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Giù la maschera!

Jean Marais in Fantomas minaccia il mondo (1965)



Mentre fuori si sta scatenando il diluvio, ho la faccia semi-immobilizzata.
Mi sono messa su una maschera di bellezza.
Fin da piccola sono sempre stata affascinata non tanto dalle maschere quanto dal momento fatidico in cui un personaggio si toglieva la sua, di maschera. Esemplare era la serie di Fantomas degli anni '60, con Jean Marais nei panni del Genio francese del Male e Louis De Funès nei panni dell'ispettore Juve (si pronuncia Sgiùv con la g dolce, la squadra di calcio non c'entra). Quando Fantomas si toglieva una dei suoi milioni di maschere perfette,



appariva una faccia grigio piombo con un taglio per la bocca, quasi senza naso e due buchi bianchi per gli occhi. Io rimanevo malissimo davanti a quella visione, ma non potevo fare a meno di ammirare - avevo cinque anni - la maestria di tutta l'operazione. Una maschera intera! Di gomma! Altro che Carnevale!
Le maschere "di bellezza" più divertenti sono quelle tipo peel off, che piano piano formano una pellicola trasparente sul viso tipo colla vinilica (e come le due filosofe di Ostia si può finalmente dire di stare a ffà 'a colla). Durante l'attesa la maschera si aggancia alla pelle, impedendo parzialmente ai muscoli facciali di cooperare, così si ha una vaga idea di che cosa si va incontro a forza di iniezioni di Botox.
Il fascino della maschera tolta davanti a tutti, o da soli davanti all'obbiettivo, è una scena madre a cui pochi sanno rinunciare. Dal Fantasma dell'Opera in giù,


è tutto una musica in crescendo, sguardi atterriti solitamente di donna, campo/controcampo, dettaglio delle mani che si afferrano il collo e voilà! La faccia non c'è più. Urlo finale (della donna,ovvio).
Naturalmente occorre togliere i capelli dal viso, altrimenti una ciocca o due rimarrà impastata nella maschera. Mentre si attende il momento della caduta del viso artificiale, si possono fare alcuni esercizi ginnici ispirati al personaggio della bambola nel Casanova di Federico Fellini, alla cui faccia si sta somigliando ogni minuto di più:



Un video particolarmente impressionante fu quello firmato dai registi inglesi Godley & Creme
per una canzone di Lou Reed degli anni '80, No Money Down. Passato sull'allora potente MTV, era in un certo senso la raffigurazione dell'artista come marionetta dal volto di lattice. Verso la seconda metà del video accade però qualcosa: Lou Reed - marionetta si strappa la faccia-maschera, e rimane con l'impalcatura di metallo e i bulbi oculari di plastica che si muovono di qua e di là, mentre la mascella inferiore vaga libera e finisce la canzone:




E' giunto il momento di togliersi la maschera. In bagno, con la luce dello specchio che peggiora i lineamenti, si prova a togliere la maschera peel-off dal collo in su, come Fantomas, ma si ottiene solo una striscia scrausa di pellicola, e non "la maschera", la vecchia identità che se ne va via con l'acqua tiepida. Allora si adotta il sistema Lou Reed: tutto via da un lato. Rimangono impigliati i capelli nell'operazione, si pela via la pellicola a brani, una striscia dietro l'altra, si pulisce il rimanente ed ecco.
Nello specchio appare una nuova faccia, leggermente più arrossata della precedente, niente occhi che cadono, niente pelle grigia, niente mascelle squadernate.
Uno quasi ci rimane male.

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La reunion

"Vediamo come va, no?"


La reunion non sta ad est di Madagascar.

Non si trova neanche nei condomini, previa conta dei millesimi.

Non avviene durante le feste comandate, fra marito e moglie che vogliono divorziare, il cognato che viene minacciato di morte e il nipote che sposta le cocce di mandarino sulle cartelle per vincere a tombola.

Non si fa fra ex-compagni di scuola vent'anni dopo, fra oblìo e tristezza per il tempo che passa.

La reunion è una cosa seria. E' un morbo che attacca a un certo punto i gruppi pop e rock, ed è sempre più contagioso.

Qualche decennio fa la reunion si chiamava, con termine teatrale francese, la rentrée , e riguardava attori/ici di una certa età che andavano a sfidare ancora una volta, dopo un primo dignitoso ritiro, i marosi del palcoscenico.

