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Eroine dell'estate

In questa non-estate dove neppure Minzolini può mettere nel TG1 il Servizio sull'Ondata di Caldo con inclusi i consigli per non far arrostire vecchi e bambini(beveteacquamangiatetantafruttaeverduraandatealcentrocommercialechelì
almenofapiùfrescoesemoriteviseppellisconosubitomicacomeivostriparenti
quandosieteacasa)
a causa delle intemperanze della situazione amosferica attuale, fa piacere seguire le pubblicità fra un programma e l'altro, danno il giusto commento alla temperatura spirituale del Paese. Ad esempio, fa piacere vedere tanta forza lavoro femminile negli spot, come in quello di Intesa Sanpaolo con la Gialappa's Band, dove l'impiegata può, grazie alla nuova carta prepagata, fare acquisti on-line mentre il suo fidanzato guarda i mondiali. I tre della Gialappa's fuori campo incalzano: e che cosa hai comprato on line? e lei: dei libri. E loro: see, con quanti centimetri di tacco?
Ecco, questo genere di battute credo faccia più male che mostrare una donna seminuda intenta a fare qualunque cosa le venga in mente. Perchè la Gialappa's Band passa per trio comico "alternativo", e la Intesa Sanpaolo li ha ingaggiati evidentemente per "svecchiare" l'immagine che si ha di una banca e fare un tipo di campagna un po' più all'anglosassone (tipo quelle che vincono i premi a Cannes e si trovano nelle varie Notti dei Pubblivori). L'impiegata sorride, sta al gioco, ma c'è qualcosa - voluto? - che stona nel contesto "goliardico" dello spot. Come se ormai fosse abbastanza "ggiovane" e "alternativo" tirare fuori ancora una volta questi clichè triti e ritriti. La pubblicità, è vero, si fonda sul senso comune, ma dovrebbe avere quel guizzo, quel particolare che ne smonta in parte l'impalcatura, pur "ricostruendola" alla fine con l' evidenziamento del prodotto.
Nella nuova campagna della compagnia telefonica 3 l'attrice comica siciliana di Zelig Teresa Mannino ripara l'auto di un'imbranato Raul Bova mentre la sua fidanzata bionda sta a guardare (e alla fine rimane sola).


La Mannino con i suo "Serve aiutooo?" spiazza e seduce il pio Bova, ed è irresistibile quando gli intima: "Accéendi! " (il motore). La precedente campagna aveva come protagonista la torinese Luciana Littizzetto; era divertente, ma troppo "comica" e sopra le righe:



Mentre la Littizzetto nello spot appare come un folletto tutto sommato innocuo che scherza sulle valenze "sessuali" della pubblicità ( "Vuoi vedere una cosa bellissima? Il mio nuovo videofonino 3!") , la Mannino ha qualcosa di veramente conturbante che rimanda ai fasti del tè freddo. (Antò, fa caldo! )




La palma di "eroina dell'estate" nella pubblicità TV spetta comunque a colei che, all'ora di pranzo - in cui si suppone che i vecchietti guardino la TV, la sera ci sono i giovani e giù con la Spritz Life - ci narra in primo piano la sua tragedia, con tre versi degni di Salvatore Quasimodo:

non sopporto più la dentiera

balla

e mi irrita le gengive.




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Confessioni di una pulitrice di finestre


Lo sporco pulitore di finestre fa vedere tutto!



Nell'elenco delle Pulizie di Primavera (e di tutte le altre stagioni) il pulire le finestre rientra nel novero dei Doveri Superiori. Sì, perchè spazzare e lavare i pavimenti o spolverare qui e là è in fondo normale - se non lo si fa, ci si assicura una vita insopportabile e piena di acari - ma le finestre sono un'altra cosa. Qui la sabbia tende a sedimentarsi con l'acqua, facendo diventare la tua visione dell'esterno un qualcosa tendente al grigio con sfumature ruggine (il Ghibli). Quando l'inverno comincia a far posto a quel particolare interregno che un tempo si chiamava "Primavera" tu passi davanti alle finestre, giurando di lavarle tutte compresa la temibile intelaiatura. Ma poi il tempo è troppo instabile, la mattina piove e il pomeriggio no, così rimandi.


