Quando ti alzi dal letto la mattina e senti che il tuo fianco destro appare come quello di San Sebastiano per le fitte che partono dalla zona lombosacrale e arrivano a lambire gli arti inferiori, allora la diagnosi è spietata: o siete stati colpiti nel sonno da indiani con le frecce, o la lombalgia ha ghermito le vostre fasce muscolari. Questo è quel genere di dolore che si sviluppa dopo un certo numero di anni, il famoso "doloretto" che segna lo spartiacque fra la giovinezza e la maturità di una persona. Non si conoscono, ad esempio, casi di rockstar con lombalgia - però guarda caso se hanno superato i 27 anni di età dopo avere fatto gli scongiuri affittano personal trainer e si mettono a installare palestre dentro casa.
Ecco, dopo dieci giorni presi a prendere antifiammatori, il mio modesto contributo ad un male che non può essere usato come scusa elegante (Stanotte no, ho mal di testa) o come pretesto per non lavorare (a quello si prestano più volentieri virus e decesso) :
LOMBALGIA CANAGLIA
ma che cos’è quel gran dolore che mi assale che cos'e' è qui con me e questa assurda fitta al fianco ma perché ma che cos'e'
ma che cos’è se fanno aerobica alla tele in libertà e che per me invece c’è qualcosa al nervo che non va che non va
lombalgia lombalgia canaglia che ti prende proprio quando non vuoi ti ritrovi accartocciata in vestaglia è un incendio che non spegni mai lombalgia lombalgia canaglia se per strada da un amico o in un bar sei alle prese con la fitta che taglia se ti giri poi rimani là
chissà perché ti muovi a scatti circospetta un po’ di più sempre di più vai in farmacia e perdi un po’ dei soldi tuoi perché lo sai l’antinfiammante dura solo la metà sì tu lo sai la staffilata all’improvviso tornerà tornerà
lombalgia lombalgia canaglia che ti prende proprio quando non vuoi ti ritrovi accartocciata in vestaglia è un incendio che non spegni mai lombalgia
lombalgia canaglia se per strada da un amico o in un bar sei alle prese con la fitta che taglia se ti giri poi rimani là
"Dopo la TV c'è il cinema, dopo il cinema la radio, e poi la morte..."
Vicinocasa vedo spesso i caratteristici camion portattrezzi e furgoni con dentro le rastrelliere con i costumi appesi ognuno ad una gruccia, con il nome dell'attore/trice segnato a penna su un foglietto a quadretti preso da un bloc-notes. A volte i contenuti di questi furgoni escono dalle portiere e invadono gli spazi fra il marciapiede e la zona della strada preposta al parcheggio. Così si vedono ferri da stiro collegati a caldaie a vapore sopra assi da stiro a fiorellini e cavi, cavoni e cavetti collegati ad enormi prese dove non si riesce a distinguere il Maschio dalla Femmina.
