Come ti vedo ti fulmino...
Sono stati fatti grandi festeggiamenti e versati fiumi d’inchiostro per i cinquant’anni di Madonna. Siccome questo è un blog piccolo e senza pretese, ho deciso di festeggiare i 45 anni di Jarvis Cocker.
Ho già parlato di un suo vecchio pezzo in un mio post precedente (Spie e spioni. Il caso Pulp); questa invece è una canzone tratta dal suo album solista del 2006, Jarvis. Si chiama Don’t Let Him Waste Your Time, era stato scritto originariamente per Nancy Sinatra. Ecco la prima versione live, tratta da una trasmissione inglese del 2004 condotta da Jonathan Ross:
Ha un video molto divertente. Ispirato alla gag dei titoli di testa di Una pallottola spuntata 33 1/2 (l'insulto finale) (la soggettiva dell’auto della polizia che irrompe in qualunque luogo),
mostra Jarvis nei panni di un tassista a Londra intento a dare buoni consigli alla bella passeggera in ambasce amorose, solo che li dà evitando di mettere le mani sul volante, con tutte le conseguenze…
Il testo di Don’t Let Him Waste Your Time è infatti una piccola predica (i nati sotto il segno della Vergine, del resto, amano predicare col ditino puntato) sul fatto che bisogna evitare come la peste coloro che in amore “fanno perdere tempo” per poi decidersi magari altrimenti. La canzone-predica ha comunque origini antichissime, dai Cautionary Tales o racconti ammonitori della canzone popolare irlandese e americana, fino a buona parte degli anni d’oro della musica soul negli anni ’60 (basta pensare a You Can’t Hurry Love delle Supremes per fare un esempio: non bisogna affrettare l’amore!, afferma convinta Diana Ross).
Don’t Let Him Waste Your Time
well you can stay all night if you want to
you can hang out with all of his friends
you can go and meet his mother and father
you better make sure that's where it ends
cause baby, there is one thing you gotta know....
let him read your palm and guess your sign.
let him take you home and treat you fine....
but baby, don't let him waste your time
don't let him waste your time
cause the years fly by in an instant
and you wonder what he's waiting for
and then some skinny bitch walks by in some hotpants
and he's running out the door
so remember that one thing that you gotta know...
let him read your palm and guess your sign
let him take you home and treat you so fine
but baby, don't let him waste your time
You ain't getting no younger
and you've got nothing to show
so tell him that it's now or never
and then go go go go go!!!
he can have his space and he can take his time
and he can kiss ya where the sun don't shine
baby, don't let him waste your time
don't let him waste your time...
Non farti usare mai
Tu puoi andare in giro la notte
E anche uscire con gli amici suoi
Puoi andare a pranzo dai suoi genitori
E’ sempre meglio prima che poi
Ma una cosa sola tu dovrai sapere…
Che ti legga la mano o indovini chi sei
Che ti porti lui a casa e ti richiami poi, ma
Da un uomo non farti usare mai
Non farti usare mai
E gli anni passano e neanche li vedi
E tu ti chiedi cosa aspetterà
E c’è una squinzia coi tacchi a spillo
E la corda lui taglierà
Ricorda quel che dovrai sapere…
Che ti legga la mano o indovini chi sei
Che ti porti lui a casa e ti richiami poi
Da un uomo non farti usare mai
Non farti usare mai
Giovane non ci torni
Ma di cosa puoi vantarti
Digli che è adesso o mai
E poi vai vai vai vai vai vai!!!
Lui può prendersi tutto quanto il tempo che vuole
E baciarti persino dove non batte il sole, ma
Da un uomo non farti usare mai
Non farti usare mai...
Nella mia versione ho trovato un grosso ostacolo proprio nel titolo: letteralmente non significa “non perdere tempo”, ma “non lasciare che LUI ti faccia perdere tempo”. Come farlo entrare in un verso solo, inoltre mantenendo il suono [ai] alla fine? Ho finito per cambiare tutta la frase lasciando – si spera – il senso originale, e time è diventato mai . La skinny bitch in some hotpants poi non ha riscontri in italiano; si tratta di una donna che fa della sua magrezza la chiave del suo successo – hanno pubblicato anche la Dieta Skinny Bitch di recente - . Qui è detto in tono chiaramente di disprezzo, quindi un termine come squinzia, seguito da tacchi a spillo (hotpants non si può rendere con calzoncini, troppo colonia marina e poco sesso) potrebbe andare.
Con questo spero di aver reso l’idea sostanziale del pezzo, che è sarcastico come la maggior parte delle liriche di Jarvis, ma ha un suo fondo dolente, anche se la musica ha molti echi anni '60 (Phil Spector ecc.). Che nessuno perda tempo!
Happy Birthday, Jarv!
Pubblicato da Tamcra alle 02:12
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Lo scherzo infinito
Vorrei parlare di David Foster Wallace, e della sua morte improvvisa, ma preferisco riportare un brano tratto da Una cosa divertente che non farò mai più (A Supposedly Fun Thing I'll Never Do Again), un reportage da una crociera extralusso nei Caraibi ommissionato allo scrittore nel 1998.
Qui Wallace descrive il mondo delle crociere, chi ci lavora, chi le comanda, chi se le gode, chi è invidioso della nave attraccata accanto alla sua, ecc.ecc. La sua è una scrittura lungi dall'essere sprezzante nei confronti delle cose e persone che descrive; l'agghiacciante si stempera nel pietoso, e tutt'e due sfociano nel comico assoluto. Qui in particolare si sofferma sulla radiosa e ricattatoria brochure pubblicitaria della nave extralusso Nadir su cui s'imbarcherà a breve. Da notare l'uso delle digressioni a piè di pagina nel racconto, degno del Tristram Shandy di Laurence Sterne.