Un giorno arriva il sole.

Per tutta la giornata.

E poi per quella successiva.

Cominci a pensare effettivamente mentre la luce tenta di entrare nelle stanze che bisogna lavarle, queste finestre. E prendi tutto l'occorrente: detersivo liquido per vetri ( quello con l'impugnatura che ha ad un'estremità una microreticella con cui trasformare il liquido blu in foam (spuma); vecchi quotidiani che ti metterai a rileggere freneticamente per vedere se hai dimenticato qualche articolo interessante; panno asciutto di cotone - vecchio lenzuolo tagliato sadicamente a quadrati - per asciugare eventuali rimasugli di detersivo. Scaletta.

Si comincia.

Occorre arrampicarsi lentamente sulla traballante scaletta - dato che le finestre vanno lavate partendo dall'alto - saggiando cautamente ogni scalino. Quando si arriva in cima la scaletta cede regolarmente di cinque centimetri, cosicchè regolarmente ci si aggrappa all'intelaiatura della finestra. Mentre il liquido per detersivi cola lungo il vetro all'esterno portandosi via la sabbia del deserto (sì, proprio quella, portata dal Nord Africa fino qui con le piogge) il mondo esterno comincia ad assumere un nuovo aspetto, che si definirà una volta passati i fogli di giornale accartocciati ed appiattiti con movimento circolare sulla superficie vetrosa.
Le finestre vanno pulite prima dall'esterno, in modo da far risaltare - e quindi eliminare meglio - lo sporco in controluce. Quando il primo vetro è pronto, la vostra disposizione verso la vita esterna subisce un lieve scarto. Bella forza, la finestra è pulita! direte. Invece è qualcosa di più profondo, come se nel frattempo qualcuno avesse aumentato le vostre capacità visive. Iniziate a guardare il paesaggio che si stende davanti a voi, le finestre degli appartamenti davanti, le persone dietro a quelle finestre, e quando avete finalmente finito di lavare tutti i vetri e il sole è al tramonto e avete entrambe le mani sporche d'inchiostro e la bottiglia del detersivo per vetri contiene ormai solo la foam la trasformazione avvenuta.
Siete diventati dei guardoni.
I pulitori di finestre professionisti hanno - al pari degli idraulici e dei lattai - la nomea di grandi scatenatori della libido casalinga femminile. All'inizio degli anni '70 in Gran Bretagna un fim chiamato Confessions of a Window Cleaner (1974, regia di Val Guest , interprete Robin Askwith) sbancò i botteghini e fu l'inizio di una fortunata serie di "confessioni", tutte basate su una serie di romanzi "autobiografici" di Timothy Lea, pseudonimo dello sceneggiatore e scrittore inglese Christopher Wood .



Il pulitore del film passa da una finestra e da una femmina vogliosa all'altra quasi inconsapevolmente, degno epigono del settecentesco Tom Jones . All'epoca il film venne tacciato di "pornografia" , ma a vederlo adesso fa una tenerezza infinita, un po' come tutte quelle liceali, dottoresse, insegnanti e infermiere che popolavano i cinema negli stessi anni in Italia.
Un sentito omaggio a questo film venne fatto nel 2003 nel video dei Belle and Sebastian
Step Into My Office, Baby :



Il finale del video illustra il cambiamento di visuale che avviene togliendo lo sporco alle finestre (e da se stessi).

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SATC3 - The Road to Nowhere


Quando sognerai di un mondo che non è mai esistito o di uno che non esisterà mai e in cui sei di nuovo felice, vorrà dire che ti sei arreso.

Che cos' hanno in comune il sequel n°2 della serie televisiva più sbeffeggiata e vista (di nascosto - "ho tutti i DVD sotto al letto !" - ) della storia e l'adattamento cinematografico del tostissimo romanzo di Cormac McCarthy ? Apparentemente nulla, anzi, gli estimatori di The Road si sentirebbero offesi da un simile paragone, considerate le critiche feroci al secondo capitolo delle vite di Carrie Bradshaw and co. Eppure qualcosa c'è.
Nel secondo capitolo della versione cinematografica di Sex And The City Manhattan viene lasciata a favore di Abu Dhabi, capitale degli Emirati Arabi Uniti.
Abu Dhabi è una città che non esiste.
Non esiste perchè è stata progettata ex-novo nel deserto, (come Las Vegas ma con altri intenti), campo di sperimentazione per architetti foraggiati dai petrodollari degli sceicchi. Come la Venezia di Cappello a cilindro



