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Policlinici e cliniche

L'atmosfera di un policlinico è insidiosa.

Appena entri, ti sembra tutto tranquillo, ci sono due infermieri che chiacchierano in un angolo, altre tre persone disposte artisticamente sulle panche, una in piedi. Sembra la versione ospedaliera di quella scena de L'anno scorso a Marienbad in cui tutti sono immobili.
Ti avvicini alla sala triaggio (italianizzazione di Triage o metodo per distinguere i malati gravi da quelli quasi morti, da cui "triaggiare un paziente"). Cinque o sei fogli sono disposti in senso verticale sulla scrivania dell'infermiere-cerbero addetto allo smistamento (alla sua sinistra). Sono disposti in modo che si veda subito il numero in alto a sinistra di ciascun foglio. Un numero, un caso. Ripeto che ANCORA è tutto calmo. Una signora si avvicina furtiva a quei fogli, vuole sapere a che ora verrà ricoverato suo marito.

Non l'avesse mai fatto.

L'atmosfera Marienbad è rotta. L' infermiere-cerbero si avventa sulle cartelle dicendo che il marito è stato visitato e deve ASPETTARE per il ricovero. Si mette poi a smanettare disperato sul computer del Pronto Soccorso, dove appaiono dei nomi entro campi giallo canarino. Il giallo è il colore peggiore del triaggio: vuol dire mediamente critico, presenza di rischio evolutivo, possibile pericolo di vita; quindi se non si peggiora, se il dito tagliato non penzola troppo,il coltello non è poi andato troppo vicino alla giugulare e il colorito è giallo ma non diventa verde e non si vomita a tocchetti inneggiando a Satana e a Gigi D'Alessio, si può attendere nella

SALA D'ASPETTO

che nel caso del Pronto Soccorso dell' "Umberto I" a Roma è dotata di lucenti sedie d'acciaio inchiodate al terreno. Può assomigliare alla sala d'aspetto di una stazione nei momenti migliori, e in una bolgia di lamenti cinque minuti dopo, quando le barelle vengono depositate con i pazienti sopra. Ogni paziente dovrebbe essere corredato da un solo "accompagnatore", in realtà arrivano - nel caso di pazienti maschi: moglie, mamma, fratelli, badanti, in certi casi il prete per l'estrema unzione, tutti. Nel caso di pazienti femmine: la sorella (se ce l'ha), l'amica/collega, i figli piccoli e il marito che si assenta e va nel corridoio, dove annuncia "Non c'è campo!" ed esce dalla porta del Pronto Soccorso per non fare più ritorno. Dopo un po' arriva un'infermiera che cerca di scacciare i parenti più riottosi, "che poi ci vengono a fare i controlli..." una, due, più volte. Arriva finalmente

L' UOMO COL FOGLIO

e tutte le teste si voltano. Dice alto un nome, e il paziente corrispondente (se ancora vivo) si rianima e viene trasportato faticosamente fuori dalla sala d'aspetto con due-tre parenti aggrappati alle caviglie. Gli altri si rimettono a sedere, alcuni tornano dall'infermiere del triaggio per protestare ("quello mica stava tanto male, lo avete fatto passare davanti a tutti!"), un paziente in barella invoca badante e figlia e si vuole togliere il pannolone, un'altra nella barella accanto tiene a bada i bambini, si va in cerca della Bottiglietta d'Acqua - le macchinette distributrici funzioneranno?- Seguendo l'Uomo col Foglio che ha chiamato il paziente affinchè venga visitato, ci si inoltra nei corridoi interni del Pronto Soccorso, corredati da misteriose salette d'aspetto quasi sempre vuote, fino ad arrivare all'apoteosi della Sala dove si tengono i pazienti sotto osservazione in attesa di essere smistati ai vari reparti o in altri ospedali. Là, in un salone circondato da stanzette contenenti gli ambulatori (una con delle sedie e poltrone per quelli meno acciaccati) si concentra, in due file di otto letti cadauno, nella