Cap. Quattro, pagg. 20 – 22 (ed. Minimum Fax, 1998 – Trad. Gabriella D’Angelo e Francesco Piccolo)
“Vi basterà affacciarvi dalla nave e guardare il mare per sentirvi già profondamente solevati. Mentre vi lascerete trasportare come una nuvola sul’acqua, il peso della vita quotidiana svanirà come per magia, e vi sembrerà di galleggiare sopra un mare di sorrisi. Non soltanto quelli dei vostri amici passeggeri, ma anche quelli del personale di bordo. Mentre uno steward vi servirà con piacere qualcosa da bere, gli accennerete qualcosa circa i sorrisi dell’intero equipaggio. Lo steward vi spiegherà che ogni membro dello staff Celebrity trae piacere dal compito di rendere la vostra crociera un’esperienza completamente libera da preoccupazioni e dal trattarvi come un’ospite d’onore (13). Inoltre, aggiungerà, non esiste altro posto al mondo dove vorrebbero stare. E voi, voltandovi a guardare il mare, sarete completamente d’accordo con lui”.
La brochure della Celebrity 7NC usa sempre la seconda persona plurale. E’ una scelta assolutamente appropriata. Perché nella concezione della brochure, l’esperienza della 7NC non è descritta, ma evocata. La vera seduzione della brochure non consiste tanto nell’invito a sognare quanto nella vera e propria costruzione del sogno. Questa sì è pubblicità, ma con uno strano risvolto autoritario. Nei normali spot rivolti a un pubblico adulto, fanno vedere persone bellissime in un momento di felicità che rasenta l’illegale, con dialoghi che includono il nome di un certo prodotto, e si suppone che voi sogniate di essere proiettati nel mondo perfetto della pubblicità attraverso l’acquisto di quel prodotto. Nelle solite pubblicità, in cui la vostra capacità di azione e la vostra libertà di scelta devono essere manipolate, l’acquisto presupposto dal sogno; è il sogno che viene venduto, e non c’è nessun’altra proiezione vera e propria nel mondo della pubblicità. Non si ha mai la sensazione che ti stiano facendo una vera promessa. E’ questo che rende la solita pubblicità fondamentalmente fiacca.
Confrontate questa debolezza con la forza pubblicitaria della brochure della 7NC: l’uso quasi imperativo della seconda persona, i dettagli minuziosi che si estendono persino a quello che direte ( Siete voi che dite “sono perfettamente d’accordo””e “facciamo tutto!” ). Nella brochure della crociera, voi siete esonerati dalla fatica di costruire il sogno. Lo fa la pubblicità al posto vostro. La pubblicità, insomma, non manipola la vostra capacità d’azione, né la ignora: semplicemente, la sostituisce.
E questo atteggiamento autoritario – simil-genitoriale – crea una promessa davvero speciale, una promessa diabolicamente seducente, che d’altra parte è quasi sincera, perché è una promessa che la crociera extralusso ha tutte le intenzioni di mantenere. La promessa non consiste nel fatto che avrete la possibilità di godervi la vacanza, ma che ve la godrete di sicuro. E loro si assicureranno che ciò accada. Studieranno in maniera microscopica ogni virgola di ogni forma di divertimento in modo che neanche la temibile azione corrosiva della vostra coscienza di adulti né la vostra volontà né i vostri terrori manderanno il vostro divertimento a farsi fottere. La vostra capacità di complicare le scelte, di fare errori, avere rimpianti o provare insoddisfazione e disperazione saranno completamente tralasciate nell’equazione. La pubblicità vi promette che sarete in grado – finalmente, almeno per una volta – di rilassarvi e divertirvi, perché non avrete altra scelta se non quella di divertirvi. (14)
(13) In risposta a insistenti domande da giornalista sulla cordialità del personale, l’addetto stampa della Celebrity (La signorina Wiessen, con il fascino e la voce di Debra Winger) mi ha spiegato che “Il personale di bordo – lo staff – è tutto una grande famiglia: lo avrà probabilmente notato quando è stato sulla nave. Sono persone che amano profondamente il loro lavoro, amano servire i clienti e sono sempre attenti ai loro desideri e alle loro esigenze”.
Non è proprio quello che ho visto io. Quello che ho visto io è che la Nadir è una nave gestita da un ristretto organico di cazzutissimi ufficiali e supervisori greci, che lo staff vive nel più completo terrore di questi boss greci che li tengono sott’occhio in ogni momento della giornata e che l’equipaggio è costretto a lavorare a ritmi dickensiani, ritmi troppo feroci per permettere di essere sinceramente cordiali. La mia impressione è che Cordialità, insieme a Celerità e Servilismo, sono fra le voci delle pagelle che i boss greci compilano continuamente su di loro: infatti, quando credevano che nessun cliente li stesse guardando, molti di quelli che lavoravano avevano l’espressione stanca e tirata di che prende una paga bassa, e in più ha paura. La mia impressione è che un membro dell’equipaggio può essere licenziato al primo minimo errore, ed essere licenziati da questi ufficiali greci può significare un bel calcio in culo con scarpe lucide e brillanti e poi una nuotata piuttosto lunga.
Quello che ho visto io è che il personale prova una specie di affetto per i clienti, ma è un affetto relativo – visto che persino i passeggeri che anno le richieste più assurde appaiono gentili e comprensivi rispetto alla feroce severità dei greci, e di questo il personale sembra sinceramente grato, come ci succede quando incontriamo delle persone che hanno conservato un minimo residuo di umanità in città come New York o Boston.
(14) “IL VOSTRO PIACERE”, dicono tutti gli slogan delle megacompagnie, “E’ IL NOSTRO LAVORO”. Quel che sembra essere una frase a doppio senso, qui ne ha addirittura uno triplo, e il terzo messaggio - cioè ”PENSATE SOLTANTO AGLI AFFARI VOSTRI, E LASCIATE CHE DEL VOSTRO PIACERE CI OCCUPIAMO NOI PROFESSIONISTI, PER AMOR DI DIO” - non è casuale.