Attorno a questo armamentario fanno la guardia alcuni loschi figuri; si distinguono dai buoni villici del posto per l'atteggiamento che hanno nei confronti del territorio. Stanno seduti sulle seggiole o in piedi avvinghiati ai telefonini a sbracciarsi di qua e di là. Si vede che non hanno il senso dello spazio che possiedono coloro che vivono da tanto tempo in un posto. Stanno con gli occhiali da sole dalla montatura pesante (quelli che vogliono apparire cool) o con i giacconi e la barba di tre giorni. Se chiedi cosa stanno girando, il più delle volte ti rispondono stracchi: una fiction , o il titolo del film con l'aria di dire: che, non lo sai? Si rivolgono ai succitati buoni villici con lo stesso tono che si usa per farsi dare le cose, un misto di pazienza e persuasione coatta. Sembrano sempre in attesa di qualcosa, e in effetti girare una scena comporta al novanta per cento dei casi l'attendere qualcosa o qualcuno. Sono i lavoratori dell'immagine in movimento o, volgarmente (sempre secondo i buoni villici del posto), i cinematografari. Qualche volta hanno la barba di due giorni, a volte i capelli legati dietro con l'elastico, sempre col giaccone. Un film recentissimo dedicato al mondo di questi operatori - tratto da una serie televisiva che però è andata in onda sul satellite, così l'hanno vista color che sanno - è Boris - Il Film . La parabola dello sfigatissimo regista Renè Ferretti
che vorrebbe lasciare lo schifoso mondo della fiction a puntate per girare un film di denuncia sulla Casta ma che viene risucchiato dall'ancor più schifoso mondo del cinema e costretto a trasformare l'incendiario script in un cinepanettone pieno di volgarità non è nuovissima come idea .Ogni tanto infatti compare sullo schermo la storia di un regista che vorrebbe fare il film di alto livello ma le cui buone intenzioni sono stoppate dal crudele mondo del cinema commerciale che vorrebbe, appunto, realizzare cose commerciali. Il divertimento di questo tipo di soggetti sta nell'osservare fino a che punto il malcapitato cineasta è disposto a svendersi, e se il film così trasformato avrà successo o no. In Boris vengono descritti nelle loro aberrazioni tutti i componenti di un sistema chiuso che a volte fatica ad arrivare al grosso pubblico: il produttore televisivo che ha paura di trattare con le case produttrici "di nicchia", dato che teme di finire per indossare pelosi maglioni girocollo e occhialetti; la Grande Attrice afona-passiva-aggressiva; l'attrice "cagna maledetta" che trova un barlume di recitazione fissando su un foglietto il quesito 8 X 12 ; gli sceneggiatori che fanno scrivere i trattamenti al domestico filippino mentre loro giocano a tennis; il direttore della fotografia che sovraespone e basta e gli altri animali del serraglio del set possono essere goduti appieno solo se si hanno presente coloro ai quali si ispirano (sospetto che fra quelli che hanno visto con me Boris all' Arena di Piazza Vittorio parecchi fossero "del mestiere"). Renè non ha abbastanza - o non gli viene riconosciuto - talento per comandare su tutti, (a differenza di un Pallottole su Broadway dove il talento drammaturgico di un gangster, sia pure in extremis, viene premiato), cosicchè la sua sconfitta morale e artistica a un certo punto viene inconsciamente desiderata. Ed è infine, nel buio della sala fra le mille risate, Natale con la Casta, che mette d'accordo persino i produttori intransigenti col profilo affilato e il golfino blu. Qual è allora la morale della parabola? Che la Concorrenza in realtà si fa concorrenza da sola, purché uno chiuda gli occhi per un attimo? Che l'unico modo di descrivere la Casta è quello sbrindellato dei cinepanettoni? E 'sti c...? Che il giovane Ratzinger deve correre sul prato al ralenticon una colonna sonora "emozionante"? Che Gianfranco Fini deve comparire nel film a tutti i costi? Boris - Il Film non accusa nessuna delle fazioni in lotta, fa vedere il cinema italiano dall'interno della casa di Boris: che è un pesce.
Mentre in questi giorni l'umanità sta facendo la colla (come affermavano l'anno scorso le due filosofe di Ostia) non si può fare a meno di notare che l'estate è il periodo dell'anno in cui le scarpe perdono maggiormente i pezzi. Ci si ritrova a camminare sotto il sole lasciando le impronte sull'asfalto e all'improvviso uno dei nostri due piedi avverte un'improvviso senso di libertà. Che è successo? Si è sganciata la scarpa dalla suola, e ora parte della tomaia vaga nel sole di qua e di là. Si torna a casa o strusciando i piedi o a piedi nudi del tutto - quando non si ha voglia di aspettare che la suola ci segua a casa - . Ora non ci si vuole arrrendere al destino cinico e scalzo, e una volta tornati a casa ci si arma di tubetti di colla per riparare il misfatto.
Si comincia col cianoacrilato dato che ci hanno detto che "attacca in otto secondi". Con la scarpa offesa sul tavolo sopra un foglio doppio di giornale - dal quale apprendiamo dandogli una rapida occhiata mentre lo stendiamo che la fine del mondo è assai prossima - tentiamo di aprire il beccucio del tubetto, e qui ci dovrebbe venire in aiuto lo spillo in dotazione. Già una confezione che custodisce uno spillo per aprire il prodotto ha qualcosa di profondamente perverso. Lo spillo buca il diaframma all'interno del beccuccio ed escono dieci gocce in rapida sequenza.