Le band non arrivavano alle rentrées per tre motivi:

1) C'era sempre qualche membro a decedere per motivi di alcool e droga, e così si azzoppava il gruppo originario;

2) I gusti cambiavano così in fretta che non valeva la pena penare tanto per non essere riconosciuti dal pubblico - e magari presi a bottigliate -

3) Si guadagnava abbastanza, se si aveva avuto successo, con le royalties del catalogo dei dischi realizzati, magari vendendo i diritti a questo o quel film o per le pubblicità.

Adesso, con l'allungarsi della vita, è accaduto l'inevitabile: quelli che ascoltavano le band a vent'anni sono cresciuti nonostante gli sforzi per rimanere uguali a com'erano giovani, e vogliono tornare ad ascoltare le suddette band senza vergogna. Ne frattempo i ventenni attuali sono molti di meno e dato il continuo flusso di musica in streaming on line il mercato dei CD (ex-vinili, ora da collezionare) è crollato. Quindi, si è cercato di spostare il mercato sui concerti dal vivo. Infatti, se ci si fa caso, l'artista un tempo inviava il video della sua ultima composizione, dopodichè faceva il giro delle televisioni per la promozione del disco, e solo in un terzo tempo arrivava il tour. Oggi lo stesso artista anticipa i brani on line, parte subito per il tour e in terza battuta arrivano i supporti sonori (CD o anche vinile da collezione, a volte si vendono i dischi direttamente ai concerti).

La vita si è allungata, e si è formato un mercato "adulto" che va ai concerti rock e pop (altra grande fetta di mercato) : se i festival più famosi trent'anni fa erano delle autentiche fiere nel fango,

si campeggiava dove si poteva, i bagni erano "alla turca"
- ma che importava, si era giovani e forti! - ora vi sono in molte parti spazi delimitati per le tende,


e si può persino mangiare.


Questo perché in parte le condizioni di vita del frequentatore medio di festival sono migliorate, e in parte perché parecchi non sono più teenager e pretendono posti relativamente meno scomodi.

Le reunion qualche anno fa erano vissute in maniera drammatica dai componenti che si dovevano riunire: ormai troppo vecchi, si rinfacciavano senza sosta questo o quel diritto su canzoni o donne. Un po' come i Ragazzi irresistibili della commedia di Neil Simon. Era anche uscito nel 1998 Still Crazy ,un film inglese su una band immaginaria che, appunto, si va a riformare dopo ben vent'anni:




Il film Still Crazy su YouTube in segmenti (V.O. con sottotitoli in inglese)

Ora la prospettiva di rivedersi per tirare su altri soldi e far salire di valore il catalogo delle canzoni - che è il vero tesoro di ogni musicista - non è poi così tragica e da "ultima spiaggia" come un tempo, supposto che ogni membro sia stato capace nel frattempo di fare un'onorevole carriera solista o di vivere in un posto caldo con piscina. I giornali specializzati e non parleranno a lungo delle ragioni che hanno portato alla reunion, i fans si si divideranno fra delusi ("Venduti!") ,entusiasti ("Li ho visti dal '90 in poi, non vedo l'ora di rivederli coi miei nipoti" ), entusiaste ("Mi ricordo quando ho fatto autografare le mie mutandine dal cantante! Non le indossavo, ovviamente.") e neofiti ( "Ho scaricato il terzo album, non sono male, copiavano un po' i Nirvana").
Tutta questa noiosissima introduzione per un solo fatto:

I Pulp faranno la loro reunion nel 2011.

Che Dio ce la mandi buona.


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La piattaforma

Ma gli autobus sognano paline elettriche?
(foto originale di Omar Cugini, 2005)



Dicono che gli autobus soffrano.

Tutte quelle curve e scossoni, e frenate, e apri le porte, e chiudi le porte, e vai al capolinea - che chissà perchè é quasi sempre una palina sulla strada buia (qualche volta si vedono vicino alla palina due bagni chimici con l'enorme marchio TOI TOI col cuoricino,
patetico tentativo di far sembrare una coppia di vespasiani portatili per il personale Trambus un qualcosa di "simpatico").
Di sicuro il jumbo bus che doveva partire alle 18:00 dalla Stazione Termini per andare verso Montesacro (e oltre), ne aveva viste troppe. Aveva caricato un signore sulla sedia a rotelle ed il suo acompagnatore, oltre al solito centinaio di persone in piedi e sedute. Corro in scia a un giovanotto con cappotto di pelle nera, pensando: con quel soprabito da Inglourious Basterd, figurati se non riesce a salire i tre gradini del jumbo. Così, é, e io appresso a lui. Mi guardo intorno, avevo notato che le frecce del bus erano entrambe accese (segno che sta riscaldando i motori per partire). Bene, mi frego mentalmente le mani e aspetto. Il signore sulla sedia a rotelle è al suo posto col suo accompagnatore, gli altri passeggeri aspettano, chi col cellulare, chi con il lettore mp3, chi con l'IPhone collegato con gli auricolari. Variamente vestiti in sfumature scelte dal nero al cammello (tornato di moda quest'anno).