Pubblicato da Tamcra alle 01:02
Etichette: letteratura
Le vecchie e laide…
Così si esprimeva Cecco Angiolieri nel ‘200, aggiungendo che le avrebbe senz’altro “lassate altrui”. Ora le vecchie e laide cominciano ad essere la maggioranza, e il mercato della bellezza sta pensando a loro – anche perché hanno un maggiore potere d’acquisto- . I colossi dei prodotti per la cura di sé hanno ingaggiato star del cinema che in altri tempi si sarebbero dovute accontentare di ruoli in qualche telefilm (questo quando fare la televisione era quasi un ripiego, e le serie televisive non avevano ancora praticamente preso il posto del cinema in sala come adesso) e le hanno trasformate in “ageing sex symbols”. Le recenti campagne con testimonial Jane Fonda e Susan Sarandon – quest’ultima per il mercato USA- ne sono una conferma. La campagna della Dove però va ancora più in là, e ci presenta , pubblicizzando una linea per capelli, una folta e lucente capigliatura, sotto alla quale però sbuca un volto sorridente…di una donna non più giovane. Badate, le si vede pure QUALCHE RUGA! Persino il collo non è perfettamente liscio.Normalmente infatti ogni minima imperfezione su volti di sedici-ventenni viene asportata in post-produzione; qui invece le rughe ci sono. Quello che fa impressione nella foto è la capigliatura della signora. Non una capigliatura libera, con riccioli qua e là, o liscia ma sparsa sul pavimento con la modella sdraiata e ripresa dall’alto (erano i capei d'oro a l’aura sparsi…) , simbolo di gioventù e disponibilità sessuale. Qui i capelli rappresentano un sipario che cela per metà il volto. E’ un’immagine molto più complessa di come appare: la chioma è la giovinezza che non può nascondere l’età che avanza, ma che ne può attenuare gli effetti più evidenti grazie alle le cure date dal prodotto reclamizzato. Il sostantivo age con il prefisso pro viene usato a piene mani, non si dice mai invecchiamento o antirughe in queste campagne, come un tempo. Gli stessi due flaconi – shampoo e balsamo- posti in basso a destra, tutti ovali e purpurei, rimandano visivamente ad un paio di ovaie ben funzionanti. Normalmente, se ci si fa caso, le forme dei contenitori di bagnoschiuma e prodotti per capelli hanno una vaga forma fallica. Qui invece, dato che ogni cosa rimanda alla rigenerazione (pro) della donna aging (non vecchia, eh!), la confezione si ovalizza.
Pubblicato da Tamcra alle 03:19
Etichette: Pubblicità
Non è un paese per capelli
"Tutto il tempo che passi a cercare di riprenderti quello che ti hanno portato via è solo tempo sprecato. Devi fare in modo che la ferita non sanguini più!"
L’ imprendibile assassino ad aria compressa Anton Chigurgh (si pronuncia Scìgurgh, ma Chìgurgh secondo me era meglio, aveva un suono più da scarico otturato) guarda inesorabile da sotto il caschetto castano la sua futura vittima. Fa vedere una moneta. Testa o croce.
“Scegli” – dice.
Noi guardiamo la fila che inesorabile si snoda dal cancello dei giardini di Piazza Vittorio al baracchino della cassa dell’annuale rassegna estiva Notti di cinema. Non possiamo mostrare nessuna moneta, ma solo stare fermi in coda.
Le code per gli eventi cinematografici sono qualcosa di unico nel loro genere: tanto per cominciare, ognuno che decide di andare a vedere uno dei film programmati per la serata cova dentro di sé la convinzione di essere l’unico a sapere che quel film, soltanto per quella sera, sarà proiettato su quello schermo. Naturalmente arriva lì e si trova in compagnia di almeno altri ottanta e passa carbonari più altri che si aggiungono all’ultimo momento (“ Ô, l’hai presi i bijjietti?”) . A Piazza Vittorio in particolare arrivano persone che normalmente non si fanno vedere in giro in altre occasioni dalle stesse parti. Indossano polo e jeans, e se ci si avvicina loro li si sentirà parlare al cellulare in un italiano appropriato di progetti vagamente cultural-cinematografici e chiamare gente per nome (“Sì, ho letto la cosa di Giovanni, ora devo mandare le bozze, non mi è piaciuta la presentazione di Alberto, come torno da Parigi ti richiamo”) e tu rimani dietro a loro figurandoti come Heidi un mondo fantastico (acci-picchia!) dove si va e viene da Parigi e Alberto fa le presentazioni, poi tutti alla prima e dopo al party con il cast al completo…
Lo sceriffo quasi in pensione cerca di capirci qualcosa di quella mattanza di messicani in mezzo al deserto. Ha un assistente cretino. Nel frattempo l’idraulico telefona alla sua donna dicendole che si dovrà nascondere per un po’. Ha una valigia piena di soldi, presa ad uno dei messicani ammazzati vicino al confine.
Giunge in mezzo alla fila la Donna Alternativa. Non ha niente a che vedere con la Comune dell’Amore Eterno di Un Sacco Bello di Carlo Verdone, ha su di sé elementi molto etnici e molto chic, di quello chic propagandato dalle riviste di moda di medio cabotaggio. O è una borsa con le perline, o un sciarpa più o meno pashminata, o i temibili sandali in pelle che rimangono duri e penitenziali dopo un mese che tenti di camminarci –e sono i TUOI piedi a doversi adattare- Il suo arrivo suscita ammirazione, anche perché come arriva si mette ad abbracciare il suo gruppo di appartenenza con i classici due bacini, uno a destra e uno a sinistra. Peccato che il suo splendore etnico sia in parte rovinato dalla presenza delle famigliole indiane nei pressi della giostrina, le cui donne dalle nere e seriche capigliature sfoggiano il completo tradizionale formato da una tunica lunga e pantaloni a tubo in colori così sgargianti che nessuna donna per quanto alternativa oserebbe portare.
La donna dell’idraulico ha una madre che è sul punto di soccombere al cancro e che passa gli ultimi momenti della sua vita a dirle quanto il suo uomo sia un buono a nulla. Alla fine morirà; la figlia si indebiterà anche per le spese funerarie e trascorrerà l’ultimo suo pezzo di vita davanti allo sguardo di Chigurgh.
