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Lo strateggismo pubblicitario

"E' bellissimo!"


C'era una volta lo spot trash .
Nacque qualche anno dopo l'arrivo delle prime tv private a diffusione regionale, che presentavano pubblicità ben diverse da quelle dei canali RAI (allora gli unici esistenti su suolo nazionale), date le ristrettezze di budget e la povertà dei prodotti che presentavano. C'erano scenette con sfondi miseri, recitazioni approssimate, slogan urlacchiati. Tutto contribuiva a suscitare l'ilarità degli spettatori televisivi "normali" (Tu l'hai vista la TV X? Ah ah, certe risate! Ma come gli vengono così squallide!) Infatti dopo un po' di tempo circolarono i primi spot dichiaratamente ispirati al modello "basso", come questo, praticamente introvabile, per l'album Uccelli d'Italia del gruppo demenzial-volgare degli Squallor:





Oggi non c'è più una separazione netta fra pubblicità "alta" e "bassa", così si possono incontrare esempi di spot incredibilmente squallidi che però una volta fagocitati dalla Rete sono diventati il successo del momento. Il nome di Alfonso Luigi Marra è sulla bocca di tutti, come neanche Moccia ed Alberoni con sua moglie sono riusciti a fare in anni ed anni di onesto lavoro nel campo dei media:





Quello che non si riesce a capire è se Il labirinto femminile sia veramente uno spot orribile, opure se sia stato creato appositamente così, come i due scalcinati impresari di Broadway in The Producers di Mel Brooks (2005) mettevano in scena un musical inneggiante al nazismo per fare fiasco e intascare i soldi.

Comunque, di spot dal contenuto veramente trash è piena la televisione. ad esempio, tutti quelli dei profumi pour homme , i quali trasudano imbarazzo per quello che devono reclamizzare, e così squadernano zaffate di comunicazione "alta" per rendere nobile l'attività del profumarsi per un uomo, che però diventa fatalmente "bassa" quando incombe l'esigenza di vendere il prodotto nelle profumerie per Natale. Ad esempio, abbiamo in D&G The One Gentleman Matthew McConaughey che fa il gentiluomo e copre le gambe della fanciulla assopita sul divano il giorno dopo.





Lo spot è in bianco e nero, segno di classe e distinzione da Woody Allen in poi, ma è l'espressione da panino imbottito di McConaughey che fa precipitare il tutto. La scena finale in cui contempla le onde, poi, è il massimo: quando si vuole dare un'aura di finezza intellettuale a qualcuno, lo si manda in riva al mare, possibilmente d'inverno.
Ma è nella trasgressione più selvaggia che la pubblicità diventa veramente trash senza averne l'intenzione.
"Ehi, ho una splendida idea per la campagna italiana 2010 della Renault Twingo Miss Sixty! Avete presente quella serie che va tanto, quella tanto trasgressiva, pensate che alla Rai non l'hanno voluta, quella con le lesbiche, come si chiama? Ecco, facciamo una situazione così. Festa, lei guarda lei, ammicca, la invita in camera, si spoglia, l'altra la benda e..."
"...E?"
"E poi le prende il vestito lasciandola bendata sul letto, corre verso l'auto e si accorge che è dello stesso colore del vestito che ha appena rubato! Fichissima questa! E pure un po' porca!"
E fu così che, dopo sei anni buoni, anche l'Italia si accorse della serie The L Word. (Fra dieci anni aspettiamoci pubblicità in stile Mad Men).
Il problema è: lo spot reclamizza l'auto o il vestitino rubato?





Comunque neanche gli altri paesi sono immuni dal trash, e qui nel Regno Unito al posto di Amalia con gli Uccelli d'Italia abbiamo il commentatore sportivo Tim Lovejoy (un nome che è tutto un programma) che con la scusa di aver bruciato l'arrosto cerca di rimorchiare la sultry vicina di casa italiana con i tortellini Giovanni Rana. Naturalmente c'è il compendio di tutti i luoghi comuni oltremanica sulle donne italiane (Sophia!), ma non è questo il punto. Il sublime, ancora una volta, è dato dall'espressione estasiata dell'uomo, qui di Lovejoy - per la vicina o per i tortellini?- che fa dello spot , con la sua fotografia sui toni dorati e seppia, una sorta di versione aggiornata di Camera con vista di James Ivory (1985). Un esempio di trash simpatico.