Non noto un piccolo particolare.

La pedana della porta centrale è calata sul marciapiede.

Ogni tanto si muove, come se avesse il singhiozzo, poi resta ferma. Metà dei passeggeri, a mano a mano che passano i minuti, danno occhiate sepre meno distratte e sempre più preoccupate a quella lastra di ferro appoggiata per far salire le persone su sedia a rotelle. L'uomo dal cappotto bastardo non sa se scendere o rimanere impassibile.
Tutto l'autobus ha un sussulto quando vede l'autista in piedi. Per chi è abituato ai mezzi pubbblici, questo vuol dire una sola cosa: sta per chiamare i rinforzi perché non ce la fa a tirare su la pedana. La quale continua imperterrita ad avere il singhiozzo. Io prego che a nessuno venga in mente di accusare il signore dalla sedia a rotelle, per aver chiesto all'autista di far scendere quel pezzo di metallo che ora non ne vuole sapere di rinfoderarsi sotto la doppia porta.

L'autista scende dal jumbo.

Cinque cellulari scattano in contemporanea per avvertire casa. Un tempo li tiravano fuori per farli vedere orgogliosamente in giro, ora questa frenesia anni '80/ Wall Street / "abbiamo l'esclusiva" si è ridotta in un ben più mesto "torno tardi, l'auto s'è scassato". E a nessuno viene in mente di pensare a una scusa: le scuse sono ben più gioiose della realtà.
Ora c'è il 50 per cento dei passeggeri a terra che guarda l'autobus come se fosse il Titanic che affonda. L'altro 50 per cento è seduto o è in piedi, ma non se la sente ancora di abbandonare la nave. Infatti nei naufragi per salvare la gente ce ne vuole, e non perché manchino le scialuppe (come fu effettivamente ne caso del Titanic), ma perché tutti sperano che all'ultimo momento salti fuori un autista o riparatore Atac con la mantellina da Superman e un cacciavite in mano che fa miracoli.
La pedana ha il delirium tremens. Una ragazza scende e tenta di posizionarla sotto la porta centrale, l'autista preme i bottoni, il mezzo stantuffa, le sospensioni si abbassano... Niente. Il signore sulla sedia a rotelle e il suo accompagnatore appaiono disperati, ma non domi. Chiedo che ore sono all' Inglourious Basterd, che tira fuori il suo cellulare dopo qualche secondo (l'orologio non ce l'ha più nessuno, credo che l'atto di tirare fuori qualcosa per sapere l'ora sia una specie di ritorno al passato, quando c'erano i cipolloni legati ai panciotti dalle catene d'oro).
Arriva il momento che tutti hanno rinviato: il secondo autista che dice al resto della popolazione di scendere e aspettare un altro mezzo. Una donna sotto un'enorme valigia e una capigliatura ancora più enorme, sembra la moglie di un Hobbit , insiste nel voler salire con tutta la valigia. La sconsigliamo vivamente, mentre sono scesi dalla pedana traballante l'uomo con la sedia a rotelle e l'accompagnatore. Il buio circonda tutti noi, come se l'avessero creato apposta. L'autista cerca ancora di sistemare la piattaforma perduta, ma ormai si pensa a portare il mezzo al deposito. Arriva un nuovo autobus, e l'uomo con la sedia a rotelle vi riesce miracolosamente a salire con tutto l'accompagnatore.

Il bus è vuoto, ormai, con le orbite dei finestini cave e la pedana penzoloni, come uno con la patta dei pantaloni aperta. Si avvicina a passo di piccione una signora vecchissima, in ciabatte estive simil -Pescura,
senza calze e con degli incongrui occhiali da sole, che trascina un carrellino per la spesa. In mano ha un biglietto, sale sul jumbo - oh, che bell'auto vuoto! - seguita a mettere il biglietto nella timbratrice, ma niente accade nell'oscurità. Tentiamo a mezza voce di dirle No! E' guasto! Non lo faccia! , ma lei insiste dietro gli occhiali da sole nella notte blu di Prussia, col carrellino che le si affloscia accanto.

L'autobus dalla pedana penzolante, forse rincuorato, ringrazia.