Una volta dentro i giardini e davanti allo schermo (è già partito intanto l’altro film sul secondo schermo dalla parte opposta del giardino , e arrivano così zaffate di dialoghi assieme allo sferragliare dei tram intorno alla piazza) ci si imbatte negli Informati. Questi sono letali. Tanto per cominciare si accendono la sigaretta, perché la notte è stellata, loro sono spiriti liberi e hanno sempre mal sopportato il fatto che non si possa più fumare dentro a un cinema. La fumano al posto accanto al tuo, e il fumo, grazie alla brezza di Sud-Ovest ti arriva direttamente sotto il naso. Nel frattempo, prima che inizi il film, si raccontano cosa hanno fatto di recente. Nessun “Trovaroma” gli può stare appresso, e dopo un po’ tu finisci per capire che hai perso molte cose della vita. Il culmine lo raggiungono quando uno dei due riferisce di aver visto una serie di performance visive (non “corti”, eh!) realizzate da un signore che risulta essere “l’uomo di Björk”. L’uomo, non il fidanzato o il convivente. Quelli lo siamo noi che assistiamo alle performance visive.
L’idraulico è già stato fatto fuori. Non da Chigurgh, ma da un incidente d’auto. E anche Chigurgh potrebbe fare questa fine, ma non la fa. Esce dall’auto distrutta –l’altro autista, ça va sans dire,è morto- Si fa dare una camicia da un ragazzino, ci confeziona un rudimentale appoggio per il braccio rotto, e va via per la sua strada.
A film già iniziato, si siede sempre la signora anziana con i cani. In scialletto e gonnellona, ama presenziare all’atto cinematografico, probabilmente si ricorda quando le rassegne erano solo arene con tanti ragazzini e ci si portava appresso la pentolina con la cena. Credo sia l’ultimo esemplare di pubblico puro rimasto in circolazione.
A proiezione avvenuta, a differenza di Chigurgh che ha il caschetto sempre in ordine, io mi ritrovo la chioma completamente ricciuta. L’umidità mi ha assassinato la testa. Questo non è un paese per capelli a posto.
Il sogno finale dello sceriffo
Pubblicato da Tamcra alle 03:46
Etichette: cinema, vita pangrattata
45 giri
La mia famiglia possedeva un bel po’ di 45 giri. Ora possono sembrare dei pezzi di modernariato, ma nel 1966 (periodo in cui datano la maggior parte dei suddetti 45 giri) erano un decisivo veicolo di comunicazione. Basta vedere le copertine: qui è raffigurata una giovanissima Wilma Goich non ancora coniugata Edoardo Vianello – e quindi non ancora I Vianella e Semo ggente de bborgata/ che alla vita ce tiè - ritratta dietro una ruota davanti a un casolare di campagna. La giornata è solatìa, e il verde praticello ai suoi piedi suggerisce immagini di allegre scampagnate. Il ritornello della gioiosa Attenti all'amore però fa:A – a – attenti all’amore
L’amore finisce male
E troppe volte fa male
Male a tutti voi.
Nel 1966 avevo due anni, e mia madre mi faceva cantare questa canzone al magnetofono Geloso a bobine che possiedevamo. Credo mi abbia in buona parte condizionato la mia futura –inesistente- vita affettiva.
La seconda copertina è invece un vero e proprio Sign o’ the Times (oh, yeah! - direbbe Prince): se oggi abbiamo i download illegali, nel 1966 c’erano i falsi 45 giri con due lati A invece di un lato A e uno B più scadente. I pezzi venivano cantati da perfetti imitatori dei cantanti più in voga (qui abbiamo una certa Barbara che rifà mirabilmente Iva Zanicchi in Parla Tu Cuore Mio,
versione italiana di un lentaccio terzinato della cantante italo-americana Timi Yuro. La ragazza in posa sul pagliaio mi faceva sempre pensare a quanto dovesse soffrire a stare là sopra invece di farsi fotografare in riva al mare…Era una versione più casalinga delle copertine degli album di Fausto Papetti. Sull’altro lato c’era Siesta,
cantata da un simil-Bobby Solo, con il sovversivo testo:Quando è l’ora della Siesta (detto in modo galeotto)
E’ festa per me
E invece di dormire
Io vado a passeggiare
Da solo col mio amo-ore
(Finalino) Però
La gente non lo sa-a-a.
Da questa canzone appresi confusamente che se volevo combinare qualcosa di buono, dovevo farlo in modo silenzioso e senza farlo troppo sapere in giro.
E veniamo alla terza copertina, quella più controversa: Cristine.
Sensuale beguine suonata al piano da Don Jaime De Mora Y Aragòn (ossia “Fabiolo”, fratello della regina del Belgio e personaggio del jet-set internazionale), si ispirava al famoso scandalo Profumo del 1960, quando l’allora ministro della difesa inglese John Profumo venne accusato di passare informazioni segretissime ai russi tramite la squillo d’alto bordo Christine Keeler. Qui è scritto Cristine senza l’h, ma il brano è a tutt’oggi francamente irresistibile. Inizia con una voce femminil-strascicata che modula: My name’s Christiiine…Parte il brano per fermarsi qualche battuta dopo. Torna la voce a sussurrar: What’s Yooours? La canzone è in pratica uno Stop and Go punteggiato da battute e brevi sospiri della sexy Christine. La copertina offre il massimo della peccaminosità su un 45 giri senza essere arrestati (ammirate le pantofoline bordate di marabù celeste), ma è la frase sul retro a stendere: il pezzo è cantato da Miss X, che data la natura del brano ha preferito trincerarsi dietro uno pseudonimo.Dopo quarantadue anni mi chiedo ancora: chi sarà stata Miss X?
Pubblicato da Tamcra alle 02:55
Etichette: Sorrisi e canzoni
MAS que nada
sesta, ottava, terza, decima...