Il trash, come la mondezza in generale, tracima nelle nostre vite e nei nostri pensieri, e non è più trattato in modo "ironico" - che testimonierebbe distacco, quindi l'esistenza di un qualcosa non pattumesco -, ma ormai è impastato con la parte "alta" del nostro modo di sentire. Ed è la parte "alta" ormai quella che deve fare in continuazione i conti.
Amalia?

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The Day After Christmas


Vengo da Orte!!!


Santo Stefano è il santo più sfigato dell'anno.
Tanto per cominciare, lo hanno messo il giorno dopo Natale perché è il primo martire (il Protomartire) della cristianità. Quindi, dato che viene dopo Natale, non ha una festa nazionale a lui dedicata il 26 dicembre, ma una la prima domenica di settembre a Milazzo. Poi, dato che morì lapidato e quindi è un esperto in pietre, si rivolgono a lui tutti quelli che soffrono di calcoli renali e mal di testa, oltre a spaccapietre e muratori. Inoltre non viene neanche riconosciuto come Santo Stefano Protomartire nei paesi del Commonwealth, ma Boxing Day, detto così perchè vi era l'abitudine di regalare qualcosa ai dipendenti o ai poveri il 26 dicembre. Così dalle pietre si è passati alle scatole.
Il 26 dicembre è il giorno più triste dell'anno.
L' atmosfera è simile a quella di una domenica a cui è stata appiccicata dietro un'altra domenica. Una domenica di seconda scelta. Uscendo per strada, si ha a che fare con individui che hanno delle strane cose addosso: a una seconda occhiata, ci si accorge che indossano i regali del 25. Altri portano invece scatole squarciate e nastri penzolanti in mano, pronti per essere buttati.
Il 26 si fanno principalmente due cose: si entra in macchina con uno o più parenti venuti per l'occasione, faticando a trovare il posto nell'auto gelata e piena di gente imbottita di piumini cappotti e regali indossati; oppure si aspetta l'autobus.
Gli autobus o tram il 26 non passano allo stesso modo in cui non passano nei giorni festivi. Ci si pone al centro della strada semideserta, e la desolazione è superiore a quella del Natale che porta con sè almeno un po' di aspettative in più. Il 26 non c'è più il Pranzo di Natale, ma - il più delle volte - gli Avanzi del Pranzo di Natale, mentre i regali sono stati scartati e le partite a carte o tombola consumate. Si dovrebbe dedicare questo giorno a mettere la testa fuori di casa, solo che tutta la polvere dorata del 25 si è ormai posata, e anche l'attendere un mezzo per andare in centro ha perso quel po' di fascino che aveva il giorno prima, e tu ti ritrovi a fare la stalagmite (stalattite se ti spenzoli da un albero) accanto alla palina.
Poi arriva.
Gli autobus del 26 gracchiano e sbuffano come poche cose al mondo, in compenso sono pieni di persone "che per questa volta hanno preso il mezzo pubblico così vedono il centro il 26". Gli autisti degli autobus del 26 hanno la stessa espressione dei cavalli delle carrozzelle.
Il viaggio si presenta periglioso, perché i neofiti dei mezzi non capiscono quando si arriva ad una curva, e puntualmente quelli che fra loro sono in piedi vanno a sbattere da qualche parte. I più buontemponi sono i gruppi di famiglie del Nord Italia, non trovano mai i corrimani e a ogni curva si chiamano l'un l'altro come se fossero su un aereo e avessero appena passato una turbolenza.
Dopo varie curve pericolose - dovute al traffico minore su strada - si giunge pigiati uno sopra l'altro al fatidico Centro quasi del tutto chiuso e attraversato da crocchi di stalagmiti che hanno preferito andare a piedi. Ogni tanto s'incontra una gelateria artigianale, e io tutte le volte mi chiedo "perché?" Perché questi buchetti freddi con l'illuminazione tipo tavolo operatorio che vendono cose fredde il 26 quando fa un freddo cane? Dopo le gelaterie mortuarie arrivano i pub catacombali. A parte le lucine natalizie e i cartelli "Caipiroska/Mojito/Sex on the Beach € 5.00, un litro € 15,00", lo scopo di un pub è di essere il più buio possibile, in modo da dare una vera atmosfera "inglese". Infatti i camerieri si muovono al bancone come i pipistrelli. Si vedono tavolini con turisti che mangiano -solo loro, dato che sono le sei del pomeriggio - e una giapponese addenta il frutto proibito: gli spaghetti affogati nel pomodoro. Non ho grande esperienza di cucina, ma riconosco sempre il sugo da ristorante turistico: funzionale, oleoso, semiliquido, deve lubrificare e condire allo stesso tempo.
In realtà il 26 dicembre non si sa cosa fare esattamente: i regali li abbiamo già scelti, i negozi sono chiusi e così non possiamo cambiare quelli che hanno fatto a noi, già incominciano a fioccare i CosafaiperCapodanno? che mettono ancor di più in agitazione - e verrebbe da rispondere Aspetta che trovo il liquido per sghiacciare le ali dell'aereo, e poi vedi. Ci si ritrova a girare in tondo per poi riprendere senza accorgersene la strada di casa, questa volta dentro un bus in compagnia di un signore di Orte, vengo da Orte (L'ha detto lui, e gli altri passeggeri annuiscono gravemente) in apnea, tre giovani del Bangladesh con gli ombrelli invenduti e una madre col figlio pesanti un quintale circa cadauno (A mà, voglio la pizza cò le patate!) e altre ottanta persone imbottite nel piumino scuro. Quando al capolinea scendono tutti, la madre e il figlio che voleva la pizza con le patate si avviano dondolando in mezzo ai tappetini degli extracomunitari che vendono bambole tipo "Che fine ha fatto Baby Jane?"
e palline di plastica che vengono spiaccicate al suolo e riprendono la loro forma originaria dopo qualche secondo, come nella scena finale de La morte ti fa bella. Anche il Natale è così: il 24 dicembre si lancia la festa, il 25 finisce per terra e alla fine del 26, dopo un po' di immobilità la vita torna ad essere quella di prima.

