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L'ora effettiva


Proviamo anche con Dio, non si sa mai...
(Foto ed elaborazione di Tamcra)



Il treno n°---- in arrivo da --- subirà un ritardo di 23 minuti . Ci scusiamo per il disagio.

Quando si stabilisce di venire a prendere qualcuno alla stazione, anche se si conosce la provenienza e la tipologia del treno in questione, anche se si viene a sapere il numero del treno e il binario in cui terminerà la sua corsa, ci si sente comunque pervasi da un senso di inquietudine. Forse perchè in un grande snodo si vedono tanti binari e tanti treni, ma vedere anche TANTE persone tutte assieme in uno stesso posto a NON fare la stessa cosa ti angoscia non poco.
Entrando nella stazione si passa la prima parte composta dai gruppi buttati per terra attorno alla libreria e dalle file davanti alle biglietterie. Dirigendosi risoluti verso il piazzale antistante i binari, i movimenti diventano di tre tipi:

Avanti/indietro: sono i passeggeri in attesa di prendere il treno.

Immobili: sono tutti quelli che aspettano i passeggeri scendere dal treno.

Da destra a sinistra: i vagoncini che portano le vettovaglie sui treni. Quest'ultimo movimento va ad una velocità doppia rispetto al primo elencato, come se fosse indipendente rispetto agli altri due.

Fra questi tre movimenti pulsano le monadi costituite da individui leggermente ricurvi, le maniche lunghe a ricoprire le braccia in piena estate. Ad un esame approfondito si scopre che manca loro un po' di denti. Con tutto questo vogliono sempre i soldi per comprarsi un panino, e vedendo la durezza media dei panini da stazione ci si chiede perchè vogliano così male ai loro denti mancanti. Dopo di loro arrivano i punkabbestia
con gli anelli e i cani, ma abbiamo già dato. I punkabbestia si ritirano al binario n° 1, pronti per riattraversare in diagonale lo spiazzo, come l'Alfiere nel gioco degli scacchi.

L'unico elemento fermo per forza è il ferroviere addetto alle informazioni dietro al gabbiotto. In mezzo al rumore infernale dei treni in arrivo e in partenza ci dice a che ora arriva cosa a ciccione accaldate con i cappelli di paglia e tizi col trolley e il foglio in mano con la prenotazione (i peggiori). Ci si avvicina al gabbiotto chiedendo, appunto, spiegazioni, citando l'ora di partenza, il tipo di treno, l'ora di arrivo, in che vagone ci si è pren... Risposta senza alzare gli occhi dal terminale: Qual'è il numero del treno? Non prendendo treni non ci si rende conto che ogni convoglio ha un numero riportato sul tabellone. Si balbetta: dovrebbe arrivare alle cinque e mezza... Allora se è quello porta ritardo. Sul tabellone compare infatti la cifra del ritardo sotto "ora effettiva" . L'informatore fino a quel momento immobile in mezzo al frastuono fa un salto: è stato salutato con un urlo da uno dei guidatori dei vagoncini. Si ritorna dietro la linea blu, e davanti a noi si staglia la passeggera più temibile: capelli bianchi, vestito di cotone a fiori in mezzo a mise da simil-veline che la maggioranza muliebre ha adottato dai sei ai sessant'anni, sandali di pelle incrociata a mezzo tacco, borsa-valigia stretta in mezzo alle gambe, chiama i nipoti con il telefonino a scatto e scruta l'orizzonte tenendo il braccio libero con la mano sul fianco da cui pende il ventaglio dipinto a mano di squisita fattura cinese. Neanche gli sdentati con le maniche lunghe osano avvicinarsi a lei. Dopo un po' arriva sobbalzando trafelata la figlia o nipote, abbronzata e rivestita di maglina elastica con una bottiglietta d'acqua in mano. La passeggera la guarda come se avesse fatto del suo meglio, ma non si fosse applicata abbastanza.
Nel frattempo il tabellone degli arrivi e delle partenze comincia ad esercitare sui passeggeri un fascino ipnotico; infatti parecchi si fermano e guardano in alto, come se dovessero aspettarsi gli alieni scendere dagli Eurostar. Si osservano le due colorazioni sul tabellone per indicare il presunto orario d'arrivo e quello (arancio) reale. Ci si aggrappa all'arancio effettivo che nel frattempo viene raggiunto dall'ora reale, e a quel punto ci si chiede che fine abbia fatto il treno. Viene in mente una canzone per bambini che Christian De Sica cantava un po' di tempo fa e che faceva Viaggia senza orario / senza itinerario / và / trenino / và. Quando la mente arriva a ma c'è chi dice che va a caffè / a lecca lecca, a creme caramel il tabellone ha sonvolto le cifre e finalmente compare la Prova dell'arrivo del Treno: il numero del binario.