Non trovo la quinta misura, e in questo mare di mutande del reparto biancheria del mio magazzino preferito si rischia la paralisi dell'occhio. All'entrata non v'e il caratteristico spiazzo centrale tipico di tutti i grandi magazzini, dove il cliente può sostare un attimo prima di dirigersi risoluto verso il settore che lo interessa: qui ci si immerge subito in un mare di maglie e magliette, costumi in fondo a destra, scarpe a lato. La merce è impilata in modo ordinato ma eccessivo, senza quegli spazi fra un capo e l'altro merceologicamente studiati per far "riflettere" il compratore. Qui non si vendono "stili di vita", con gli abiti dotati di differenti etichette a seconda delle linee d'abbigliamento. Qui vedi invece camicie e magliette provenienti da un passato che pensavi di esserti lasciato alle spalle, più avanzi di avanzi di fondi glitterati di magazzino e i temibili golf acrilici lunghi fino alle ginocchia. A volte ritornano: il reparto biancheria è la cosa più vicina al delirio e più lontana dalle catene di "intimo" che infestano le vie commerciali. Le mutande di cotone a costine (che a Roma chiamano 'e mutanne a cannolè) convivono pacificamente con pozzi di San Patrizio pieni di infinite varianti di tanga e perizoma assai peccaminosi, più una nutrita rappresentanza di slip cinesi fluorescenti. Si tira su da queste ceste enormi un affarino attraversato da un cordino elasticizzato e ci si chiede chi mai possa indossare quella roba: nane vivaci? Bambole voodoo? Reggiseni che riducono il volume delle tette (sesta misura e oltre) stanno accanto a push-up ricamati a foglie d'oro (seconda misura) e boxeroni a fiorellini. Qui viene eliminato l'elemento ormai più importante nella vendita: il "sogno". Quello per cui gigantografe di esseri felici indossanti i vari capi di vestiario sono appese sopra le rastrelliere , e tu vai a comprare il sogno a cui questi sono collegati. Da MAS esiste solo La Merce per se, e i clienti "capano" - o scelgono- quello che serve a loro. Questa esposizione può sgomentare chi è abituato a comprare secondo le regole della buona creanza commerciale, ma dà un certo entusiasmo vedere tutto quel ciarpame squadernato davanti ai tuoi occhi. Allora tutto si rovescia: e se il suddetto ciarpame fosse quello reclamizzato a oltranza dai media? E se fosse proprio QUESTA invece la perfetta rappresentazione del mondo, dove occorre tuffarsi e ravanare in fondo a un cesto per trovare la quinta misura di una mutanda?
L'ho trovata.
Pubblicato da Tamcra alle 02:12
Etichette: vita pangrattata
Il salvamento è vietato dalle 13.00 alle 14.00 (2)
Gli stabilimenti hanno ora un’enorme spazio fra la prima fila degli ombrelloni e i lettini sfusi messi per prendere il sole – affittati dalle signore d’età in topless- .Gli stessi ombrelloni non sono tutti aperti, e capita che interi gruppetti stiano sotto un ombrellone solo con tre lettini. Ma, a parte questa descrizione da Assobalneari in gramaglie, è interessare notare il cambiamento dei corpi umani mano a mano che ci si avvicina ai fazzoletti di spiaggia “libera”. Verso il confine dello stabilimento balneare una famiglia prende il sole, e dispone di una sedia pieghevole e un ombrellino che il membro più anziano tiene aperto sopra di sé con la dignità del rango che gli si addice. Gli altri membri stanno intorno e indossano costumi da bagno cinesi con le perline (2-3 perline penzolano, dopo le Olimpiadi il prossimo obiettivo sarà fissare le decorazioni alla stoffa con due fili invece di uno). Quando si varca la staccionata, -il confine oltre il Rio Grande- è un altro mondo.
Sembra di essere tornati a cinquant’anni fa; dall’aria vagamente pretenziosa che hanno pance e tette negli stabilimenti, con piccoli parei in rete allacciati in vita –bordo con frange a coprire la chiappa destra, nodo sul fianco sinistro, mutandina del costume in tinta col pareo, andatura atta ad agitare le sunnominate frange- si passa a dei corpaccioni troppo vissuti per passare attraverso le maglie di una rivista di moda. Abbiamo signore in normale biancheria, i reggisenoni dall’elastico dietro slonzato e spostato verso l’alto per il peso delle tette davanti; uomini con mutande da bagno sullo scuro che scoprono gambe pelose sul secco; due-tre paia di calzini sul corto (sparsi) e giovani sul tatuato che rifiutano l’aiuto di un qualsiasi ombrellone per rosolarsi sulla sabbia (e se c’è una pozzanghera formata da precedenti mareggiate si sdraiano in ammollo nei dieci cm. d’acqua con pose da mese di luglio).
Non è vero che i bambini non vogliono più costruire i castelli con la sabbia: lo fanno gli adulti dotati di cultura media e buone letture sui giornali – i quali ad agosto deplorano il fatto che non vi siano più castelli di sabbia sulla spiaggia-. Gli stessi adulti amano poi farci sgocciolare sopra dei ghirigori con la sabbia bagnata, modello Sagrada Familia di Gaudì. I bambini invece scavano fosse a metà strada fra le trincee della Prima Guerra Mondiale e le piscinette gonfiabili, le riempiono d’acqua e poi vi si mettono dentro. Ho visto un bambino di tre anni del peso di venti chili seduto a starnutire in una di queste fosse, subito soccorso dalla mamma (del peso di cento chili). La terra ha tremato.
Sedie, seggiole, strapuntini, passeggini,asciugamani da bagno medi e grandi, borse e borsette: tutto è appoggiato sulla sabbia in disordine e a volte mescolato e trascinato dai più piccoli fino alla riva dove al tramonto a volte un’ondata arriva a lambire e fracicare il tutto. C’è persino la donna che s’immerge per metà nell’acqua, le gonne tirate sulle gambe bisognose di movimento e drenaggi vari. Quello al di là della staccionata – ci sono anche dei grossi sassi che non riescono ad essere scogli, infatti la gente invece di sedervisi sopra vi appoggia le loro cose – è un mondo che quando lo si vede per la prima volta non si sa se c’è stato un salto nel passato o se è quello il futuro che avanza, come la marea al tramonto.
Pubblicato da Tamcra alle 03:31
Etichette: vita pangrattata
S’i’ fosse foco…
Uno dei grandi successi canori dell’estate 2007 è stato Bruci la città, cantato da Irene Grandi. Cosa ha convinto tanti italiani a lasciarle un posto nei loro cuori? Come mai una canzone sfonda e un’altra, a parità di passaggi in radio e alla TV non viene neanche scaricata dalla rete? In questo caso credo che il testo sia stato la carta vincente. Di Maurizio Bianconi, - leader dei Baustelle – Bruci la città si rifà a un genere poetico ben preciso, quello dell’invettiva, che ha il suo esempio più celebre nel S’i fosse foco di Cecco Angiolieri (1200).