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Una notte con...

La copertina originale di One Night with You

La Notte è ormai passata.

Quella di Natale, non quella di cui cantava Rod Stewart nel 1976 per convincere una bella fanciulla (all'epoca Britt Ekland) ad aprire le sue ali - ci siamo capiti -. Molte canzoni hanno nel titolo il tema della notte, abbinato a quello della persona con cui ci si vanta di averla passata, o con cui si spera di passarla. One Night With You appartiene alla seconda categoria. All'inizio questo pezzo - che nelle prime battute può ricordare un po' 'O Sole Mio - si chiamava One Night of Sin , ed era un tipico brano terzinato di matrice R'n'B, cantato nel 1957 da Smiley Lewis:





Ecco un'altra versione, da parte di Fats Domino:



Elvis Presley volle cantare anche lui questa canzone.
Il problema era il testo.
Quello di One Night of Sin diceva:

One night of sin
Is what I am payin' for
The things I did and I saw
Would make the earth stand still

Don't call my name
It makes me feel so ashamed
I lost my sweet helping hand
I got myself to blame

Always lived
very quiet life
Ain't never did no wrong
Now I know that very quiet life
Has cost me nothing but harm

One night of sin
Is what I am payin' for
The things I did and I saw
Would make the earth stand still



Questa è una traduzione (quasi) letterale:

Una notte nel peccato
E' quello che sto pagando
Le cose che ho visto e fatto
Farebbero spavento a chiunque


Non dire il mio nome
Mi fa vergognare così tanto
Ho perso quella dolce mano dal Cielo
La colpa è mia soltanto.

