresso e scopre di non esserci più - non sarebbe mai nato - che lo scorrere del tempo non è stato più raccontato in modo così efficace.

Qui un video sulla minuziosa preparazione degli scatti di Un-Possible Retour:



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Il magnetino supremo



In principio era il frigorifero.

Questo elettrodomestico ha salvato migliaia di cibi dalla marcescenza precoce, e permesso a centinaia - poi migliaia - di famiglie di mettere da parte i cibi, di non passare metà delle loro vite a fare la spesa e soprattutto di trovare sempre qualcosa da bere e da mangiare, specie negli orari non canonici (prima c'era, per le famiglie più abbienti, la ghiacciaia,
con la colonna di ghiaccio all'interno, ma non è la stessa cosa). Una pubblicità italiana dei primi anni '50 prometteva che il frigorifero avrebbe terminato quel "duello al sole" degli italiani contro il cibo andato a male.
Una volta assimilata la presenza del frigorifero e conseguentemente ridotta la sua sacralità come oggetto, - all'incirca da quando si è cominciato a chiamarlo frigo e si è smesso di sbirciare se si spegneva la luce interna una volta serrato lo sportello - arrivò un nuovo oggetto.Uno dei giochi "educativi" (non ancora educational) negli anni '70 erano le letterine di plastica magnetiche Quercetti. Erano in realtà delle formine in plastica colorata, cave all'interno, con un piccolo vano al centro contenente una minuscola calamita. Il dramma per me era quello di perdere la calamitina - nera, con una scanalatura al centro - e di smagnetizzare così la lettera. (Gli anni '70 sono stati il periodo d'oro dei giocattoli con i vani nascosti, come il micromangiadischi dentro la schiena della bambola Michela).
Qualcuno, forse qualche mamma, iniziò a far comporre parole con le letterine sulla superficie più magnetica della casa: quella del frigo.
Il ghiaccio era rotto.
La bombata superficie dell'elettrodomestico non faceva più parte di un'entità sacra posta in mezzo alla cucina. Si stava per trasformare in una sorta di tabula rasa candida e smaltata su cui attaccare quello che dovevamo ricordare (e che i nostri cervelli rifiutavano di trattenere). Questo, almeno, era lo scopo primario delle prime "calamite da frigo". In seguito aumentarono le funzioni secondarie dell'oggetto, trasformando il magnetino in un contenitore di messaggi. Come mai, ad esempio, vi sono in commercio tante miniature di prodotti industriali? Oltre che per motivi di promozione, la ragione segreta potrebbe essere
una ulteriore digestione della pop art (che già usava la "trivialità" della merce per il suo discorso artistico). Si appendono al frigo miniature di ogni tipo di merce come nell'epoca vittoriana si costruivano case di bambola nei minimi dettagli: per celebrare ciò in cui si crede di più. Questo legame fede-magnetini sarà sempre più sviluppato con la successiva ondata delle "placche" recanti ogni sorta di avvisi. E' interessante come il frigorifero, posto in cucina ossia nel luogo dove si passa una buona parte del tempo a consumare e preparare cose buone - a differenza del bagno, dove si passa invece il tempo ad espellere e lavare via altre cose, e infatti lì non viene appeso nessun magnetino - sia diventato
il ricettacolo delle nostre personalità, attirando messaggi come nessun muro di casa riesce più a fare. Naturalmente sono sorte ditte specializzate nella costruzione e assemblaggio di magnetini, come questa FunkyFridge americana che vanta più di 1500 articoli per tutti i gusti, compresa una riproduzione della copertina di una vecchia "guida all'amor coniugale".

Comunque, il magnetino ha una sua forza culturale tale da impedirgli di diventare un oggetto vintage col passare del tempo (Ti ricordi quando andavano di moda i magnetini? Ah, che tempi quelli! ). Si andrà sempre in cerca del modello che ponga fine a tutti gli altri magnetini, appunto un magnetino supremo che una volta applicato alla porta del frigo ci metterà magari in contatto con le altre civiltà dell'universo:

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Siringhe 2 - "Synchronize" di Discodeine feat. Jarvis Cocker



Time that heals and destroys...