S’i fosse foco, ardere’ il mondo;
s’i’ fosse vento, lo tempestarei;
s’i’ fosse acqua, i’ l’annegherei;
s’i’ fosse Dio, manderèil’ en profondo
S’i’ fosse Papa, serei allor giocondo,
ché tutti cristïani embrigarei;
s’i’ fosse ‘mperator, sa’ che farei?
A tutti mozzarei lo capo a tondo.
S’i’ fosse morte, andarei da mio padre;
s’i’ fosse vita, fuggirei da lui;
similemente farìa da mi’ madre.
S’i’ fosse Cecco, come sono e fui,
torrei le donne giovani e leggiadre:
le vecchie e laide lasserei altrui.
Se fossi fuoco
Se fossi fuoco, brucerei il mondo
se fossi vento, lo tempesterei;
se fossi acqua, io lo annegherei
se fossi Dio, lo inabisserei
Se fossi Papa, mi divertirei,
ché tutti i cristïani inguaierei;
se fossi imperator, sai che farei?
Le teste a tutti quanti taglierei.
Se fossi morte, andrei da mio padre;
se fossi vita, fuggirei da lui;
La stessa cosa farei poi con mia madre.
se fossi Cecco, come sono e fui,
terrei con me le giovani e leggiadre:
le vecchie e brutte lascerei altrui.
In realtà le intenzioni della canzone non sono molto differenti dall’argomento “Che-m’importa-del-mondo-fintanto-che-ho-te” squadernato infinite volte (e che ha dato anche capolavori come Il cielo in una stanza). Quello che deve aver colpito l’immaginazione popolare dev’essere stato l’immaginario apocalittico applicato all’estasi d’amore. Anche qui c’è una stanza –“Rimani tu da solo/Nudo sul mio letto” e ci sono i due amanti, ma fuori impazza una guerra virtuale a base di città distrutte con il semplice battito di ciglia . Il grattacielo crolla e le stelle esplodono, questo scenario post-11 settembre e post-Matrix è l’elemento “moderno” del testo. Il verso che passerà alla storia è però uno solo: "Muoia sotto un tram/più o meno tutto il mondo". Il tram è l’elemento “italian pop” inserito a sorpresa nell’invettiva generale che poteva riguardare fino a quell’istante Cincinnati (Ohio) per quello che ne sapevamo. Oltretutto il testo è formato esclusivamente da parole piane, ossia con l’accento sulla penultima sillaba. E’ un elemento non di poco conto,perché il verso con tram (unica parola sdrucciola) arriva, appunto, come una tramvata sulla melodia. Alcuni critici hanno notato una qualche affinità con un pezzo degli Smiths, There Is A Light That Never Goes Out dove esiste un mezzo pubblico rivelatore (And if a double-decker bus/Crashes into us/To die by your side/Is such a heavenly way to die); ma il tram è una cosa italiana, tutti almeno una volta hanno augurato a qualcuno la morte sotto a un tram (In una classifica ideale il meteorite verrebbe al secondo posto). Nel tentare una traduzione in inglese del testo, ho dovuto infatti scendere dal tram e sostituirlo con un più comprensibile bridge da cui far saltare il mondo intero (May it jump off a bridge). Ho cercato inoltre di inserire termini che potessero avere un suono il più “vocalico” possibile (“E tutti quei ragazzi – citazione dai garçons et filles de mon âge di Françoise Hardy-/ come te non hanno niente” diventa And all those pretty boys /next to you are really nothing)
Un altro verso pericoloso è “Farti scudo/ col mio cuore da catastrofi e PAURE” dove la musica s’impenna proprio sull’ultima parola. Ho fatto coincidere la r di paure con il suono [ә*] di feARs (I could shield you/with my heart from all the ruin and all the fears). I versi finali, - quelli dove si parla di questo tuo profondo- ho preferito far rimanere il “mistero” con this oh so deep
e terminare così. Spero siate clementi con il mio tentativo. In fondo potreste fare come Cecco Angiolieri e “lassare altrui”.
Bruci la città
Bruci la città e crolli il grattacielo
rimani tu da solo nudo sul mio letto.
Bruci la città
o viva nel terrore
nel giro di due ore
svanisca tutto quanto
svanica tutto il resto
E tutti quei ragazzi
come te non hanno niente
come te io non posso che ammirare
non posso non gridare
che ti stringo sul mio cuore
per proteggerti dal male
che vorrei poter cullare
il tuo dolore il tuo dolore.
Muoia sotto un tram
più o meno tutto il mondo
esplodano le stelle
esploda tutto questo
Muoia quello che
è altro da noi due
almeno per un poco
almeno per errore.
E tutti quei ragazzi
come te non hanno niente
come te io vorrei
darmi da fare forse essere migliore
farti scudo
col mio cuore da catastrofi e paure
io non ho niente da fare
questo è quello
che so fare
Io non posso che adorare
non posso che
leccare questo tuo profondo amore
questo tuo profondo
non posso che adorare questo tuo profondo
Let The City Burn
Let the city burn, let all the buildings fall down
I want you on my bed & take éverything off you
Let the city burn
Or be in a living nightmare
Within two-hours time
Let everything disappear
Let all their world disappear
And all those pretty boys
Compared to you are really nothing
Next to you I can’t do nothing but admire you
I can’t do nothing, only crying
And keeping you in my arms
Protecting from the evil
And singing to you a lullaby
Forever taking all your pains away
All the world may die
May it jump off a bridge
May all the stars explode
May everything explode.
All those things which are
Outside us can collapse down
May be for just a while
Maybe just for a mistake
And all those pretty boys
Compared to you are really nothing
Just like you I wish
I could get on and maybe be some better
I could shield you
With my heart from all the ruin and all the fears
There is nothing
I could do
And this is all
That I can do
I can do nothing but adore you
I can do nothing but
to lick this love of yours so deep
this oh so deep
I can do nothing but to adore this oh so deep
Ecco il video di Bruci la città, ispirato a Second Life (non un granchè, a mio parere):
Pubblicato da Tamcra alle 01:09
Etichette: sorrisi e...versioni
I polpi e i dardi dell’avversa fortuna
"Il mare, è la gioia del mio cuore..." (Sergio Bruni)
Le disavventure di un polpo
...Una folla multicolore, incessante, entrava lentamente nello stabilimento, con borse, palloni di gomma e altri oggetti inerenti al bagno. Si sarebbero detti i fedeli d’una misteriosa deità, che entravano nel tempio. I bagnini scalzi correvano ad aprir le cabine e a spinger nell’acqua le barche e i “mosconi” presi in affitto.