Ho sempre vissuto
una vita tranquilla
Non ho mai fatto del male a nessuno
Ora so
Che quella vita tranquilla
Mi ha portato nient'altro che dolore.

Una notte nel peccato
E' quello che sto pagando
Le cose che ho visto e fatto
Farebbero spavento a chiunque



Evidentemente, per il 1957 quella della canzone era una situazione troppo ardita da proporre a un pubblico bianco (i testi degli artisti afro-americani erano da sempre sottoposti a censure quando dovevano superare la linea musicale del colore). C'era un uomo che aveva commesso un terribile peccato, probabilmente di natura sessuale, probabilmente con un'altra donna, roba da far "fermare la terra" - ed è curioso che il film Ultimatum alla Terra di Robert Wise (1951) si chiami nell'originale The Day The Earth Stood Still , ossia "Il giorno in cui la terra si fermò" -. Quando Elvis Presley scelse questo pezzo per rilanciare la sua carriera dopo il servizio militare in Germania (c'erano già i Beatles e il mondo della musica era in parte cambiato), dovettero cambiare il testo "peccaminoso", e ne uscì fuori questa versione:

One night with you
Is what I am praying for
The things that we two could plan
Would make my dreams come true

Just call my name
And I'll be right by your side
I want your sweet helping hand
My love's too strong to hide

Always lived
Very quiet life
I ain't never did no wrong
Now I know
that life without you
Has been too lonely too long

One night with you
Is what I am praying for
The things that we two could plan
Would make my dreams come true




Ed ecco la traduzione:


Una notte con te
E' quello per cui sto pregando
Le cose che potremmo fare insieme
Farebbero i miei sogni realtà

Chiamami una sola volta
Ed io sarò al tuo fianco
Voglio che la tua dolce mano mi aiuti
Il mio amore è troppo forte per nasconderlo

Ho vissuto
Una vita molto tranquilla
Non ho fatto mai del male a nessuno
Ma ora so
Che la vita senza te
E' stata troppo sola troppo a lungo


Una notte con te
E' quello per cui sto pregando
Le cose che potremmo fare insieme
Farebbero i miei sogni realtà



La tensione viene così spostata dal rimorso per il peccato commesso al desiderio di un qualcosa chesi vorrebbe commettere. In un certo senso la versione "addomesticata" è molto più "pericolosa" da un punto di vista strettamente morale rispetto all'altra; ha anche dei punti piuttosto controversi a sentirla bene: si parla di una "dolce mano" che viene in aiuto e di un amore "troppo grande da nascondere", ma questa è la grandezza del pop: può essere interpretato come meglio si crede. In seguito Elvis riprese la canzone con il testo originale nel 1983:



One Night of Sin venne interpretata da molti, incluso un presleyano Marc Almond con tanto di sax a fianco nella colonna sonora del film Mojo (1997),ambientato a Londra, nella Soho di fine anni '50 del secolo scorso (fa impressione scriverlo, eh?):



Una versione particolare è stata data l'anno scorso da Jarvis Cocker in occasione di un concerto a Londra tenuto nell'ottobre del 2010 che vedeva schierati sul palco il chitarrista Duane Eddy, noto per l'assolo alla chitarra nel Peter Gunn Theme di Henry Mancini - reso celebre anche da una famosa scena dei Blues Brothers (1980) -, Richard Hawley, e la cantautrice Ellie Goulding .
Qui Jarvis, dopo aver detto al pubblico che lui ed Elvis condividono tre lettere del nome, conclude dicendo che avrebbe provato a interpretare un suo brano. I cinque minuti seguenti lo vedono scatenarsi appunto in One Night With You come se fosse posseduto dallo spirito dell'Uomo di Tupelo, a metà strada fra l'omaggio e l'esibizione che potrebbe fare un qualche parente particolarmente brillo al vostro matrimonio.



Il video è di qualità pessima - ripreso con un cellulare, quasi un bootleg- ma JarvElvis c'è tutto.