A noccioline / a gomma americanaaaaa !!!!!

A dispetto di quanto fanno vedere i film romantici, quando arriva il treno in stazione - dev'essere un ricordo ancestrale di quando la gente si spaventava a vedere il treno dei Fratelli Lumière arrivare alla stazione di La Ciotat -



non bisogna MAI andare incontro ai passeggeri che scendono dal treno. Il pericolo infatti è che chi viene incontro ai vagoni e chi esce dai vagoni stessi percorrano due linee parallele e finiscano per non vedersi. Bisogna aspettare il passeggero a piè fermo, dovesse portare sei valigie con sè. Al massimo, aggirarsi con un cartello con su scritto il suo nome, che fa molto international hotel. Quando finalmente scendono i primi passeggeri, hanno sempre l'aria di chi ha passato sofferenze inenarrabili. Si trascinano sacche valigie e trolley nella luce radente del pomeriggio, sudati, accaldati, la maglietta a penzoloni. Quando hanno varcato la linea blu e dopo aver scansato i vagoncini con le vettovaglie che viaggiano in perpendicolare si ricongiungono -alcuni- ai parenti, altri si attaccano al cellulare, altri ancora sciamano via.
Alla fine si trova dopo un buon quarto d'ora la persona che si cercava: è ancora più acciaccata degli altri, tiene per mano il suo bagaglio e immediatamente si pensa se non si è scordato niente sul vagone. Con gli occhi si soppesano le cerniere della sacca: no, sembra tutto in ordine. Si prende finalmente in consegna il passeggero e il relativo bagaglio e si cammina in linea retta verso la fine della stazone. Gli sdentati in camicia e punkabbestia stanno per ricominciare il giro.



Un bel video della stazione Termini (Roma) vista dall'interno.

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Auguri John Landis!



In missione per conto di Dio...



L'uomo che ha reso celebri i nazisti dell'Illinois e il motto "Quando il gioco si fa duro, i duri iniziano a giocare" e zombizzato Michael Jackson compie oggi 60 anni. Ecco un estratto da The Blues Brothers (1980) : Il ballo precursore delle coreografie di Mamma Mia! , del serial Glee e di tutti i Flash Mob, ossia Shake Your Tail Feather con Ray Charles alle tastiere (Non c'è niente che non va in questa tastiera...)




La stessa coreografia verrà ripresa in Thriller (1984) :



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I Frammenti del Calippo e della Bira


Un frammento del filmato

E 'stato rinvenuto un sensazionale documento visivo risalente alla prima metà del 21° secolo. Apparentemente si tratterebbe di una serie di domande e risposte interpretate all'esterno, in un luogo con molte persone vicino al mare forse utilizzato per riunioni di carattere religioso. Le domande sono poste da un uomo adulto a due fanciulle in abiti ed acconciature rituali, e sono tutte a carattere fortemente speculativo: il filmato in questione sembra essere stato girato in una piana sabbiosa, forse luogo consacrato alla Verità. Siamo riusciti a trascrivere quasi tutto il dialogo grazie ai nuovi sistemi di filtraggio e pulizia delle immagini in movimento antiche.





FRAMMENTO 1:

Interrogante: Fa caldo… (1)
Fanciulla 1: Sì troppo… Cioè stamo tipo a ffà ‘a colla (2) , fa troppo caldo… Ma che mme stà a ripijià? (ride) Famme quarche domanda…

Interrogante: Te l’ho chiesto, allora: come resisti al caldo?
Fanciulla 1: Che ne so, me vado a ffà ‘na doccetta llà, perché ar mare dopo pizzica tutto…
Interrogante: Fino a quando resisti? (3)
Fanciulla 1: Eh n’oretta…no neanche, te devi annà a ffà subbito ‘r bagno, lavà ‘a capoccia, te pija subbito ‘n insolazzione.

(1) Questa frase è l'elemento formulaico del frammento 1.

(2) La risposta stamo tipo a ffà 'a colla ha suscitato molti dubbi da parte degli esperti linguistici sul suo vero significato. In quel periodo è certo che i riti religiosi estivi includevano lo stare immobili in adorazione di una divinità legata ai culti solari: tuttavia non si capisce se la colla di cui si parla fosse secreta proprio dalle fanciulle durante detti riti - e per questo venivano venerate come sacerdotesse - oppure se in realtà fosse il termine Faacolla , o luogo ove si svolgevano i riti. Questa seconda ipotesi sembra essere avvalorata dalla terza frase Ma che mme stà a ripijià? che potrebbe essere la Domanda iniziale del rito - le sacerdotesse vengono ripijate, ossia osservate durante il Rito. A questo segue infatti l'invito Famme quarche domanda…

(3) L'Interrogante chiede a questo punto alla Fanciulla 1 quando il Sole darà un Segno di sè sulla sua pelle, e la risposta accenna a sacri lavacri per non incorrere nella Sua ira divina (lavà ‘a capoccia).