Presso l’entrata, un pescatore sbatacchiava sul parapetto di pietra, con straordinaria violenza, un polpo testé pescato e ancora vivo. Si sa che con questo sistema vengono uccisi i polpi.
«Che barbara usanza!», esclamò Suares, che, con i compagni, entrava in quel momento.
«Le parrebbe anche più barbara», disse un assiduo dello stabilimento, «se sapesse che quel polpo è sempre lo stesso, che viene ogni giorno pescato vivo e sbatacchiato per un certo tempo sotto gli occhi dei villeggianti ».
«Come sarebbe a dire?», chiese il nostro amico.
«Ella sa», spiegò l’altro, «che nessuno si fida di mangiare il pesce in uno stabilimento dove non si veda almeno un polpo ucciso sotto gli occhi dei clienti. Qui, poiché non si può ogni giorno pescare un polpo diverso, la direzione ha pensato di usar sempre lo stesso polpo, che dopo essere stato sbatacchiato per un certo tempo e prima che esali l’ultimo respiro, viene di nuovo gettato nel mare, in un recinto chiuso, dove è facile pescano a ogni occorrenza».
Era vero. Il povero animale, come se non bastassero gli sbatacchiamenti quotidiani della mattina, doveva spesso sottoporsi a penosi extra nel corso della giornata. Appena si presentava qualcuno e chiedeva di mangiare pesce fresco, pescato sotto i suoi occhi, il polpo veniva tratto fuori e tosto sbatacchiato per alcuni minuti sul muricciuolo. Poi, dopo essere stato sostituito con polpi venuti da Milano, era di nuovo gettato in acqua per servire in altra occasione. Ormai, il poverino sentiva dalle voci quando era giunto il momento d’esser tirato fuori e sbatacchiato.
I primi tempi, appena udiva gridare:
«Ehi, c’è da mangiare pesce fresco?», mormorava:
«Ci siamo!». E si faceva piccino piccino, rimpiattandosi sui bassifondi. Ma tutto era vano. Ben presto veniva scovato, tratto alla luce e violentemente sbatacchiato sul muricciuolo, con soddisfazione della clientela. Poi, l’infelice mollusco, per abbreviare quei momenti terribili, appena sentiva chiedere pesce fresco veniva a galla spontaneamente e si metteva vicino al parapetto, con maravigliosa abnegazione.
Ormai il disgraziato animale era diventato durissimo e non desiderava che di farla finita con la sua misera esistenza. Vero è che non gli mancava nulla. Anzi, per conservarlo in vita, la direzione non gli lesinava i buoni bocconi e le comodità d’ogni sorta. Ma quella storia d’essere sbatacchiato in così barbaro modo faceva passar tutto il resto in seconda linea. Ogni mattina egli diceva: “Speriamo che sia per oggi”. Ma quando, dopo essere stato duramente provato, si sentiva gettar di nuovo in mare, invece che in padella, rabbrividiva pensando: “Ancora domani saremo daccapo”. Qualche volta, dopo essere stato sbatacchiato, faceva il distratto e s’avviava zitto zitto verso la cucina. Ma il pescatore l’afferrava in tempo per restituirlo agli abissi marini...
Per saperne di più su Achille Campanile e le sue opere, qui c'è un sito non ufficiale completo di estratti audio e video:
http://www.campanile.it/
Pubblicato da Tamcra alle 00:51
Etichette: letteratura
Il salvamento è vietato dalle 13.00 alle 14.00
Venti peli.
Sulla gamba sinistra.
Sotto il ginocchio.
E dieci su quella destra.
Li ho visti, i bastardi, mentre applicavo il primo dei molti strati di crema che avrebbero accompagnato la mia prima giornata al mare. Alle undici,seduta sulla sdraio regolata sulla seconda tacca (quella della posizione "sdraiata, ma non troppo") , cercavo di fare mente locale su quante altre cose mi potevo essere dimenticata una volta chiusa la porta. Gli asciugamani li avevo portati, i costumi pure, anche le ciabatte e le bottiglie di crema - una era esaurita, dovevo tagliarla nel mezzo per tirar fuori le ultime stille di prodotto, un po' come i siringueiros con gli alberi della gomma in Brasile. Anche un libro avevo portato, assieme al mio lettore mp3. E i panini. quelli li avevo preparati la sera prima, e avvolti nella carta stagnola, anche perchè nel lungo viaggio di andata rischiano di riempire con il loro irresistibile profumo il vagone della metro, causando invidie e risentimenti fra gli altri passeggeri. Durante il primo viaggio (la catàbasi), infatti, si incontrano ben tre categorie di passeggeri: quelli anziani, pallidi,in camicetta con le maniche corte e pantaloni normali con le pinces e mocassini ai piedi -sempre più rari-, gonna e ventaglio per le signore; gli immigrati dell'Est, in maglietta scura e sandali oppure, se ucraine, capelli dal biondo più o meno aiutato e cotonato, denti bianchi e d'oro e magliette tese dai colori chiari; i giovani senza mezzi propri di locomozione, calzati di scarpe da sport geneticamente modificate, pezzi di maglietta e pance nude, pelle abbronzata e compatta, piercing e sopracciglio spinzettato alla Tatangelo (i maschi).
Avete mai ristretto un costume da bagno femminile?
Quando uscite dall'acqua, e andate a farvi la doccia per togliervi la salsedine e quella medusa che vi si è seduta sulla testa notate un cedimento del vostro costume da bagno sul didietro - lo slip dovrebbe rimanere incollato alla chiappa, e invece non lo fa. Inoltre, un'onda leggermente più grossa delle altre ha provveduto al tracimamento della tetta sinistra dal reggiseno costringendovi ad immergervi improvvisamente come neanche i tuffatori di Acapulco (ed è lì che avete conosciuto la medusa) .