Sulle nostre dita, dato che non facciamo a tempo ad avvicinare il cianoacrilato alla scarpa. Le falangette si attaccano in otto secondi. Con una seconda passata, data con la mano superstite, la parte di tomaia incollata ha ora una striscia lucente sopra, ma non si riesce a farla stare attaccata alla suola il tempo necessario. Urge allora una colla meno parvenue e più terragna: il neoprenico.
Dotata di una confezione che sfida i secoli a venire come la Coccoina, con il marchio nero su sfondo giallo in un carattere Sans Serif anni '50 (quindi progettato a mano), la colla Artiglio richiede una certa abilità nello spalmarla. Essa non promette paradisi attaccatori in una manciata di secondi: bisogna preparare le due parti da incollare, perché sia veramente efficace.Quindi accanto alla scarpa lesa occorre avere a portata di mano un po' di carta vetrata a grana fine. Con questa si strofinano le due parti in modo da farle diventare ruvide e più disposte all'incollatura successiva. Questa preparazione ricorda per certi versi i corsi preparatori al matrimonio organizzati da alcune parrocchie: si passa la carta vetrata sui futuri sposi per farli incollare meglio. Dopo la smerigliatura (sperando che il materiale di cui è fatta la scarpa nel frattempo non si sia dissolto) arriva il momento della colla. Dopo averla spalmata sulle due parti, si deve aspettare alcuni secondi prima del momento supremo: l'attaccatura dei lembi. Intanto i vostri polpastrelli sono diventati giallini e appiccicosi (mentre prima erano bianchicci e irrigiditi dal cianoacrilato maledetto), come avveniva con il tubetto di UHU quando eravate più piccoli.
I due lembi della calzatura sembrano ora al loro posto, manca ora l'elemento più importante: l'Attesa dell'asciugatura della colla. Qui coesistono due scuole di pensiero: quella dell'oggetto incollato posto sotto un grosso peso (Vasi cinesi e zampe sorreggenti organi Bontempi o Farfisa sono i più indicati), e quella della Molletta di Legno che serra le due parti della scarpa . Qualunque sia la vostra scelta, dovete guardare il neoprenico giallo e spumoso mentre si asciuga per almeno dodici ore. La colla Artiglio non fa sconti a nessuno.
Raramente una mentina è entrata così prepotentemente a far parte delle ossessioni mentali italiane. Sì, c'era stata molti anni fa la liquerizia Tabù nella sua eterna scatolettina rotonda di latta in stile retrò con sopra lo slogan vagamente freudiano e... vivrai di più! . Tabù aveva questo spot celeberrimo ispirato ad Al Jolsone al manifesto del Cantante di jazz, ufficialmente il primo film sonoro della storia del cinema.
Liquerizia pura, questo è un sogno per me / che rabbia se mancassi, se non fossi con me aaaaargh!
Ora le mentine si sono moltiplicate, si sono anche trasformate in chewingum e non c'è più solo l'opzione Anche bianco! , ma migliaia di possibilità: la mentina salva i tuoi denti e ti fa illudere di risiedere in Svezia come l'Alberto Sordi del Diavolo, ti fa innalzare verso vette mai tentate prima, ti dà il coraggio di dire la verità e individuare i seni fintidelle passeggere su un tram. Questa mentina però va oltre. Basa sì il suo messaggio sull'iperbole, ma ci aggiunge una buona dose di follia. Prendendo un medium stra-parodiato - che già di per sè è una parodia - come la soap opera, lo spot Vivident Blast del 2011 è arrivato oltre lo scopo che intendeva prefiggersi.
Quella che doveva essere una presa in giro dei continui colpi di scena di una normale puntata di una soap - e infatti era alla "coda" con la presentazione del prodotto che doveva essere riservata la parte ritenuta più surreale, quella del presentatore in stile Monty Python e del Capodoglio che piomba addosso sulla scrivania - è diventata il catalizzatore dello stato d'animo di una generazione.