A questo punto vi è un'interruzione che non è stato ancora reso possibile restaurare; l'Interrogante deve aver posto un'altra domanda alla Fanciulla 1 alla quale ha risposto qualcosa (purtroppo non si è riusciti a ricostruire l'audio a questo punto):

FRAMMENTO 2 :

Interrogante (rivolgendosi alla ragazza 2) : E tu?
Fanciullla 2: Io pure ‘r Calippo (4) , poi se sémo prese à bira… (5)
Interrogante : Ahi ahi ahi ahi ahi, la birra non va mica bene! (Audio perduto)
Fanciulla 1: ‘Na bira ghiacciata…
Fanciulla 2: E vabbè, mejio de gnente, dài, su… Poi ar mare uno se deve divertì, se deve (5) . Pè ffòrza, arivederci! (6)

(4) Stavolta parla la Fanciulla 2, forse la seconda officiante, che afferma di avere pure ‘r Calippo. Questa è senza dubbio la parte più controversa del Frammento 2. Cosa o chi è Calippo? Il nome segreto del dio che adoravano in quel dato periodo storico (recenti ritrovamenti mostrerebbero dei frammenti visivi con dei fanciulli correre con degli oggetti con su scritto, appunto, Calippo fra le mani: una rappresentazione dei succitati culti probabilmente dedicati alla fertilità) ? Oppure, scomponendo la frase si ha Pu Rer Cal Ippo , che secondo recenti studi altro non sarebbe che A Te Mio Signore nella prima parte.

(5) Nella seconda parte si ha 'A bira o Abira , un' invocazione alla dea dell'abbondanza.
L'Interrogante sembra prima negare - sopraffatto simbolicamente dalla sua potenza - poi chiedere le qualità di Abira, procedendo con il rituale. La Fanciulla 1 risponde ghiacciata, ossia proveniente dal Profondo e Freddo Buio per dissetare i fedeli con la Conoscenza.
La Fanciulla 2 riprende la formula affermando (5) ar mare uno se deve divertì, se deve… Pè ffòrza. Questo è senza dubbio il momento più alto della cerimonia, che mostra il Volto della Verità e la fine del rito della Speculazione (arivederci! )

la scoperta e decrittazione dei Frammenti 1 e 2 getta indubbiamente una luce nuova sui culti religiosi dell'inizio del 21° secolo.
Vi sono sovrapposti alle immagini dei segni corrispondenti a lettere di un alfabeto sconosciuto la cui decrittazione sarà una delle prossime sfide.

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Il mondo di Stella Marrs

Questa macchina uccide i fascisti



Stella Marrs è un'artista americana che usa tutta l'iconografia "bassa" della pubblicità anni '50-'60 per creare sottili e geniali contrasti con messaggi politici nel senso più ampio del termine. Questo metodo, di ispirazione surrealista - spiazzare il pubblico che si aspetta un determinato messaggio appiccicato alla sua immagine - ha in Stella Marrs una valenza molto ironica e sferzante: quando si vedono due signore in una foto sgranata in bianco e nero non ci si aspetta certo lo slogan:

Ognuno sembra normale finchè non lo si conosce


l'immagine pubblicitaria anni '50 ha assunto col passare dei decenni una carica "rassicurante", come se fosse essa stessa testimone di un paradiso perduto. Film come Pleasantville hanno sfruttato a dovere questa ambiguità (due ragazzi si trovano intrappolati in un serial TV, appunto, degli anni '50 per scoprire che la vita non era tutta rose e fiori).




Il gioco della Marrs è appunto quello di perturbare questo mondo fatato con slogan puntuti ed affermazioni filosofiche; molta attenzione è data al mondo delle donne - bamboline intrappolate in un'epoca remota che però ci danno filo da torcere guardandoci negli occhi e costringendoci a porci delle domande:



D: Perchè mai le donne non hanno il pene?

R: Perchè le donne pensano col cervello.



Questo che segue è un video omaggio all'arte di Stella Marrs. La colonna sonora che lo accompagna non poteva che essere qualcosa di altrettanto spiazzante: l'inno grunge Smells Like Teen Spirit dei Nirvana soavemente rifatto in chiave Las Vegas / cha-cha-cha da Richard Cheese e i suoi Lounge Against The Machine .


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Supporti estivi per donne lavoratrici


Copriti, svergognata!