con Fred Astaire e Ginger Rogers, la Abu Dhabi di Carrie e Co. è una città completamente artificiale, resa ancora più assurda dal film stesso. Se Manhattan aveva ancora una parvenza di sophisticated comedy , Abu Dhabi è una quinta teatrale di cartone dove si agitano le ex-Fantastiche Quattro newyorchesi - in una fotografia che non rende loro giustizia e le fa sembrare quattro carampane in vacanza, confermando così visivamente il pregiudizio che le donne, superata una certa età, è meglio che stiano a casa -
Quindi, se portiamo il ragionamento fino in fondo, potremmo anche fare a meno di Abu Dhabi.E qui entra The Road.
Il mondo di The Road non esiste, ma non nel senso di Matrix (metafora ormai superata del virtuale) : è quello che potrebbe rimanere dopo una serie di catastrofi umane e naturali. Un' immensa mappazza grigioverde con dei frammenti di vite passate qui e là. In mezzo, un uomo e un bambino che cercano di raggiungere la Costa, dove potrebbe esserci ancora della vita. Il film di John Hillcoat mostra un mondo post-catastrofe ben lontano da quello di film come Interceptor - Mad Max


con Mel Gibson (qui c'è un solo trabiccolo a motore, e lo usano dei cannibali).
Anche In The Road il mondo è diventato una quinta teatrale senza senso, ma non per permettere, come in SATC2, a quattro personaggi di continuare la loro commedia ogni anno più insulsa, bensì per fare in modo che due personaggi - l'Uomo e il Bambino - trovino la loro verità nella sopravvivenza. Entrambe le visioni contengono dei sicuri elementi horror (la casa con la botola piena di carne fresca umana , le pillole di Samantha, i vestiti delle quattro sempre più avulsi da ogni contesto, la tranquillità grigia che nasconde il peggio) , dunque entrambi i film possono essere mescolati fra di loro in un' abbraccio carico di mortale Utopia.

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Policlinici e cliniche

L'atmosfera di un policlinico è insidiosa.

Appena entri, ti sembra tutto tranquillo, ci sono due infermieri che chiacchierano in un angolo, altre tre persone disposte artisticamente sulle panche, una in piedi. Sembra la versione ospedaliera di quella scena de L'anno scorso a Marienbad in cui tutti sono immobili.
Ti avvicini alla sala triaggio (italianizzazione di Triage o metodo per distinguere i malati gravi da quelli quasi morti, da cui "triaggiare un paziente"). Cinque o sei fogli sono disposti in senso verticale sulla scrivania dell'infermiere-cerbero addetto allo smistamento (alla sua sinistra). Sono disposti in modo che si veda subito il numero in alto a sinistra di ciascun foglio. Un numero, un caso. Ripeto che ANCORA è tutto calmo. Una signora si avvicina furtiva a quei fogli, vuole sapere a che ora verrà ricoverato suo marito.

Non l'avesse mai fatto.

L'atmosfera Marienbad è rotta. L' infermiere-cerbero si avventa sulle cartelle dicendo che il marito è stato visitato e deve ASPETTARE per il ricovero. Si mette poi a smanettare disperato sul computer del Pronto Soccorso, dove appaiono dei nomi entro campi giallo canarino. Il giallo è il colore peggiore del triaggio: vuol dire mediamente critico, presenza di rischio evolutivo, possibile pericolo di vita; quindi se non si peggiora, se il dito tagliato non penzola troppo,il coltello non è poi andato troppo vicino alla giugulare e il colorito è giallo ma non diventa verde e non si vomita a tocchetti inneggiando a Satana e a Gigi D'Alessio, si può attendere nella