SALA OSSERVAZIONE

tutto il dolore del mondo. Un groviglio di tubi, mascherine e pazienti che scalciano o se ne stanno immobili. Infermiere che si muovono da una parte all'altra del salone mentre arriva il pasto e quasi nessuno sa come tenere il vassoio in mano perchè non c'è spazio; le tragedie arrivano però con il tetrapak della spremuta d'arancia, e qui non c'è scampo dato che i pazienti, incastrati fra un letto e l'altro, non riescono a ficcare e a far rimanere nel buchetto ricoperto di stagnola la cannuccia del tetrapak in dotazione, perchè è troppo corta (le dimensioni a volte contano). Così si hanno ogni tanto schizzi improvvisi di aranciata che vengono scambiati per sangue e rimessi in circolo nelle vene con le flebo. In questa sala d'aspetto infernale nelle salette si discute di tutto: dal numero giornaliero di pannoloni che ci vogliono per l'anziano parente alla convenienza delle tariffe dei telefonini. Non si sa dove lasciare il vassoio con la cena una volta finito di mangiare, così si riscontra la presenza di polpettine orfane vicino alle maschere dell'ossigeno.

La Sala Osservazione è collegata all'atrio principale - con la sua bellissima scalinata umbertina -
da una porta blu che non si deve aprire dall'esterno, pena la calata dei parenti all'interno della sala stessa. Così accanto al Gabbiotto dell'Accoglienza e a destra della porta blu si dispongono al momento delle visite tre-quattro persone con buste e valigie in mano, pronte a scattare non appena l'infermiera addetta all'Accoglienza riceve l'okay per farne entrare UNA SOLA. Gli altri stanno seduti a ricordare fatti e fattacci di ricoveri ed altro ("e allora lui mi ha chiesto: 'Ma come faccio ad adoperare il pappagallo? Che devo fare?' e allora gli ho detto: 'Hai presente quella cosa piccola in mezzo alle gambe che non ti senti più? Ecco, quella ci devi mettere'.) Alla fine dal purgatorio del Pianterreno si può essere trasferiti nei singoli reparti, o si va nella


CLINICA

che ha un'atmosfera ancora più insidiosa.

Come ci si avvicina alla Clinica si nota che il traffico scorre più velocemente, e le autoambulanze non devono scavalcare le auto per avvicinarsi alla meta. La Clinica ha un ufficio accettazione molto simile alla concierge di un albergo, e uno tira un sospiro di sollievo perchè sembra effettivamente di entrare in un albergo - da notare che oggi il massimo della goduria è dato dall'immagine del grand hotel: perfino le navi da crociera hanno dovuto progettarle simili ai grandi alberghi-. Ci sono le poltrone in sala d'aspetto, gli ascensori, le pareti sono listellate di legno invece di avere sopra scritte tipo "sono qui per raccontarla". Mai domandare troppe cose una volta nella Clinica: il personale di solito ha un atteggiamento più guardingo e allo stesso tempo rilasato, di chi non deve difendersi troppo dai pazienti. Gli stessi familiari in visita, se al Policlinico sono un'orda scomposta in Clinica si adeguano allo standard di comportamento del Cliente. E' incredibile l'effetto che produce questa parola: fa diventare subito più attenti e consapevoli, le borse - ogni parente arriva con almeno due borse - non vengono buttate dove capita, ma tenute accanto alle gambe. Le stesse persone quando ricevono le chiamate sul cellulare non si contorcono in cerca del campo, ma tengono l'apparecchio elegantemente accostato al viso. In più si scambiano sussurrando informazioni sulla salute dei propri pazienti (niente di più lontano dal rincorrersi delle diagnosi degli ospedali). Appare una luce: è il medico. La gente si accosta a lui come per i Santi Misteri, lui spiega a voce bassa e ripete le cose una volta sola. Poi si defila. I pazienti già ricoverati nel frattempo stanno un po' rannicchiati e un po' seduti davanti ai tavolini delle loro stanze dove c'è il vassoio con il pasto. Hanno un po' paura anche loro, paura di comportarsi male e di ripiombare per punizione nella Sala Osservazione del policlinico, quindi si aggrappano alla flebo e fanno - alcuni - le parole incrociate su dei grandi almanacchi che ne contengono centinaia, alcuni con la foto in bianco e nero di Gigi D'Alessio al centro dello schema.
Il Bar della Clinica ha un aspetto più da "bar dei sobborghi", con pochi selezionati clienti che chiacchierano col figlio del gestore - c'è sempre un Figlio di Barista in questi luoghi, che distribuisce caffè al vetro e non si ricorda il prezzo delle caramelle - . Al contrario dei bar policlinici, presi d'assalto da cavallette in camice bianco. Quando scende la sera c'è un momento in cui tutto è fermo e silente in attesa del carrello portavassoi con la cena ("ce lo danno lo stracchino?"). I parenti si preparano ad andarsene - la Clinica è sempre leggermente fuorimano, in sobborghi profumati di gelsomino - e a lasciare i pazienti. Perchè la grande differenza è questa: dai Policlinici non te ne vai mai, sembra sempre che la gente venga curata meglio grazie alla tua presenza. La Clinica fa in modo che tu te ne vada anche se non vuoi.