Da piccola, diciamo verso i dodici-tredici anni avevo un completo estivo elegante - all'epoca si diceva "Più impegnativo" - in cotone grezzo, composto da una gonna lunga e svasata in fondo ed un top a forma di gilet senza maniche -. Me lo aveva comprato mia madre nella segreta speranza che il circondarmi di abiti più femminili contribuisse allo sbocciare della mia, di femminilità, sinora limitata al famigerato "periodo mensile". (Era ancora scossa dalla mia ferrea determinazione, qualche mese addietro, a voler comprare un micidiale pullover color biscotto ). Comunque, entrambe ci accorgemmo che il pezzo superiore del completo, il gilet, era troppo scollato, o meglio, non sarebbe risultato scollato se non fosse stato per il fatto che alla mia età il mio petto era già discretamente formato e premeva minaccioso contro la stoffa. L'incubo di ogni stilista: la carne che si vuole far uscire dalla porta dell' "eleganza", rientra dalla finestra della sessualità in crescita esponenziale spostando ogni centimetro di stoffa come succede sempre all' Incredibile Hulk.
Soluzione al problema: un centrino di pizzo beige, ricavato da una vecchia bomboniera - la cannibalizzazione delle bomboniere era una cosa che si usava molto in quegli anni, i veli di qui, i nastrini di là - sagomato e cucito in mezzo alla scollatura, con tre automatici nascosti per l'apertura. Voilà. Potevo indossare il completo senza morire dalla vergogna o fingere una scoliosi (Stai dritta con le spalle!).
Questa introduzione per un prodotto che si è affacciato sul mercato inglese quest'anno, finendo per essere commentato addirittura dal serio quotidiano The Guardian (Modesty panels: the solution to low-cut top disasters?) (I davantini sono la soluzione ai top troppo scollati?) . In sostanza, questi pezzi di stoffa asportabili a piacere sono la risposta ad un disagio crescente delle donne britanniche che, data l'ondata di caldo - ben 30° !!! - sono costrette a mettersi qualcosa i più consono alle alte temperature, ma :
a) trovano abiti estivi adatti alle vacanze ma non ai luoghi di lavoro
b) detti abiti - top, camicette - sono troppo rivelatori per le misure femminili britanniche.
a questo punto il mercato se n'è uscito con due interessanti invenzioni, o riedizioni di vecchissime idee:
1) Il Bosom Button , o spilla da petto, ideale per fermare le scollature
troppo ardite senza dover ricorrere alla spilla da balia (che tra l'altro
rovina i vestiti), pezzo forte della ditta What a Girl Needs
(quello che una ragazza vuole), incrocio fra Sex and the City ed il catalogo
Gli Introvabili di Euronova . Se il bottone non basta, ci sono anche i
Liftits o adesivi alzatette ( Per un'aria vivace senza reggiseno! )
2) Il Modesty Panel , o davantino in pizzo per coprire, appunto, la modesty della donna lavoratrice e non. Da notare sul catalogo della S & S Enterprises Ltd. il capolavoro di diplomazia: si fa vedere la classica sequenza prima/dopo la cura, ma il petto della prima foto è un classico petto un po' cascante, come a dire: vi dovete mettere il panel non per evitare eventuali sguardi vogliosi sul vostro decolletè, ma per evitare gli sguardi di commiserazione sulle vostre bisacce sgonfie.
I commenti all'articolo del Guardian sono perlopiù indirizzati verso una blanda
critica alla mancanza di volontà politica da parte delle ditte di abbigliamento
a creare dei "sopra"che vadano bene a tutte. In realtà le ondate di caldo, come pure i paesi più caldi, mettono sul piatto dei problemi enormi in fatto di abbigliamento e "morale": se col freddo te la cavi con uno o più strati di stoffa, che fare se con l'afa ti scopri ma non hai la rassicurante "tavola" delle modelle a cui è concesso indossare tutti i nude look possibili senza indurre troppo in tentazione? Davantini, bottoni birichini ed ex-bomboniere sono una specie di tranquillante per evitare di porsi troppe domande e tirare avanti giorno dopo giorno (anche e a pensarci bene un bottone piazzato nel posto giusto può ottenere l'effetto opposto) , ma chi ci dice che questa sia la strada giusta?


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PAAATROCLOOOOO!!!!!!