Un altro video, questa volta professionale.



Il risultato è una cover di una cialtroneria sublime, simile a quella che Renzo Arbore fece di Are You Lonesome Tonight nel suo Pap'Occhio (1980)




 o, rimanendo sempre a Sud-Est dello Stivale, il primo Leone Di Lernia con Ce 'Nce Na Ma Sci (che non so cosa voglia dire, dato che è dialetto tranese):





Insomma, Cocker rimette il sin dentro One Night With You, rispedendo questo brano indietro nel 1957, fra fumosi locali e juke-box con dischi che non dovevano essere ascoltati dal pubblico bianco medio.

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Ultimi acquisti di Natale

Alcune idee all'ultimo minuto per farvi ricordare per sempre a Natale:



1) PANTOFOLE SIGMUND FREUD

Farete venire l'invidia del piede con queste pantofole! Anche i vostri calli libereranno il loro inconscio!




2) ZOMBIE DA GIARDINO


Basta con i soliti nanetti! Mettete anche voi tutta l'inquietudine del mondo moderno nel vostro giardino, e neanche il vicino di casa oserà fiatare!



3) BAMBOLA URLO DI MUNCH



Urla sul serio quando la premete! Esprimete il vostro stato d'animo con questa icona del Novecento!





4) TENDA DELLA DOCCIA DI PSYCHO



Stupite i vostri amici quando vorrebbero farsi una doccia (o semplicemente andare a lavarsi le mani)! Sì, Norman è tornato in città!




5) TESTA DI CAVALLO MORTO

Ecco infine un classico che si porterà sempre! Questa testa-cuscino in peluche, citazione dalla famosa scena del Padrino , farà cambiare rapidamente idea a chi la deve cambiare! Per il vostro Natale, un'offerta che non potete rifiutare!





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La gente sono brutti


Ti manca la beissline...



Alla fiera del libro di Roma ho riso lungamente da sola e ho visto il futuro della musica davanti allo stand della Castelvecchi.
C'era un libro sull'opera dell'artista "di strada" Banksy e, a sinistra, una copertina con una ragazza che addenta un vinile. Sembra la copertina di un disco degli anni '80, ho pensato. Infatti la ragazza ha i capelli frisé, cosa che andava molto all'inizio di quel decennio.
Una volta entrati, cioè una volta aperta la prima pagina, ci si imbatte nel titolo del primo capitolo: La gente sono brutti. Non è un errore, ma la trasposizione libera del titolo della canzone dei Doors, People Are Strange . E la gente che l'autore incontra nel suo negozio di vinili a Torino sono veramente brutti.
Cos'è che rende la gente brutti? Il soggiacere a una passione sola, che fa scartare tutte le altre e fa vivere la vita al perenne inseguimento dell'istante supremo in cui si è certi di averla domata, questa passione. Cosa che non avverrà mai. In questo caso, il demone si materializza nel disco, o meglio, in tutto quello che il disco ha significato nel 20° secolo. Da qui partono i quesiti più strani che i clienti fanno ai due proprietari del negozio di dischi:

"Ce l'ha Amafun?"
"Cosa?"
"Amafun di quelli là, quelli del muro"
Panico.
"Vuoi dire The Wall dei Pink Floyd?"
"Sì però cercavo Amafun"
Panico 2.
"Forse The Dark Side of the Moon?"
"E, dai, quello lì".

"Comprate dischi di gente morta?"
"In che senso, morti i musicisti o morto chi lo vende?"
Ci pensa.
"Entrambi".

"Morricone era uno dei Camaleonti, vero?"