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Degustare Parigi

Nell'estate del 1997 a Parigi faceva molto caldo. E umido. Questo è un video con una parte delle foto che ho scattato colà.

video

Il brano è La Dégustation del duo franco-inglese The Lovers, ideale per convertire tutti i sobri del mondo! Amusez-vous bien!

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Primo maggio, su coraggio...

La trionferà!...


Quando ero più piccola abitavo a due passi dalla Basilica di S. Giovanni in Laterano a Roma, luogo la cui piazza viene adibita il primo maggio al famoso Concertone ( in Gran Bretagna hanno Glasto(nbury)? E noi abbiamo S.Giovanni, tiè ! ). A quell'epoca Il Concertone ancora non era stato concepito, e la piazza era luogo del tadizionale comizio del di CGIL - CISL - UIL. Puntualmente gli altoparlanti del palco ci svegliavano al suono del disco di Bandiera Rossa, con la sua introduzione un po' marziale e un po' corrida. Questa registrazione veniva ripetuta ogni tanto, sia per chiamare la folla al comizio, sia per tarare gli altoparlanti, e a me sembrava di stare dentro ad un cinegiornale, di quelli in bianco e nero un po' spuntinati pieni di folle che marciano di qua e di là. Con l'introduzione del concerto in piazza dal 1990 in poi, gli altoparlanti si sono fatti via via più invasivi per via dei sound-check o prove del suono su palco (quando provavano le batterie erano dolori), e a me tutto veniva in mente tranne il ruolo dei lavoratori nella storia: mi sembrava stavolta di assistere ad un concerto da dietro le quinte, fra atrezzisti che imprecano, produttori che controllano gli incassi e star da tirare su con sostanze psicotrope di vario tipo (almeno questo è ciò che si vede al cinema).
Ogni primo maggio era la stessa storia: c'erano i partecipanti da una parte, contenti di vedere S. Giovanni e la sua piazza - una delle più "misurate" d'Italia, visto che ad ogni comizio devono stabilire se hanno partecipato un milione di persone o centonovantamila - e dall'altra i villici di S. Giovanni che se ne stavano tappati in casa o fuori per il ponte. Al centro dello scontro, via Sannio, proprio dietro alla basilica, che se normalmente era sede del mercato di vestiti nuovi ed usati, nei giorni di festa sembrava vuota come una quinta teatrale. Ovvio che venisse attraversata su e giù da parecchi degli appartenenti al milione - o ai centonovantamila - con mezzi di vario tipo.
Ora potevamo anche scendere giù per strada a sentire il Concertone, ma fare due passi per ascoltare una cosa e farne invece tanti non dà lo stesso divertimento. E così la sera sentivo dei suoni ovattati - un basso, una batteria, un grido - a cui attribuivo ogni volta grandi canzoni... Il giorno dopo era Il Giorno Dello Scopino, unico lavoratore a godersi le conseguenze del Concertone.
Ora non abito più così vicino alla piazza, però sento ancora le note del Concertone da lontano...