Chiàppala! Chiàppala! Bracardi, Boncompagni ed Arbore (Marenco non c'è)



Quattro giorni fa è stato celebrato un po' in sordina il trentennale della prima puntata di Alto Gradimento. In onda sul Secondo canale Rai (allora non ancora Radio2) dal 7 luglio 1970, all'inizio si doveva chiamare - per ammissione dello stesso Arbore - Musica e Puttanate. Hanno intervistato a più riprese i due autori-creatori del programma, ma secondo me per rendere un dovuto omaggio a quello che è stato il programma più incredibile di tutta la radio italiana avrebbero dovuto chiamare a raccolta tutti i suoi affezionati ascoltatori nel corso degli anni. Alto Gradimento iniziava alle 12:30 con la sigla di James Last Rock Around The Clock . Subito questa sigla veniva subissata da uno tsunami di rumori, annunci dei grandi magazzini, versi animali eccetera mentre i due conduttori Renzo Arbore e Gianni Boncompagni cercavano di mandare avanti la trasmissione. Cosa c'è di strano? Tutti i programmi radiofonici, Rai ed emittenti private con velleità comiche hanno due persone a condurre e a darsi sulla voce. La questione è che Alto Gradimento fu il primo programma a fare tutto ciò nel 1970. Il parlare sopra i dischi trasmessi era all'inizio considerato un'escamotage da parte delle case discografiche per fare in modo di non far fare registrazioni "pirata" dalla radio. Arbore e Boncompagni aggiunsero una pletora di personaggi e personaggini che erano il contraltare surreale dell'italia di quegli anni. Personalmente ricordo La Tragedia di Raoul a cura del Poeta Marius Marenco
(parodia de La caduta degli dei di Luchino Visconti). Ecco la presentazione dell'aristocratica e mitteleuropea famiglia di Raoul :


Il contesso padro
La conta madra
Il cugino Wolfango
Le cugine Verbena e Beatrice
I cani
Alsaz l'alsaziano
Alan l'alano
e
Alban l'Albano


Alto Gradimento ha avuto per la cultura italiana la stessa importanza che ebbe il televisivo Monty Python's Flying Circus per quella anglosassone. Entrambe le trasmissioni partivano infatti da una concezione molto simile della realtà: un luogo da cui emergono brandelli di inconscio che diventano occasioni squinternate di riso. L'ascoltatore non "si riconosce" nei personaggi di Arbore e Boncompagni & C., non c'è la funzione tradizionale della satira che è quella di ridere dei difetti altrui mettendosi su un piano superiore e quindi giudicante. Il programma apriva tutti i giorni feriali (la domenica andava in onda dopo la celebre rivista radiofonica Gran Varietà ) il vaso di Pandora della realtà italiana di quegli anni: professori frustrati ed accademici titolati, studenti illetterati e colonnelli irriducibili, playboy sfigati e fidanzate sbatacchiate sul sedile posteriore dell'auto, segretarie del Nord, ladri del Sud e pastori dell'Est Italia, cuochi rumeni e scalpellini arabi che mandano tutti affangala, nostalgici di quando c'era Lui e nostalgici della Dolce Vita, esperti di canti popolari e teorici della bestialità dell'uomo, uccellacci con gli scarponi e rane di nome Anna Maria, astronauti spagnoli sperduti nello spazio e cronisti di provincia, poeti naif e letargici dirigenti Rai... Noi riconoscevamo ogni elemento come "nostro" perchè in qualche modo faceva parte del nostro ambiente, anche se non sapevamo bene come. Ogni intervento veniva intervallato poi da brani musicali in netta controtendenza rispetto alla vulgata di quegli anni; se andavano di moda l' "impegno" e i cantautori, A&B mandavano In The Summertime dei Mungo Jerry



o Rumore di Raffaella Carrà (allora, tra l'altro, fidanzata di Boncompagni!).



La mia preferita rimarrà Bensohurst Blues cantata da Oscar Benton,




(mia madre comprò il 45 giri a suo tempo), sorta di blues italo-americano con mandolini sullo sfondo che sarebbe piaciuto a Carmine Petriccione, temibile zio d'America di Arbore. Su tutto questo brodo primordiale - per citare un vecchio collega di Arbore, lo scrittore Riccardo Pazzaglia - un urlo ancora più primordiale squarcia l'etere, facendo tremare quanti lo ascoltarono
allora:



PAAAATROCLOOOOO!!!!!

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Calypso in the rain






Cha-cha-cha-cha-cha...



Ora il sole c'è, e il caldo pure. Sono già partti i primi telegiornali con i piedi dei turisti a mollo nelle fontane, i primi scellerati omicidi "dovuti al caldo", i primi, secondi e terzi consigli su quali costumi da bagno portare eccetera. Nel 1957 Classe di ferro, un film del genere "musicarello" che narra le vicende di un gruppo di commilitoni durante la naja fece vedere come si sconfigge la calura a colpi di calypso.
In questo film infatti c'è un balletto che ha dell'incredibile: i commilitoni che cantano sotto la doccia mentre una presenza inquietante rimane ferma con un asciugamano in testa in primo piano a sinistra. La regia alterna totali dell'infilata delle docce


a dettagli di piedi e caviglie pelosi che si muovono nell'acqua,



con primi piani dei militari felici in preda alla musica





- chi canticchia, chi fa il verso della tromba, chi si lava voluttuosamente - battendo le mani sulle maioliche al ritornello. La fila di militari in asciugamano che si agita al suono del calypso è così spontanea e allo stesso tempo fuori dalle regole da far pensare più alla Nouvelle Vague che ai "musicarelli".
Il testo della canzone che canta Fausto Cigliano nella scena è poi un metatesto, dato che racconta in pratica la nascita di una canzone. Si parte dal villaggio felice dove la gente quando piove canticchia il calypso (attacco disneyan-antropologico-culturale):