SALA D'ASPETTO

che nel caso del Pronto Soccorso dell' "Umberto I" a Roma è dotata di lucenti sedie d'acciaio inchiodate al terreno. Può assomigliare alla sala d'aspetto di una stazione nei momenti migliori, e in una bolgia di lamenti cinque minuti dopo, quando le barelle vengono depositate con i pazienti sopra. Ogni paziente dovrebbe essere corredato da un solo "accompagnatore", in realtà arrivano - nel caso di pazienti maschi: moglie, mamma, fratelli, badanti, in certi casi il prete per l'estrema unzione, tutti. Nel caso di pazienti femmine: la sorella (se ce l'ha), l'amica/collega, i figli piccoli e il marito che si assenta e va nel corridoio, dove annuncia "Non c'è campo!" ed esce dalla porta del Pronto Soccorso per non fare più ritorno. Dopo un po' arriva un'infermiera che cerca di scacciare i parenti più riottosi, "che poi ci vengono a fare i controlli..." una, due, più volte. Arriva finalmente

L' UOMO COL FOGLIO

e tutte le teste si voltano. Dice alto un nome, e il paziente corrispondente (se ancora vivo) si rianima e viene trasportato faticosamente fuori dalla sala d'aspetto con due-tre parenti aggrappati alle caviglie. Gli altri si rimettono a sedere, alcuni tornano dall'infermiere del triaggio per protestare ("quello mica stava tanto male, lo avete fatto passare davanti a tutti!"), un paziente in barella invoca badante e figlia e si vuole togliere il pannolone, un'altra nella barella accanto tiene a bada i bambini, si va in cerca della Bottiglietta d'Acqua - le macchinette distributrici funzioneranno?- Seguendo l'Uomo col Foglio che ha chiamato il paziente affinchè venga visitato, ci si inoltra nei corridoi interni del Pronto Soccorso, corredati da misteriose salette d'aspetto quasi sempre vuote, fino ad arrivare all'apoteosi della Sala dove si tengono i pazienti sotto osservazione in attesa di essere smistati ai vari reparti o in altri ospedali. Là, in un salone circondato da stanzette contenenti gli ambulatori (una con delle sedie e poltrone per quelli meno acciaccati) si concentra, in due file di otto letti cadauno, nella

SALA OSSERVAZIONE

tutto il dolore del mondo. Un groviglio di tubi, mascherine e pazienti che scalciano o se ne stanno immobili. Infermiere che si muovono da una parte all'altra del salone mentre arriva il pasto e quasi nessuno sa come tenere il vassoio in mano perchè non c'è spazio; le tragedie arrivano però con il tetrapak della spremuta d'arancia, e qui non c'è scampo dato che i pazienti, incastrati fra un letto e l'altro, non riescono a ficcare e a far rimanere nel buchetto ricoperto di stagnola la cannuccia del tetrapak in dotazione, perchè è troppo corta (le dimensioni a volte contano). Così si hanno ogni tanto schizzi improvvisi di aranciata che vengono scambiati per sangue e rimessi in circolo nelle vene con le flebo. In questa sala d'aspetto infernale nelle salette si discute di tutto: dal numero giornaliero di pannoloni che ci vogliono per l'anziano parente alla convenienza delle tariffe dei telefonini. Non si sa dove lasciare il vassoio con la cena una volta finito di mangiare, così si riscontra la presenza di polpettine orfane vicino alle maschere dell'ossigeno.

La Sala Osservazione è collegata all'atrio principale - con la sua bellissima scalinata umbertina -
da una porta blu che non si deve aprire dall'esterno, pena la calata dei parenti all'interno della sala stessa. Così accanto al Gabbiotto dell'Accoglienza e a destra della porta blu si dispongono al momento delle visite tre-quattro persone con buste e valigie in mano, pronte a scattare non appena l'infermiera addetta all'Accoglienza riceve l'okay per farne entrare UNA SOLA. Gli altri stanno seduti a ricordare fatti e fattacci di ricoveri ed altro ("e allora lui mi ha chiesto: 'Ma come faccio ad adoperare il pappagallo? Che devo fare?' e allora gli ho detto: 'Hai presente quella cosa piccola in mezzo alle gambe che non ti senti più? Ecco, quella ci devi mettere'.) Alla fine dal purgatorio del Pianterreno si può essere trasferiti nei singoli reparti, o si va nella


CLINICA

che ha un'atmosfera ancora più insidiosa.