A proposito di siringhe, ecco un video che sembra mostrarne una, ma non è proprio così. Si tratta del video ufficiale di Synchronize (2010), brano ispirazione disco a cura dei Discodeine, duo elettronico-e-tante-altre-cose-ancora francese. Le liriche di Synchronize sono di Jarvis Cocker, che partecipa nel video ufficiale anche in veste di attore. Il pezzo è molto electrodance inizi anni '80, con la voce di Jarvis che si diverte a languideggiare tipo Amanda Lear (linea melodica "lenta" in contrasto con una ritmica veloce, con tanto di disco-archi, quelli per intenderci che stanno anche alla base dell'arrangiamento di Triangolo di Renato Zero).





Se il testo parla di come un colpo di fulmine in discoteca metta improvvisamente due persone in sincronia con tempo, spazio, luci stroboscopiche e batteria (del resto anche un certo Dante Alighieri parlava alla fine del Paradiso di un amor che move 'l sole e l'altre stelle , e non c'erano discoteche Lassù), il video, diretto dal francese JF Julian consiste in tre frammenti di vite in tre camere di un misterioso albergo che sembra quello di Barton Fink dei fratelli Coen. Un uomo e una donna si spogliano e preparano un qualcosa che sembra un'iniezione di eroina, invece è una seduta di tatuaggi. Una donna si fa una doccia ed esce dal bagno con l'accappatoio per sdraiarsi sul letto e accendersi umida una sigaretta sotto un crocifisso. Jarvis guarda la tv al buio, medita, e ad un certo punto inizia a danzare nella stanza come se fosse trascinato dal ricordo di qualcosa.
Cosa lega questi tre frammenti? Possono essere tre storie diverse, oppure il prima e il dopo di una storia d'amore (con Jarvis che rimembra), oppure ancora, la donna sola e Jarvis sono i due componenti della coppia della stanza 507 ripresi anni dopo, ormai scoppiati - lei ha un tatuaggio sul braccio, e lui gli occhiali - . Ogni ipotesi è possibile, e il video non ne scarta nessuna. Da notare l'uso reiterato del montaggio di tipo connotativo: noi non "vediamo" due persone che si bucano in una stanza d'albergo, ma una serie di dettagli che ci fanno anticipare mentalmente come la sequenza potrebbe concludersi : 1) Dettaglio di una mano che sfrega un braccio con un batuffolo:



2) Dettaglio di un liquido colorato che entra in un contenitore stretto e lungo:



3) Primissimo piano di Jarvis che si copre gli occhi con la mano, come a ricordare ciò che ha visto (e che vedremo noi fra poco):




4) Particolare dell'occhio della donna sola, visto da dietro la porta smerigliata del bagno (importante, perché ci fa immediatamente pensare che qualcosa di ciò che pensiamo accadrà sia successo anche a lei):



5) Dettaglio sfocato di una punta che sta per essere immersa in una ciotola piena di un liquido misterioso:



Durante tutta la sequenza il ritmo è sostenuto dai cinque stress di syn - chro - nize - to -night, e alla fine viene svelato il mistero: vediamo una misteriosa seduta rituale a base di tatuaggi (altro che bunga bunga!). Non è reso esplicito però il perchè di questi tatuaggi - droghe dissimulate? Dipendenze affettive? - Lo stesso Jarvis che viene preso a metà video dal demone della disco, ballando come un burattino a cui abbiano tolto momentaneamente i fili, alla fine conclude con un primo piano in cui tira una lunga boccata da una sigaretta. Molto francese. Per il videomondo di oggi, roba da codice penale.Non è la prima volta che il Nostro poi si fa riprendere sdraiato su un letto sfatto a meditare sui peccati del mondo: basti vedere il video di Do You Remember Your First Time? (1993), tratto dall'album His 'n Hers dei suoi Pulp:



E' curioso come lo stesso movimento basculante di macchina (che abbraccia sia Jarvis che tutti gli altri personaggi del video in una giostra senza fine) lo ritroviamo ne Le conseguenze dell'amore di Paolo Sorrentino (2004), la scena in cui - una volta a settimana - il protagonista si inietta l'eroina:




A questo punto sorge una domanda: Synchronize è forse Le conseguenze dell'amore rifatto nel 21° secolo, con Jarvis come Titta Di Girolamo ?

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47 morto/a che parla!





...E io pago!