Abbiamo:
1) - il Padre che dolente guarda alla finestra
e poi si rivolge al Figlio (fuori piove). Arredamento del soggiorno di tipo intellettual-benestante, con libreria parete sullo sfondo.
2) - il Padre dice Figliolo, c'è una cosa che devo dirti. Pianoforte e pioggia sullo sfondo. Il mood è serissimo, la prima volta che si vede lo spot ci si casca con tutte le scarpe.
3) - primo piano del Figlio in pullover marrone, non più tanto giovane.
4) - a 00:10 arrriva la bomba: Non sono tuo padre. Primo piano perplesso del Figlio.
5) - Il Padre si slaccia il cardigan azzurro di lana. Al posto della maglietta della salute ci sono due seni in un busto.
Primo colpo di scena: Sono tua madre!
Il Figlio distoglie lo sguardo, gli manca il respiro,
manca pure a noi che pensiamo "Ma non doveva essere una pubblicità?".
6) - In realtà si sta preparando il secondo colpo di scena: il Figlio si accascia, grida con voce strozzata E io non sono tuo figlio! per poi rialzarsi di scatto. E' tirato da dei fili. E' un altro, cioè è lui ma è una marionetta. Il padre con i seni che sporgono dal cardigan lo guarda a dir poco esterrefatto (doveva essere lui il colpo di scena!) Come se nel finale di A qualcuno piace caldoMarilyn Monroe rivelasse di essere un uomo.
Il Figlio ora zompetta nel soggiorno cantando quello che ora è diventato l'inno dell'estate: Sono una marionetta ia ia oh! sulle note di Nella vecchia fattoria. Poi arrivano il presentatore, il capodoglio, il prodotto, lo slogan, ma a quel punto la tensione è scemata da un pezzo. Cosa sconvolge di più in questo spot? Alcuni hanno colto dei riferimenti a Pinocchio (il padre/madre come Geppetto, il figlio/marionetta, il capodoglio/pescecane); credo però che l'elemento più perturbante sia il ribaltamento di quello che noi intendiamo per "famiglia". Riusciamo ad accettare che in una drammatizzazione un uomo giovane e bello si riveli essere una donna o viceversa, perché comunque non è l'idea della bellezza fisica ad essere intaccata. Quando invece è un vecchio a rivelare di essere una vecchia (come nel terrorizzante finale a sorpresa de La casa dalle finestre che ridono di Pupi Avati), le nostre certezze sono seriamente scosse, come se la sessualità entrasse in un corpo che non ha più a che fare con essa per raggiunti limiti di età. La piéce teatrale tedesca Max Gerickedi Manfred Karge parla di una vedova costetta per non morire di fame ad assumere l'identità del marito operaio morto. Nel monologo la protagonista, ormai vecchia, tenta disperatamente di riagguantare i brandelli della sua defunta identità femminile, e vediamo alla fine questa donna vecchia e malandata scovare i suoi caratteri sessuali secondari dentro l'abituccio da pensionato della Germania Est.
Elisabetta Pozzi in Max Gericke al Teatro Due di Parma (2009)
Lo spettatore si trova a provare uno spaesamento molto simile a quello dello spot Vivident Blast. Ma è il figlio/marionetta il vero colpo d'ala della narrazione: ognuno si sente un po' tirato dai fili del destino, specie in questi ultimi anni, e l'idea di un uomo fatto e finito col pullover marrone che getta la maschera e proclama di "essere una marionetta" ha un che di liberatorio, specie se detto con voce stonata in un soggiorno azzurrino-Interiors con ia ia oh come commento finale. E' insomma il solito concetto immortale della maschera che ci portiamo attaccati per tutta la vita.