Come ci si avvicina alla Clinica si nota che il traffico scorre più velocemente, e le autoambulanze non devono scavalcare le auto per avvicinarsi alla meta. La Clinica ha un ufficio accettazione molto simile alla concierge di un albergo, e uno tira un sospiro di sollievo perchè sembra effettivamente di entrare in un albergo - da notare che oggi il massimo della goduria è dato dall'immagine del grand hotel: perfino le navi da crociera hanno dovuto progettarle simili ai grandi alberghi-. Ci sono le poltrone in sala d'aspetto, gli ascensori, le pareti sono listellate di legno invece di avere sopra scritte tipo "sono qui per raccontarla". Mai domandare troppe cose una volta nella Clinica: il personale di solito ha un atteggiamento più guardingo e allo stesso tempo rilasato, di chi non deve difendersi troppo dai pazienti. Gli stessi familiari in visita, se al Policlinico sono un'orda scomposta in Clinica si adeguano allo standard di comportamento del Cliente. E' incredibile l'effetto che produce questa parola: fa diventare subito più attenti e consapevoli, le borse - ogni parente arriva con almeno due borse - non vengono buttate dove capita, ma tenute accanto alle gambe. Le stesse persone quando ricevono le chiamate sul cellulare non si contorcono in cerca del campo, ma tengono l'apparecchio elegantemente accostato al viso. In più si scambiano sussurrando informazioni sulla salute dei propri pazienti (niente di più lontano dal rincorrersi delle diagnosi degli ospedali). Appare una luce: è il medico. La gente si accosta a lui come per i Santi Misteri, lui spiega a voce bassa e ripete le cose una volta sola. Poi si defila. I pazienti già ricoverati nel frattempo stanno un po' rannicchiati e un po' seduti davanti ai tavolini delle loro stanze dove c'è il vassoio con il pasto. Hanno un po' paura anche loro, paura di comportarsi male e di ripiombare per punizione nella Sala Osservazione del policlinico, quindi si aggrappano alla flebo e fanno - alcuni - le parole incrociate su dei grandi almanacchi che ne contengono centinaia, alcuni con la foto in bianco e nero di Gigi D'Alessio al centro dello schema.
Il Bar della Clinica ha un aspetto più da "bar dei sobborghi", con pochi selezionati clienti che chiacchierano col figlio del gestore - c'è sempre un Figlio di Barista in questi luoghi, che distribuisce caffè al vetro e non si ricorda il prezzo delle caramelle - . Al contrario dei bar policlinici, presi d'assalto da cavallette in camice bianco. Quando scende la sera c'è un momento in cui tutto è fermo e silente in attesa del carrello portavassoi con la cena ("ce lo danno lo stracchino?"). I parenti si preparano ad andarsene - la Clinica è sempre leggermente fuorimano, in sobborghi profumati di gelsomino - e a lasciare i pazienti. Perchè la grande differenza è questa: dai Policlinici non te ne vai mai, sembra sempre che la gente venga curata meglio grazie alla tua presenza. La Clinica fa in modo che tu te ne vada anche se non vuoi.

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Degustare Parigi

Nell'estate del 1997 a Parigi faceva molto caldo. E umido. Questo è un video con una parte delle foto che ho scattato colà.


Il brano è La Dégustation del duo franco-inglese The Lovers, ideale per convertire tutti i sobri del mondo! Amusez-vous bien!

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Primo maggio, su coraggio...

La trionferà!...