In Polinesia c'è
un'isoletta ancor
dove la gente se ne sta
beatamente appisolata in mezzo ai fior.
Pensa a far l'amor, amor, amor,
Pensa a far l'amor, amor, amor,
Non hanno il bagno, ma
Ciascun la doccia fa
Sotto la pioggia canticchiando allegramente
quel calypso che ha nel cuor
e che dice amor, amor, amor
e che dice amor, amor, amor

Arriva il demiurgo, ossia il cantante italo-americano Frankie Laine (la presenza del Mito Americano nel '57 è molto forte) :

Saputo questo fatto
sapete cosa ha fatto
il famoso Frankie Laine
ha fatto una canzone
un vero successone
che si chiama "Calypso In The Rain"

Cigliano ci informa che questo è il calypso "di Frankie Laine" (e i parolieri sono riusciti a fare rima con John Wayne nel ritornello successivo) che si canta "in the rain":


Cha-cha-cha-cha-cha
Questo è il calypso
Cha-cha-cha-cha-cha
Di Frankie Laine
Se c'è un sol che incanta
Non si canta
Perchè questo è il calypso in the rain

Ka-ka-ka-ka-ka
Fa la cornacchia
Ta-ta-ta-ta-ta
spara John Wayne
Ma se romba il tuono
io lo suono
Perchè questo è il calypso in the rain

Ooooh Ooooh Ooooh Ooooh Ooooh Ooooh Ooooh
(This is calypso this is calypso in the rain)
Ooooh Ooooh Ooooh Ooooh Ooooh Ooooh Ooooh

La canzone poi prosegue in inglese, con tutti i militari che si agitano in fila vestiti solo con un asciugamano sui fianchi - e per il '57 è una vista abastanza osèe, considerato che il mondo militare è fatto da "uomini veri" che non danzano leggiadri il calypso - o forse possono permettersi di ballarlo proprio perchè sono uomini veri, ed è per questo che questo balletto ha delle implicazioni che forse a quei tempi non si immaginavano - . La voce di Cigliano, poi, così lontana dallo stornellare tenorile di un Claudio Villa dà un'impostazione quasi "seria" all'assunto per cui se romba il tuono / lui suona / perchè canta il calypso in the rain.
Classe di ferro originaramente era una commedia musicale di Antonio Margheriti (che divenne più tardi Anthony Dawson e co-diresse western come Giù la Testa -la scena dell'esplosione-), mentre il regista è Turi Vasile, che più tardi produsse fra l'altro capolavori come Io la conoscevo bene di Antonio Pietrangeli (1965) e Pane e Cioccolata di Franco Brusati (1973):





detto anche Sciòn Sciòn per il suo famosissimo tema di Ennio Morricone.

A proposito, se qualcuno mi può spiegare perchè quell'uomo con l'asciugamano in testa sta lì in primo piano a sinistra dell'inquadratura...

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Eroine dell'estate

In questa non-estate dove neppure Minzolini può mettere nel TG1 il Servizio sull'Ondata di Caldo con inclusi i consigli per non far arrostire vecchi e bambini(beveteacquamangiatetantafruttaeverduraandatealcentrocommercialechelì
almenofapiùfrescoesemoriteviseppellisconosubitomicacomeivostriparenti
quandosieteacasa)
a causa delle intemperanze della situazione amosferica attuale, fa piacere seguire le pubblicità fra un programma e l'altro, danno il giusto commento alla temperatura spirituale del Paese. Ad esempio, fa piacere vedere tanta forza lavoro femminile negli spot, come in quello di Intesa Sanpaolo con la Gialappa's Band, dove l'impiegata può, grazie alla nuova carta prepagata, fare acquisti on-line mentre il suo fidanzato guarda i mondiali. I tre della Gialappa's fuori campo incalzano: e che cosa hai comprato on line? e lei: dei libri. E loro: see, con quanti centimetri di tacco?
Ecco, questo genere di battute credo faccia più male che mostrare una donna seminuda intenta a fare qualunque cosa le venga in mente. Perchè la Gialappa's Band passa per trio comico "alternativo", e la Intesa Sanpaolo li ha ingaggiati evidentemente per "svecchiare" l'immagine che si ha di una banca e fare un tipo di campagna un po' più all'anglosassone (tipo quelle che vincono i premi a Cannes e si trovano nelle varie Notti dei Pubblivori). L'impiegata sorride, sta al gioco, ma c'è qualcosa - voluto? - che stona nel contesto "goliardico" dello spot. Come se ormai fosse abbastanza "ggiovane" e "alternativo" tirare fuori ancora una volta questi clichè triti e ritriti. La pubblicità, è vero, si fonda sul senso comune, ma dovrebbe avere quel guizzo, quel particolare che ne smonta in parte l'impalcatura, pur "ricostruendola" alla fine con l' evidenziamento del prodotto.
Nella nuova campagna della compagnia telefonica 3 l'attrice comica siciliana di Zelig Teresa Mannino ripara l'auto di un'imbranato Raul Bova mentre la sua fidanzata bionda sta a guardare (e alla fine rimane sola).