Quattro spot stanno girando ad alta rotazione per le reti generaliste. Due reclamizzano un analgesico e un gelato, uno è una campagna a cura del Ministero per la Pubblica Amministrazione e l'Innovazione e uno presenta tutta la gamma prodotti di un noto disinfettante. Questi quattro Cavalieri dell'Apocalisse pubblicitaria si distinguono per la loro ferale bruttezza, non si sa se voluta o involontaria. Al primo posto (ma andrebbero tutti e quattro ex-aequo) c'è la campagna 2011 per l'analgesico a base di Ibuprofene Moment. Siccome quest'anno lo hanno fatto uscire in formato capsule molli ad alto assorbimento (gli analgesici ora devono fare effetto nel più breve tempo possibile, come neanche le droghe di più largo consumo), invece di far vedere viaggi allucinanti di capsule in apparati digerenti ricostruiti come il plastico diPorta a Porta, questa volta hanno avuto la trovata di abbinare l'aggettivo molli con il nome di una ragazza inglese, che è - indovinate? - MOLLY! Allora, Molly ha mal di testa, anzi, mal de testa dato che è anglofona e parla come Mal dei Primitives. Il ragazzo (italiano) che l'accompagna, il quale dato il mal de testa di lei vede sfumare una possibilità di rimorchio, le risponde: no problem, Molly, puoi provare Moment capsule - e qui parte il primissimo piano del giovane con il prodotto - molli! La scena seguente vede i due sul motorino, lei caccia un urlo e dice Guarda! A questo punto i due si girano a sinistra - a destra di chi guarda - contravvenendo ad almeno dieci campagne per la sicurezza in strada dei giovani, e, scorgendo un manifesto con la capsula molle, gridano insieme: molli! E ridono tipo finale di telefilm americano anni '60 -'70 (dopo gli anni '80 non ride più nessuno.) Questo spot basa la sua bruttezza sulla descrizione del nulla pneumatico: lo spettatore ha l'impressione di seguire un minifilm sulla storia di due ragazzi a Roma, in realtà tutto gira sul gioco Molly - pasticche molli, talmente idiota da risultare alla fine quasi vintage (ricorda per il meccanismo lo slogan non ci vuole un pennello grande, ma un grande pennello! della Cinghiale tanti anni fa).
Il secondo spot è l'ultimo Sammontana della serie "Il gelataio" . La Sammontana (gelati all'italiana) si è specializzata nel corso degli anni in una comunicazione volutamente "di serie B", dato che il settore A nell'ambito dei gelati è occupato dalla Algida. Spira qui un'aria molto anni '80, quando tante pubblicità venivano fatte in studio con scenografie surreali e "post-moderne"(il modello di riferimento è il celebre spot Lemonsoda del 1983 con la colonna sonora dei Police.)
Cliccare sul fotogramma per vedere lo spot
Il Gelataio-demiurgo (che tra l'altro presenta una somiglianza incredibile con il neosindaco di Milano Pisapia) stavolta mostra di avere anche lui certe esigenze, tantè vero che s'invaghisce di una fanciulla in abito azzurro che gli sussurra: Facciamo qualcosa d'intrigante? che non è O' famo stranoma poco ci manca. Noi ci prepariamo spiritualmente a vedere il Gelataio che per una volta si sistema lui, coglie ciliegioni, pesca quadrotti di cioccolato in stile Willy Wonka, porge persino alla Fanciulla in blu un gelato stecco, invece l'ultima inquadratura rivela che l'Intrigo lo sta solo sognando. Tutto lo spot finisce per essere quasi malinconico, e induce a non volere più mangiare gelati come prima.
Il terzo spot è una campagna a cura del Ministero per la Pubblica Amministrazione e l'Innovazione, e parla di un numero verde a cui rivolgersi per ogni dfficoltà burocratica. La protagonista è una donna ancora giovane che nel corso della mattinata non fa che ricevere telefonate da tutti i membri della famiglia per sistemare le loro beghe burocratiche. Da notare la recitazione di lei: si muove leggermente a scatti, e pare di vedere in filigrana una delle Mogli di Stepfordquando hanno perso il loro robotico controllo.