Quando ero più piccola abitavo a due passi dalla Basilica di S. Giovanni in Laterano a Roma, luogo la cui piazza viene adibita il primo maggio al famoso Concertone ( in Gran Bretagna hanno Glasto(nbury)? E noi abbiamo S.Giovanni, tiè ! ). A quell'epoca Il Concertone ancora non era stato concepito, e la piazza era luogo del tadizionale comizio del di CGIL - CISL - UIL. Puntualmente gli altoparlanti del palco ci svegliavano al suono del disco di Bandiera Rossa, con la sua introduzione un po' marziale e un po' corrida. Questa registrazione veniva ripetuta ogni tanto, sia per chiamare la folla al comizio, sia per tarare gli altoparlanti, e a me sembrava di stare dentro ad un cinegiornale, di quelli in bianco e nero un po' spuntinati pieni di folle che marciano di qua e di là. Con l'introduzione del concerto in piazza dal 1990 in poi, gli altoparlanti si sono fatti via via più invasivi per via dei sound-check o prove del suono su palco (quando provavano le batterie erano dolori), e a me tutto veniva in mente tranne il ruolo dei lavoratori nella storia: mi sembrava stavolta di assistere ad un concerto da dietro le quinte, fra atrezzisti che imprecano, produttori che controllano gli incassi e star da tirare su con sostanze psicotrope di vario tipo (almeno questo è ciò che si vede al cinema).
Ogni primo maggio era la stessa storia: c'erano i partecipanti da una parte, contenti di vedere S. Giovanni e la sua piazza - una delle più "misurate" d'Italia, visto che ad ogni comizio devono stabilire se hanno partecipato un milione di persone o centonovantamila - e dall'altra i villici di S. Giovanni che se ne stavano tappati in casa o fuori per il ponte. Al centro dello scontro, via Sannio, proprio dietro alla basilica, che se normalmente era sede del mercato di vestiti nuovi ed usati, nei giorni di festa sembrava vuota come una quinta teatrale. Ovvio che venisse attraversata su e giù da parecchi degli appartenenti al milione - o ai centonovantamila - con mezzi di vario tipo.
Ora potevamo anche scendere giù per strada a sentire il Concertone, ma fare due passi per ascoltare una cosa e farne invece tanti non dà lo stesso divertimento. E così la sera sentivo dei suoni ovattati - un basso, una batteria, un grido - a cui attribuivo ogni volta grandi canzoni... Il giorno dopo era Il Giorno Dello Scopino, unico lavoratore a godersi le conseguenze del Concertone.
Ora non abito più così vicino alla piazza, però sento ancora le note del Concertone da lontano...

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I did it myyyyy waaaaay !!!!

Foto scattata da me a Londra, nell'agosto del 1994. Malcolm McLaren è il terzo da destra.


Guardando le foto dei funerali londinesi dell'impresario-musicista-creatore di moda Malcolm McLaren (molto particolari, con tanto di feretro trainato da cavalli su cui fa bella mostra di sè la scritta "Too Fast To Live, Too Young To Die" - Troppo veloce per vivere, troppo giovane per morire -) viene in mente quanto quest'uomo abbia influenzato indirettamente le nostre vite. Non è stato un inventore sensu stricto , piuttosto un divulgatore delle idee culturali che si stavano formando alla fine degli anni '70 e inizio degli '80 del 20° secolo.


McLaren fu uno dei primi a capire che il concetto di "talento artistico" si stava definitivamente perdendo, che l'artista non doveva tanto offrire i suoi doni al pubblico che lo stava a sentire quanto spiazzarlo e provocarlo. Questo concetto, già caro ai Situazionisti e al Teatro della Crudeltà di Artaud viene volgarizzato nell'estetica punk e nelle contaminazioni Hip Hop, elettronica ed opera che McLaren farà negli anni seguenti. Quella del punk è una "truffa": un gruppo di ragazzi che "non" sanno suonare o cantare, ma che servono da detonatore per liberare le energie che stavano esplodendo nella società inglese all'epoca (non dimentichiamo che c'era una grave crisi economica, dovuta a sua volta alla crisi petrolifera del '73, che portò all'ascesa dei Conservatori e all'elezione di Margaret Thatcher nel 1979). Il film La grande truffa del Rock 'n Roll (The Great Rock 'n Roll Swindle, regia di Julien Temple, 1980) doveva essere il Tutti per uno dell'era punk: un finto documentario in cui Malcolm Mc Laren in dieci lezioni spiega al popolo come si attua una truffa ai danni delle case discografiche e del pubblico stesso. Visto oggi il film appare un po' datato nella sua "provocante provocazione", per dirla come l'imbonitrice del Luna Park di un vecchio film inglese, Sapore di Miele (3:54) : c'è la scena della passeggiata per le strade di Parigi di Sid Vicious, con tanto di torta spiaccicata sulla faccia di una signorina, che commenta estasiata: "Sid Vicioùs, quel homme merveilleux! ". La cosa strana è che oggi non risalta tanto la "cattiveria" anarchica di Sid, quanto il fatto che all'epoca fossero tutti magri come sfilatini nei loro jeans attillati e strappati:


Se The Great Rock n' Roll Swindle fosse stato girato ai giorni nostri, avremmo visto un Sid Vicious ciccione - il grasso è il punk odierno - mangiare cibo spazzatura ed ipercalorico e vomitare insalate salutiste (il cibo dell'establishment). Comunque, l'unica scena che rimarrà nella memoria collettiva sarà il My Way sinatresco con sparatoria finale sul pubblico plaudente (cover citata anche da Martin Scorsese in Goodfellas - Quei bravi ragazzi - 5:12)



In Italia la cultura punk è passata più che altro come moda - del mondo punk londinese parlò la trasmissione "Tg2 Odeon - tutto quanto fa spettacolo" nel 1978. A seguito di quella trasmissione Luigi Comencini nell'inchiesta televisiva L'amore in Italia fece una puntata dal titolo "Punk - I figli di Odeon":



Un alto risultato del passaggio del punk dalle nostre parti (oltre alla mise della primissima Anna Oxa quando cantava Un'emozione da poco a Sanremo sempre nel 1978) è stato il 45 giri del cantautore pugliese Toni Santagata dal significativo titolo I Love The Punk. Il pezzo, con una facciata B che proponeva la cover mistradotta in pugliese (Ahi,lavete punk!) presenta un testo che non sarebbe dispiaciuto agli stessi Sex Pistols:
Tagliami un dito / spezzami un braccio / spegnimi pure la cicca accesa / qui sulla faccia / Picchiami forte / in discoteca / rompimi i denti mentre balliamo / chi se ne frega...

Perchééé, perchééé, perchééé ?

I love the punk, I love the punk, I love the punk / Io me deverto, nun fatigo, e nun sò stang / Qualche volta mi rivolto dentr'al fang / perché son punk, o yes all right, forever punk!

'Io sono punk, io sono punk, io sono punk '/ tu te devierti mentr'io fatico e jetto sang / dic'a pparole che tu non sei mai stang / ma poi n'amore tu mi mandi sempre 'n bianc!
Ora non so se le conversazioni fra Sid Vicious e Nancy Spungen fossero di questo tipo (da cui la tragedia messa in scena nel fim Sid e Nancy del 1986), però bisogna ammettere che la carica punk di Santagata è notevole, specie quando afferma sconsolato in un altro punto del pezzo "Io sono un punko isolato, non un punko di gruppo. e se la mondezza non me la butto addosso io, ma chi vuoi che me la butt'addosso a me?". Ecco, in Italia è mancato qualcuno che buttasse la mondezza addosso ai punk in modo istituzionale, e soprattutto un Malcolm McLaren che la riciclasse.

Aggiornamenti

La vera storia di My Way , in un articolo del Corriere della Sera .

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Formulario




Glam dicim (1)

Treguna, mecoides, tregorum satis di (2)

Anál nathrach, orth' bháis's bethad, do chél dénmha. (3)

Avada Kedavra (4)

Eyjafjallajökull (5)

Fra queste celebri formule magiche qual è quella che ha causato il caos in tutta Europa?





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Il coniglio e la colomba

Mentre in questo momento si sta cercando disperatamente di digerire le fette di colomba con canditi - anzi no: senza canditi, i canditi sono una cosa vecchia, di quando si desiderava un dolce a tal punto da accontentarsi dei dadini di frutta caramellata - e uvetta, ossia si sta tentando di inghiottire in modo sacramentale un animale simbolo di pace sublimandolo nel dolce, ecco una colomba in piume ed ossa che inghiotte indefessa non un essere umano di marzapane, ma alcuni chicchi di riso parboiled sul davanzale della cucina. La colomba è in realtà un piccione di nome Prospero, dotato di una zampa sola e di un appetito inesorabile.






La canzone del titolo è
Peter Cottontail, e parla però di un coniglietto di Pasqua. A proposito: buona Pasqua (se non mi riesce di caricare subito il video, buona Pasquetta)

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E' il primo giorno di primavera...

Questo brano dei Dik Dik risalente al 1969, completo di organo Hammond (piena fase Procol Harum) mi frulla sempre in testa il 21 marzo:


Buona primavera a tutti, anche se è nuvoloso...