"Stavo cercando qualcosa do orientale-campionato"
"Tipo?"
"Ha presente Gazebo?"
"Altroché!"
"Ecco, faccia conto Gazebo, ma senza la voce e più orientale"
"Capito. Non abbiamo niente". (*)


La descrizione che Maurizio Blatto, l'autore-negoziante-demiurgo-psicanalista fa dei suoi clienti va oltre la sorridente bonomia che si riserva al mattocchio sgrammaticato cui capita d'imbattersi. Questa è gente tosta, provata dalla vita, che ha scelto nella propria esistenza di donarsi a uno o più generi musicali, venerando vinili di nascosto da fidanzate, mogli e figli.
Io ho sempre avuto paura dei negozi di dischi.
Quando ero più giovane spendevo parte del (mio) magro stipendio in LP (allora non c'erano i CD, e nemmeno Internet) da trasferire eventualmente su musicassette - era l'era dell'impianto stereo scuro scuro con giradischi col coperchio trasparente, radio, amplificatore e registratore a una piastra o due e due casse a lato, che se ti sbagliavi a premere un tasto passavi l'ora seguente a cercare di capire perché il disco non emettesse alcun suono - Ogni volta che entravo nel negozio di dischi era una lieve sofferenza, e non riuscivo a capire perché. Ora, dopo aver letto questo libro, capisco.
I negozi di dischi sono l'ultimo baluardo di una religione che si sta per estinguere. Io temevo inconsciamente, entrando e vedendo tutti quegli scaffali pieni di vinili, che se avessi tuffato le mani (che nel libro è indicato come "fare il castoro" ) nella sezione sbagliata sarei incorsa negli sguardi di compatimento del personale. Magari non era vero niente, ma l'idea di tirare fuori un disco e sentirmi inadeguata era troppo schiacciante. Preferivo poi non chiedere nulla al personale dietro il banco, temendo sonore risate. Mi documentavo prima e andavo a colpo sicuro, come si fa con gli assorbenti. Ne L'ultimo disco dei Mohicani c'è questo dialogo continuo fra il maniaco dei dischi (o "gabbia", nel senso che è scappato da un manicomio) e il venditore dei dischi stessi, che a volte cerca di sfuggire di fronte a delle manifestazioni di follia pura, a volte lenisce gli stati di disagio dei clienti mollandogli vinili "curativi" - il "secondo dei Black Rebel Motorcycle Club" ricorre spesso tra le pagine - , a volte invece si commuove e magari compra la misera collezione di un povero cameriere truffato e in bancarotta che voleva tanto comporre endecasillabi .

Nella descrizione surreale della vita da venditore di vinile (Nick Hornby nel suo Alta Fedeltà affronta un tema simile, ma lì un ammuffito negozio di dischi si fa metafora della vita di un uomo che non riesce a cambiare), Blatto afferma in modo irresistibile un concetto tristissimo: che l'uomo senza passioni non è nulla, ma che allo stesso modo le passioni sono proprio quelle che contribuiscono a ucciderlo. L'uomo, perché praticamente nessuna donna è raccontata mentre cerca o vende dei dischi - se si esclude un'esagitata signorina che prorompe in insulti pazzeschi quando le vengono rifiutati i suoi LP - le donne vengono messe sullo sfondo come mogli furenti e disperate dei collezionisti "con la scimmia del vinile", o conquiste non si sa quanto vere a suon di David Sylvian da parte di loschi figuri con

cravatta da agente immobiliare, con un nodo grosso come un pugno di Bud Spencer, basette stile tangenziale, con rientri e sfumature sulle due gote, ochiali da sole tirati sui capelli (in pieno febbraio) e mocassini da aperitivo in centro.(*)

Come mai non ci sono le donne? Blatto non si dà spiegazioni - e nemmeno Hornby - ma temo che una donna preferisca apprezzare la musica ascoltandola, piuttosto che stipare in una stanza centinaia di pezzi di plastica neri ciascuno dentro due buste (quella interna bianca viene chiamata "mutanda", non a caso). Molti uomini preferiscono invece affidare quel po' che rimane loro della vita accumulando oggetti, fra cui i dischi. O forse, più semplicemente, alle donne non viene concesso spendere per i padelloni (per le padelle, sì).
Ancora oggi, quando passo davanti a un negozio di dischi - quelli veri, non le catene che vendono gli stessi CD - provo un vago senso d'ansia. Mi manca la beissline, come dice uno dei racconti più belli, di cui esiste una lettura con sottofondo musicale a cura degli Offlaga Disco Pax:



I brani contrassegnati con (*) sono tratti da L'ultimo disco dei Mohicani, di Maurizio Blatto, ed Castelvecchi, 2010

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Alla Fiera del Libro



Considera l'aragosta: il manifesto di Più Libri Più Liberi 2010


La fiera della piccola e media editoria Più Libri Più Liberi si è conclusa da qualche giorno.
Io c'ero (come tutti gli anni, del resto). L'idea di scovare dei titoli che probabilmente non faranno mostra di sè da nessuna parte mi fa sopportare volentieri la scarrozzata di un'ora circa da dove abito fino all'EUR. Per chi non lo sapesse, sono quasi cinque chilometri. Una volta saliti sull'autobus e procedendo indomiti lungo la Cristoforo Colombo - l'arteria principale che conduce Roma ad Ostia e al litorale - , s'intuisce tre fermate prima dell'arrivo quelli che devono scendere per la fiera.
Hanno tutti la sportina di tela.
Ci deve essere un legame profondo fra le sportine di tela, dotate di manici lunghi che se solo le riempi per metà ti segano la spalla in due, e la Fiera del Libro. Non c'è nessuno che si porti appresso, che so, una borsa di Prada o una Louis Vuitton (taroccate o meno): molti hanno l'esigenza di portare queste scomodissime borse stampate in vari modi, dal negozio bio a Mafalda appena alzata che dice Oggi mordo! Seguendo le sportine, si arriva all'atrio del Palazzo dei Congressi, dove è stata allestita un'enorme biglietteria in cima alla scalinata. Qui si scatena la ridda degli aventi diritto con in mano biglietti di vario tipo: completamente gratis, con riduzioni varie, interi. Ai due lati della biglietteria spazzata dal vento freddo dell'EUR (la fiera è a dicembre) battono i denti i librai più sfigati dell'universo: i venditori africani di libri con storie africane dentro. Cercano di inseguire in mezzo al vento i partecipanti alla fiera con i loro volumi africani, confidando nel latente senso di colpa che alberga in tutti quelli che comprano i libri (e che non alberga affatto sulle spiagge fra i potenziali clienti dei venditori ambulanti di aquiloni e asciugamani). Dopo essere sfuggiti alla morsa del terzo mondo - perché il terzo mondo preferiamo godercelo al caldo dentro al Palazzo con un espositore possibilmente della nostra etnìa a spiegarci le cose - ci vengono schiaffati in mano dei volantini con uno sconto nel caso volessimo fiondarci a comprare un eBook , o lettore di libri elettronico. Con i volantini in mano varchiamo la soglia della Fiera, e ci accolgono i vari stand con le trasmissioni radio in diretta dall'evento, i vari salottini microfonati si accavallano fra di loro mentre tu cerchi di capire chi intervista chi. Fuori dai salottini in fila, il formicaio degli stand si stende davanti agli occhi: non è Francoforte o Torino, ma vista dall'alto la fiera fa una certa impressione.


Le case editrici piccole o medie trattano cose che voi umani non potreste (infatti molti degli operatori avevano un'espressione da replicante). Sono stata corteggiata a lungo da un signore che voleva vendere dei testi che avrebbero "cambiato il mondo", ho stretto la mano alla famosa traduttrice letteraria Susanna Basso, sono stata mandata da uno stand all'altro in cerca di una persona che conoscevo e che sapevo essere lì . Intorno le sportine danzano e ciascuno si riempie di primi capitoli di libri come se fossero figurine. Ne ho uno su un omicidio ambientato nella Londra vittoriana (luogo ideale per omicidi e perversioni, meglio di Stoccolma). Quello che mi affascina sono non le piccole, ma le piccolissime case editrici che danno gadget a tutti affinchè ci si ricordi di loro. Ho persino dei talloncini con le copertine dei loro libri - tra l'altro lo sforzo che fanno i grafici per le copertine è inversamente proporzionale alla grandezza della casa editrice - Qui un esempio di grafica minimal-anni '50 dalla 66thAnd2nd :