Inoltre è vestita con un completo palazzo bianco con sopra una specie di giustacuore lilla : un abbigliamento, se non fosse per i pantaloni, quasi ottocentesco - l'effetto è accentuato dalla pettinatura con i due bandeaux laterali - . L'azione si sposta dal parrucchiere dove la neodonna di Stepford continua a ricevere chiamate su chiamate neanche fosse un centralino. A questo punto la parrucchiera prende la parola e rivela che c'è un numero speciale a cui il/la cittadino/a si può rivolgere per risolvere ogni questione. Impagabile la faccia della donna alla frase Sono così gentili! :
Sono così gentili. Evidentemente in quel ministero sono talmente abituati al ministro Brunetta e alle sue reazioni che una risposta ad una richiesta di informazioni espressa con voce normale sembra un miracolo.
Un po' di igiene infine non guasta ed ecco l'intera gamma di prodotti Amuchina.Un tempo le casalinghe delle pubblicità si disperavano perché era cascato loro un uovo per terra, o perché era finito il caffè. Ora vanno in fibrillazione perché manca il disinfettante. Per fortuna c'è la "sorellona" che salva la situazione igienica di tutta la casa (e se la casalinga protagonista fosse stata figlia unica?). Questo spot a lungo andare getta un'ombra sinistra sulle vite non igienizzate di chi lo guarda; si sa di persone che ormai condiscono l'insalata con l'Amuchina invece che con l'olio.
Oggi, 16 giugno, è il Bloomsday o giorno di Leopold Bloom, il protagonista dell'Ulisse di James Joyce. Il 16 giugno 1904 la giornata del signor Bloom dalla mattina alla sera viene vivisezionata da Joyce e rivissuta come la storia mondiale di tutti noi e anche come la storia della letteratura occidentale. Anche il signor Brunetta ha avuto il suo Bloomsday, sia pure il 15 giugno:
io sono della rete dei precari al servizio della pubblica amministrazione disse lei quel giorno che stavo finendo di parlare al convegno nazionale dell'innovazione con quei pantaloni bianchi e il top senza spalline in tessuto setificato e i sandali col tacco e la collana col ciondolo etnico lo sapevo che non poteva essere precaria precaria il momento che m'interruppe dio come m'interruppe e c'erano le poltroncine bianche sul palco e mi disse che non potevo andarmene così e il sole non può splendere per noi perché non capiva cosa vuol dire essere un ministro della Funzione pubblica e io sapevo che me la sarei rigirata come volevo e ho detto siete l'Italia peggiore e sono sceso giù dal palco dapprincipio non volevo rispondere guardavo solo i microfoni e i tornelli e i fannulloni e le gondole sul banchetto e io mezzo adormentato alle cinque mi svegliavano per controllare le ordinazioni delle gondole col carillon e le dovevo pure caricare oh e l'umidità a Venezia e lei che mi gridava dietro lei non può andarsene così e io pensavo bè una vale l'altra tra l'altro era alta quasi quanto me è inutile che si mettesse i tacchi a me non mi fregano lo sapevo che non era tanto precaria e che veniva da Roma e andai verso la porta verso l'uscita e lei diceva solo due secondi per favore e lo striscione mi è venuto addosso perché non li mettono più in alto e dicevano buffone vattene in montagna perché è andato via e allora me lo tirai tutto addosso lo striscione e mi dicevano la vera innovazione sono i precari nell'amministrazione e volevo investirlo, sì, e il suo cuore batteva come impazzito e diceva che fai m'investi e sì lo voglio Sì.
Yes! Questa è la nuova versione del brano di Kate Bush The Sensual World, (Flower Of The Mountain) ispirata al monologo fluviale di Molly Bloom nel gran finale di Ulysses.
Yes! Yes! Queste invece sono le ultime 50 righe del monologo di Molly, lette da Marcella Riordan.