La Mannino con i suo "Serve aiutooo?" spiazza e seduce il pio Bova, ed è irresistibile quando gli intima: "Accéendi! " (il motore). La precedente campagna aveva come protagonista la torinese Luciana Littizzetto; era divertente, ma troppo "comica" e sopra le righe:



Mentre la Littizzetto nello spot appare come un folletto tutto sommato innocuo che scherza sulle valenze "sessuali" della pubblicità ( "Vuoi vedere una cosa bellissima? Il mio nuovo videofonino 3!") , la Mannino ha qualcosa di veramente conturbante che rimanda ai fasti del tè freddo. (Antò, fa caldo! )




La palma di "eroina dell'estate" nella pubblicità TV spetta comunque a colei che, all'ora di pranzo - in cui si suppone che i vecchietti guardino la TV, la sera ci sono i giovani e giù con la Spritz Life - ci narra in primo piano la sua tragedia, con tre versi degni di Salvatore Quasimodo:

non sopporto più la dentiera

balla

e mi irrita le gengive.




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Confessioni di una pulitrice di finestre


Lo sporco pulitore di finestre fa vedere tutto!



Nell'elenco delle Pulizie di Primavera (e di tutte le altre stagioni) il pulire le finestre rientra nel novero dei Doveri Superiori. Sì, perchè spazzare e lavare i pavimenti o spolverare qui e là è in fondo normale - se non lo si fa, ci si assicura una vita insopportabile e piena di acari - ma le finestre sono un'altra cosa. Qui la sabbia tende a sedimentarsi con l'acqua, facendo diventare la tua visione dell'esterno un qualcosa tendente al grigio con sfumature ruggine (il Ghibli). Quando l'inverno comincia a far posto a quel particolare interregno che un tempo si chiamava "Primavera" tu passi davanti alle finestre, giurando di lavarle tutte compresa la temibile intelaiatura. Ma poi il tempo è troppo instabile, la mattina piove e il pomeriggio no, così rimandi.


Un giorno arriva il sole.

Per tutta la giornata.

E poi per quella successiva.

Cominci a pensare effettivamente mentre la luce tenta di entrare nelle stanze che bisogna lavarle, queste finestre. E prendi tutto l'occorrente: detersivo liquido per vetri ( quello con l'impugnatura che ha ad un'estremità una microreticella con cui trasformare il liquido blu in foam (spuma); vecchi quotidiani che ti metterai a rileggere freneticamente per vedere se hai dimenticato qualche articolo interessante; panno asciutto di cotone - vecchio lenzuolo tagliato sadicamente a quadrati - per asciugare eventuali rimasugli di detersivo. Scaletta.

Si comincia.

Occorre arrampicarsi lentamente sulla traballante scaletta - dato che le finestre vanno lavate partendo dall'alto - saggiando cautamente ogni scalino. Quando si arriva in cima la scaletta cede regolarmente di cinque centimetri, cosicchè regolarmente ci si aggrappa all'intelaiatura della finestra. Mentre il liquido per detersivi cola lungo il vetro all'esterno portandosi via la sabbia del deserto (sì, proprio quella, portata dal Nord Africa fino qui con le piogge) il mondo esterno comincia ad assumere un nuovo aspetto, che si definirà una volta passati i fogli di giornale accartocciati ed appiattiti con movimento circolare sulla superficie vetrosa.
Le finestre vanno pulite prima dall'esterno, in modo da far risaltare - e quindi eliminare meglio - lo sporco in controluce. Quando il primo vetro è pronto, la vostra disposizione verso la vita esterna subisce un lieve scarto. Bella forza, la finestra è pulita! direte. Invece è qualcosa di più profondo, come se nel frattempo qualcuno avesse aumentato le vostre capacità visive. Iniziate a guardare il paesaggio che si stende davanti a voi, le finestre degli appartamenti davanti, le persone dietro a quelle finestre, e quando avete finalmente finito di lavare tutti i vetri e il sole è al tramonto e avete entrambe le mani sporche d'inchiostro e la bottiglia del detersivo per vetri contiene ormai solo la foam la trasformazione avvenuta.
Siete diventati dei guardoni.
I pulitori di finestre professionisti hanno - al pari degli idraulici e dei lattai - la nomea di grandi scatenatori della libido casalinga femminile. All'inizio degli anni '70 in Gran Bretagna un fim chiamato Confessions of a Window Cleaner (1974, regia di Val Guest , interprete Robin Askwith) sbancò i botteghini e fu l'inizio di una fortunata serie di "confessioni", tutte basate su una serie di romanzi "autobiografici" di Timothy Lea, pseudonimo dello sceneggiatore e scrittore inglese Christopher Wood .