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Alla Fiera del Libro



Considera l'aragosta: il manifesto di Più Libri Più Liberi 2010


La fiera della piccola e media editoria Più Libri Più Liberi si è conclusa da qualche giorno.
Io c'ero (come tutti gli anni, del resto). L'idea di scovare dei titoli che probabilmente non faranno mostra di sè da nessuna parte mi fa sopportare volentieri la scarrozzata di un'ora circa da dove abito fino all'EUR. Per chi non lo sapesse, sono quasi cinque chilometri. Una volta saliti sull'autobus e procedendo indomiti lungo la Cristoforo Colombo - l'arteria principale che conduce Roma ad Ostia e al litorale - , s'intuisce tre fermate prima dell'arrivo quelli che devono scendere per la fiera.
Hanno tutti la sportina di tela.
Ci deve essere un legame profondo fra le sportine di tela, dotate di manici lunghi che se solo le riempi per metà ti segano la spalla in due, e la Fiera del Libro. Non c'è nessuno che si porti appresso, che so, una borsa di Prada o una Louis Vuitton (taroccate o meno): molti hanno l'esigenza di portare queste scomodissime borse stampate in vari modi, dal negozio bio a Mafalda appena alzata che dice Oggi mordo! Seguendo le sportine, si arriva all'atrio del Palazzo dei Congressi, dove è stata allestita un'enorme biglietteria in cima alla scalinata. Qui si scatena la ridda degli aventi diritto con in mano biglietti di vario tipo: completamente gratis, con riduzioni varie, interi. Ai due lati della biglietteria spazzata dal vento freddo dell'EUR (la fiera è a dicembre) battono i denti i librai più sfigati dell'universo: i venditori africani di libri con storie africane dentro. Cercano di inseguire in mezzo al vento i partecipanti alla fiera con i loro volumi africani, confidando nel latente senso di colpa che alberga in tutti quelli che comprano i libri (e che non alberga affatto sulle spiagge fra i potenziali clienti dei venditori ambulanti di aquiloni e asciugamani). Dopo essere sfuggiti alla morsa del terzo mondo - perché il terzo mondo preferiamo godercelo al caldo dentro al Palazzo con un espositore possibilmente della nostra etnìa a spiegarci le cose - ci vengono schiaffati in mano dei volantini con uno sconto nel caso volessimo fiondarci a comprare un eBook , o lettore di libri elettronico. Con i volantini in mano varchiamo la soglia della Fiera, e ci accolgono i vari stand con le trasmissioni radio in diretta dall'evento, i vari salottini microfonati si accavallano fra di loro mentre tu cerchi di capire chi intervista chi. Fuori dai salottini in fila, il formicaio degli stand si stende davanti agli occhi: non è Francoforte o Torino, ma vista dall'alto la fiera fa una certa impressione.


Le case editrici piccole o medie trattano cose che voi umani non potreste (infatti molti degli operatori avevano un'espressione da replicante). Sono stata corteggiata a lungo da un signore che voleva vendere dei testi che avrebbero "cambiato il mondo", ho stretto la mano alla famosa traduttrice letteraria Susanna Basso, sono stata mandata da uno stand all'altro in cerca di una persona che conoscevo e che sapevo essere lì . Intorno le sportine danzano e ciascuno si riempie di primi capitoli di libri come se fossero figurine. Ne ho uno su un omicidio ambientato nella Londra vittoriana (luogo ideale per omicidi e perversioni, meglio di Stoccolma). Quello che mi affascina sono non le piccole, ma le piccolissime case editrici che danno gadget a tutti affinchè ci si ricordi di loro. Ho persino dei talloncini con le copertine dei loro libri - tra l'altro lo sforzo che fanno i grafici per le copertine è inversamente proporzionale alla grandezza della casa editrice - Qui un esempio di grafica minimal-anni '50 dalla 66thAnd2nd :




Oppure quest'altro, più tradizionale, dalla Hacca:



Un esempio del tipo di gente che si può trovare alla fiera lo si può trovare in questo piccolo slide show leggermente rielaborato da me in forma pittorica:




Uscendo dalla fiera sul far della sera si ripomba dal rosso dell'interno al buio dell'esterno, e si finisce per acquistare sulla scalinata anche il libro di ricette dell'Africa equatoriale che il venditore - buio anche lui - ti porge sapendo ormai che tutti quei libri hanno finito per aumentare i tuoi sensi di colpa nei confronti del mondo. Alla fermata dell'autobus direzione centro incontri crocicchi di persone che sono anche loro experienced come te, e stanno accasciate sulla semi-panchina anti-bivacco, un gluteo sì e uno no e il resto del corpo bilanciato dalla sportina i cui manici fanno sanguinare le mani.
Perché chi va alla fiera del Libro è, sotto sotto, un martire.