Si fa così: si scuciono con le forbicine i lati dello slip e si fanno rientrare i due lembi di stoffa così ricavati di mezzo centimetro ciascuno (totale 1cm). Fatto? Questi verranno uniti non con la colla vinilica con almeno due cuciture di filo forte dello stesso colore del costume. I bordi saranno assicurati all'interno con altre due cuciture, per evitare un imbarazzante crollo mentre si sistema l'asciugamano e la cinese in lontananza grida masaggiooo.La stessa cosa si fa con il reggiseno -scucire le due fettucce che reggono i gancetti sulla schiena, imbastire, fare allo specchio la prova-fermezza con la nuova misura (consiglio una mezza danza del ventre tipo Shakira) e cucire ribattendo senza pietà. Oddio, alcune magari cuciono in modo più approssimativo, ma in quel caso c'è una missione in corso e non è il caso di disturbare.
Sulla spiaggia le ciccione sono in maggioranza; ho il sospetto che il problema della cellulite riguardi soprattutto chi scrive sui giornali femminili. I costumi vengono allegramente inghiottiti da pance e glutei, e ho visto coi miei occhi una coppia di tripponi -lei con crociona al collo, lui con costumino nero attillato a sottolinearne la virilità - ,duecento chili in due sotto l'ombrellone, prodursi in effusioni quasi pornosoft. Viceversa, le poche donne magre fanno vita abbastanza solitaria, azzardano un topless ma non se le fila nessuno, anche perchè hanno il marito/fidanzato a dieci centimetri di distanza che si muove e respira con loro come la biancheria in microfibra.
E' ora di pranzo: scarto i miei panini, ben presto reclamati dalla medusa, e scoperchio la macedonia di frutta con forchetta incorporata. E' importante togliere di mezzo il cordino dell'auricolare mente mangiate la macedonia, o v'impiglierete con la forchetta rischiando lo strangolamento mentre cercate di mandare avanti (shuffle) le vostre selezioni musicali faticosamente scaricate. Più tardi, potete bere con nonchalance il succo rimasto sul fondo del contenitore (senza farvi accorgere dalla medusa).
Alla spiaggia si dovrebbero "lumare i pupi", e qui si nota un fatto essenziale: l'assoluta preponderanza di bermudoni a coprire le zampe maschili. Non è una dimostrazione di superiorità vestiaria, anzi: la maggior parte dei ragazzi ha cura di portare i bermudoni: 1) con l'elastico delle mutande bene in vista -e qui ho visto scritte come Uomo Vero,Under Wear o Calvin Clain-; 2) facendo partire il bermuda appena sotto l'osso del bacino, in modo da far graziosamente notare il pancino piatto e i fianchi senza un filo di grasso. I ragazzi che non dispongono di simili attrattive indossano rassegnati i vecchi calzoncini o gli slip con le "maniglie" in evidenza. Gli anziani del villaggio conservano ancora gelosamente il vecchio costume datato 1967, e non vedono perchè lo dovrebbero cambiare. Sono abbronzati grinzosi, panciuti, hanno peli bianchi sul petto e dispongono di misteriose scorte di pesce appena pescato.
Il ritorno dalla spiaggia è una cosa assai elaborata: si prende nota del fatto che le ombre si sono allungate e tutti sono stranamente più tranquilli. Quando gli storni cominciano a saltellare sulla sabbia, è ora di levare le tende. Si comincia con gli asciugamani, che devono andare in fondo alla sacca (uno degli asciugamani deve però rimanere in cima per asciugare le estremità ed evitare di trasportare preziosa sabbia del Demanio a casa). Nelle piccole cabine degli spogliatoi e nel bagno s'incontrano madri affannate a dissabbiare bambini piccoli, mentre i figli (maschi) più grandi dicono di sbrigarsi che devono andare via. Le madri a loro volta si vendicano gridando ai figli (maschi) di togliersi la sabbia dai piedi, ancora non l'hanno fatto, perchè non l'hanno fatto? Andate a farlo, accidenti a voi! Un discorso a parte sono le docce per signori e per signore. Si può capire il sesso di chi frequenta le docce post spiaggia anche senza guardare; il luogo femminile è caratterizzato dal rumore dell'acqua che scorre: nessuna parla o quasi mentre si lava. Due passi più a destra c'è il caos: i ragazzi approfittano per farsi scherzi sotto l'acqua eventualmente tirandosi gliasciugamani bagnati addosso.La sera poi è il regno dei lavacri: il ginseng e il sandalo di shampidocceschiuma si confonde con la legna bruciata del forno della pizzeria che apre la sera. Ho sentito un tipo urlacchiare "Di se-re/nereeee! E non c'è tempo/non c'è spazio/mai nessuno capirà!" uscendo dalle docce profumato come il white musk lo avesse inventato lui. Saluto la medusa e me ne torno a casa.
Nel lungo viaggio di ritorno (l'anàbasi) si incontrano sul treno le facce di quelli che hanno soggiornato ai Cancelli di Ostia (Roma). hanno tutti zainetto, a volte ombrello portatile con manico bianco -sempre le donne- e sembrano, o vogliono sembrare, più scalcagnati dei loro colleghi che scendono prima per andare agli stabilimenti. A volte rimangono con tracce di sabbia sui piedi e si sistemano a gambe allargate sui sedili. gli intellettuali sfoderano subito il loro libro, e la loro postura è: gambe strette o accavallate che però scavallano subito perchè essendo ometti non è la più comoda delle posizioni. Fra di loro qualche venditore da spiaggia esausto con il borsone. Quando il treno arriva a Porta San Paolo -il capolinea - si materializzano uscendo fuori dai vagoni tutti quelli che avevi visto all'andata, solo in versione più stracca e arrossata. i bambini strascinano la tavoletta di schiuma per il surf sulla riva, e ci sono anche i turisti di ritorno dagli scavi di Ostia Antica. Assieme a loro, si unisce una piccola fiumana di altri turisti, più due-tre tizi in condizioni mentali precarie. Si è fatta sera. Sono tornata a casa.
I venti peli sulla gamba sinistra sotto il ginocchio e i dieci su quella destra dormono il sonno dei giusti.
Pubblicato da Tamcra alle 00:55
Etichette: vita pangrattata
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