La cartella esattoriale ha una sua vita che si può suddividere in tre tempi:
Primo tempo : arriva una grande busta rettangolare contenente un insieme voluminoso di fogli. Il potere della Gerit fa sì che, ogni qualvolta si notano delle strisce azzurre nel bianco di una busta la gente sbianchi sul pianerottolo. I sei fogli compongono quella che si chiama cartella esattoriale. Nelsecondo foglio (la notizia non arriva subito, come si fa invece con i telegrammi di condoglianze) c'è l'importo da pagare. Sopra, in piccolo, a che cosa è dovuto il pagamento. Ogni infrazione ha il suo codice tributo : se compare il numero 5060 è una infrazione al codice stradale che non avete pagato. Nelle pagine seguenti la cartella si affanna a spiegare come e a chi si deve pagare l'importo o come si può eventualmente dilazionarlo. La pagina 11 è lasciata in bianco "per ragioni tecniche di stampa": in realtà è un espediente drammatico per fa tirare idalmente il fiato al lettore e portarlo alla sua catarsi, il bollettino con su stampata la cifra da pagare. Si arriva trafelati al
Secondo tempo :nel caso si abbia bisogno di spiegazioni (in particolare riguardanti multe apparentemente non pagate) si va all'ufficio contravvenzioni di via Ostiense, 131. Per chi arriva da fuori Roma, via Ostiense inizia dalla Stazione Piramide(da cui si prende il famoso "Trenino" per andare ad Ostia, e quindi al mare). Per il primo tratto è un incrocio fra un viale alberato e una strada ad alta densità di traffico . Via Ostiense ha questa peculiarità: ogni fabbricato sembra costruito apposta accanto ad un altro fabbricato di un'altra epoca, così si alternano balconi bombati anni '30 (al secondo piano, quello nobile) e vetri smerigliati di balconate anni '60 (da uno dei quali si getterà Adriana-Stefania Sandrelli nel finale di Io la conoscevo bene ), fino ad arrivare al Gazometro (simbolo del quartiere Ostiense) e al grande spiazzo che circonda gli ex-Mercati Generali. Da questo punto in poi, il paesaggio cambia e si arriva al Palazzo della Prefettura, un parallelepipedo grigio con file di vetrate di un grigio più chiaro e sotto le entrate dei vari negozi e supermercati. Una volta entrati si percorre un lungo corridoio che sbuca dietro al palazzo (i Mercati Generali in ricostruzione sullo sfondo), si rientra dentro ad un androne - grigio anch'esso ma meno trionfalistico rispetto all'entrata - e si sale al primo piano.
La Sala Contravvenzioni è là, divisa in due settori: gli Sportelli Informazioni che danno i Numeretti (non fidatevi del diminutivo, perché ogni Numeretto è il corridoio verso la Possibile Risoluzione del Problema), e la Sala con le file di seggiole e il tabellone che dà i numeri, anzi i Numeretti. Ogni tanto si sentono delle urla soffocate miste a rantoli, appartengono a coloro che non vogliono arrendersi al loro Destino (pagare la multa con la mora e gli interessi). L'impiegato-informatore-buttadentro è, assieme alle signorine smistatrici di disgrazie, la figura più importante: a lui si aggrappa con la moglie un signore con la fotocopia della sua targa ripresa dall'autovelox (Nonesiste!). Una donna giace accasciata sulla seggiolina accanto, e cerca di attaccare discorso con chi le sta vicino. Il personaggio più temibile è però il Conoscente e tuo occasionale compagno di sventura. Lui osserva il malloppo di fogli con cui ti aggiri, sentenzia "Guarda che le date non coincidono" e poi se ne va richiamato dal Numeretto. L'ora seguente in attesa della chiamata viene trascorsa guardando e riguardando ossessivamente la cartella esattoriale per controllare la storia della contravvenzione (che non è l' Historia de un amor.)