Il pulitore del film passa da una finestra e da una femmina vogliosa all'altra quasi inconsapevolmente, degno epigono del settecentesco Tom Jones . All'epoca il film venne tacciato di "pornografia" , ma a vederlo adesso fa una tenerezza infinita, un po' come tutte quelle liceali, dottoresse, insegnanti e infermiere che popolavano i cinema negli stessi anni in Italia.
Un sentito omaggio a questo film venne fatto nel 2003 nel video dei Belle and Sebastian
Step Into My Office, Baby :



Il finale del video illustra il cambiamento di visuale che avviene togliendo lo sporco alle finestre (e da se stessi).

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SATC3 - The Road to Nowhere


Quando sognerai di un mondo che non è mai esistito o di uno che non esisterà mai e in cui sei di nuovo felice, vorrà dire che ti sei arreso.

Che cos' hanno in comune il sequel n°2 della serie televisiva più sbeffeggiata e vista (di nascosto - "ho tutti i DVD sotto al letto !" - ) della storia e l'adattamento cinematografico del tostissimo romanzo di Cormac McCarthy ? Apparentemente nulla, anzi, gli estimatori di The Road si sentirebbero offesi da un simile paragone, considerate le critiche feroci al secondo capitolo delle vite di Carrie Bradshaw and co. Eppure qualcosa c'è.
Nel secondo capitolo della versione cinematografica di Sex And The City Manhattan viene lasciata a favore di Abu Dhabi, capitale degli Emirati Arabi Uniti.
Abu Dhabi è una città che non esiste.
Non esiste perchè è stata progettata ex-novo nel deserto, (come Las Vegas ma con altri intenti), campo di sperimentazione per architetti foraggiati dai petrodollari degli sceicchi. Come la Venezia di Cappello a cilindro



con Fred Astaire e Ginger Rogers, la Abu Dhabi di Carrie e Co. è una città completamente artificiale, resa ancora più assurda dal film stesso. Se Manhattan aveva ancora una parvenza di sophisticated comedy , Abu Dhabi è una quinta teatrale di cartone dove si agitano le ex-Fantastiche Quattro newyorchesi - in una fotografia che non rende loro giustizia e le fa sembrare quattro carampane in vacanza, confermando così visivamente il pregiudizio che le donne, superata una certa età, è meglio che stiano a casa -
Quindi, se portiamo il ragionamento fino in fondo, potremmo anche fare a meno di Abu Dhabi.E qui entra The Road.
Il mondo di The Road non esiste, ma non nel senso di Matrix (metafora ormai superata del virtuale) : è quello che potrebbe rimanere dopo una serie di catastrofi umane e naturali. Un' immensa mappazza grigioverde con dei frammenti di vite passate qui e là. In mezzo, un uomo e un bambino che cercano di raggiungere la Costa, dove potrebbe esserci ancora della vita. Il film di John Hillcoat mostra un mondo post-catastrofe ben lontano da quello di film come Interceptor - Mad Max


con Mel Gibson (qui c'è un solo trabiccolo a motore, e lo usano dei cannibali).
Anche In The Road il mondo è diventato una quinta teatrale senza senso, ma non per permettere, come in SATC2, a quattro personaggi di continuare la loro commedia ogni anno più insulsa, bensì per fare in modo che due personaggi - l'Uomo e il Bambino - trovino la loro verità nella sopravvivenza. Entrambe le visioni contengono dei sicuri elementi horror (la casa con la botola piena di carne fresca umana , le pillole di Samantha, i vestiti delle quattro sempre più avulsi da ogni contesto, la tranquillità grigia che nasconde il peggio) , dunque entrambi i film possono essere mescolati fra di loro in un' abbraccio carico di mortale Utopia.