Se alla fine l'addetto/a alla riscossione, dopo attento esame ritiene che sia il caso di andare alla sede Gerit in via Cristoforo Colombo 271, si arriva al
Terzo tempo :si percorre la Colomboche, a differenza della Ostiense, ha una sua mission: convogliare il traffico di Roma Sud da Porta Ardeatinae portarlo con le buone o le cattive verso l'EUR e il Litorale. Essendo un'arteria più moderna (tre corsie per oni senso di marcia), i palazzi rimangono sullo sfondo intervallati da prati verdi. una volta sull'autobus, le indicazioni richieste risultano incerte: non si sa esattamente dov'è "La Gerit", ma tutti conoscono "Il palazzo dell'ACI dopo Piazza dei Navigatori prima della Fiera di Roma". In realtà Piazza dei Navigatori è sempre in costruzione e la Fiera è stata trasferita, così il palazzo dell ACI si staglia quasi da solo. La vetrata con la striscia azzurra si trova a sinistra, e si distingue per il numero di agenti alla porta. All'interno non si può fare a meno di rimanere colpiti dal soffitto avveniristico ad oblò trasparenti. Ci si aspetta quasi che i cartellizzati non sanati vengano teletrasportati in luoghi "where no man has gone before". Sotto il soffitto un po' Star Trek c'è una grande sala d'attesa: a destra, il banco delle informazioni (prima fila); a sinistra, la fila delle casse; in fondo, i gabbiotti dove si analizzano le cartelle. Se a via Ostiense ancora si sentono squilli di protesta e nervosismo alle stelle, dentro la sala Equitalia molte persone con le cartelle in mano hanno perso le forze: aspettano la loro chiamata come una liberazione. Il loro aspetto va dal completo grigio con le scarpe da passeggio (dipendenti di uffici e agenzie) a un'interpretazione alla buona delle tendenze di moda quest'anno. Molti sono imprigionati dal cavo del telefonino, che sega i vestiti e dà a chi l'indossa un'apparenza più sgualcita dei fogli delle cartelle esattoriali che tiene in mano. Una donna cinese telefona davanti all'ufficio informazioni, e il suo Weei? (pronto?) lo sentono tutti. Si sta come d'autunno seduti sulle sedie, guardando il tabellone appeso al muro che dà i numer(ett)i. C'è una calma irreale, e si aspetta da un momento all'altro l'utente che sbrocca e tenta di recidere la giugulare del riscossore dei debiti, ma ciò non accade. Nel frattempo sperimenti i distributori automatici nella sala, e ti accorgi che non hanno le merendine a base di farro. Evidentemente c'è una correlazione fra il pagare le multe pregresse e non far trovare tracce di farro in ufficio. Alla fine il tuo turno arriva,dopo due ore e mezza, e vieni a sapere che il tuo caso deve essere ancora esaminato e giudicato alla fine del mese. ("Forse che sì, forse che no").
Si esce fuori dal teletrasporto Equitalia sulla Colombo strizzando gli occhi nel sole.
" Io voglio vivere come la gente comune!..." "Ma che stai a' ddì!"
Il 20 gennaio 1996 nella sua trasmissione musicale Roxy Bar, in onda su Videomusic, il conduttore Gabriele Ansaloni, in arte Red Ronnie, ospitava il gruppo britannico dei Pulp. La trasmissione stava andando decisamente per le lunghe, anche perché Red Ronnie a un certo punto si era messo a declamare la sua traduzione del brano che i Pulp sarebbero andati a suonare, la celeberrima Common People. Vivo sconcerto tra il pubblico e soprattutto fra i musicisti, che onestamente avevano l'aria un po' scocciata (forse pensavano "ma dove siamo capitati..."). Purtroppo non è più possibile vedere la registrazione del programma causa motivi di copyright, però è rimasta una testimonianza importante. Questa:
Lo sguardo di Steve Mackey, bassista dei Pulp, è di quelli che lasciano il segno.
Questo sguardo avrà conseguenze nefaste per Red Ronnie nei decenni a venire. Infatti nel maggio del 2011 Red darà la colpa del mancato concerto - da lui organizzato - LiveMi in galleria del Corso a Milano all' "effetto Pisapia". In realtà la colpa non è del candidato alla poltrona di sindaco di Milano, ma della concomitante reunion dei Pulp che si teneva proprio in quei giorni a TolosainFrancia. La triangolazione di questi eventi - il Roxy Bar nel 1996, il mancato concerto a Milano, i Pulp in reunion in Francia e poi in Spagna nel 2011 - è una coincidenza spazio-temporale da far sbiancare Roberto Giacobbo di Voyager. La vendetta dei Pulp per quella puntata di Roxy Bar ha portato alla disfatta di Red Ronnie, e di conseguenza alla sconfitta di Letizia Moratti.
Anche se ufficialmente dicono che è stato Pisapia.
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