Oppure quest'altro, più tradizionale, dalla Hacca:



Un esempio del tipo di gente che si può trovare alla fiera lo si può trovare in questo piccolo slide show leggermente rielaborato da me in forma pittorica:




Uscendo dalla fiera sul far della sera si ripomba dal rosso dell'interno al buio dell'esterno, e si finisce per acquistare sulla scalinata anche il libro di ricette dell'Africa equatoriale che il venditore - buio anche lui - ti porge sapendo ormai che tutti quei libri hanno finito per aumentare i tuoi sensi di colpa nei confronti del mondo. Alla fermata dell'autobus direzione centro incontri crocicchi di persone che sono anche loro experienced come te, e stanno accasciate sulla semi-panchina anti-bivacco, un gluteo sì e uno no e il resto del corpo bilanciato dalla sportina i cui manici fanno sanguinare le mani.
Perché chi va alla fiera del Libro è, sotto sotto, un martire.

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Il suicidio indolore




Temo la pace più di ogni altra cosa...


La morte di Mario Monicelli echeggia altre morti "misteriose" come quella dello scrittore Franco Lucentini o anni addietro di Primo Levi. Il suicidio è già una cosa che i superstiti, quelli che rimangono a guardare dall'altra parte del davanzale o in cima alla tromba delle scale "non si sanno spiegare". Tutti si scervellano e cercano indietro nel tempo "il punto in cui", la svolta che avrebbe innescato decenni più tardi la bomba del suicidio. Intere genealogie familiari vengono scartabellate e sconvolte, battaglioni di amici parenti e infermieri vengono interpellati, e ognuno ripete che, sì, era un po' provato/a, ma aveva scherzato e parlato con loro fino alla sera precedente (è sempre la sera precedente). Era in una botte di ferro, aveva ripianato tutti i suoi debiti, che aveva veva una famiglia, aveva chiuso con il suo passato, aveva il futuro davanti a sè...
Immagino sempre la persona distesa sopra il pavimento,o sul selciato, o nella sua stanza con la polizia intorno a fare i rilievi, che sente al'improvviso tutto questo alveare di commenti su di sè, e non so mai se gli/le viene da ridere o se gli/le viene rabbia per non essere stato ascoltato/a prima. In M*A*S*H di Robert Altman (1973) c'è una canzone che ha fatto storia: si chiama Suicide Is Painless e fu composta per il film da Johnny Mandel per la musica e dal figlio di Robert Altman, Mike,di appena 14 anni. La cantano in una celebre scena l'unità di medici chirurghi a un loro collega, il dentista capitano Waldowski detto Painless Pole (doppio senso fra "il polacco indolore" e "il palo anestetico") per meriti di dotazione - Cassiodoro nella versione italiana del film - , che era caduto in depressione dopo una cilecca con un'infermiera (Sarò mica gay ?) e aveva manifestato l'intenzione di suicidarsi. Per fargliela passare, i dottori, disposti come nell' Ultima Cena, inscenano il suicidio di Cassiodoro dandogli una capsula di cianuro che in realtà è un sonnifero e facendogli trovare nella "bara" al suo risveglio l'infermiera "Midnight" . La "cura" funzionerà perfettamente.




Through early morning fog I see / visions of the things to be


Questo è il testo della canzone:

Through early morning fog I see
Visions of the things to be
The pains that are withheld for me
I realize and I can see

That suicide is painless
It brings on many changes
And I can take or leave it if I please.

I try to find a way to make
All our little joys relate
Without that ever-present hate
But now I know that it's too late,

and suicide is painless
It brings on many changes
And I can take or leave it if I please.

The game of life is hard to play
I'm going to lose it anyway
The losing card I'll someday lay
And this is all I have to say,

that suicide is painless
It brings on many changes
And I can take or leave it if I please.

The only way to win is cheat
And lay it down before I'm beat
And to another give a seat
For that's the only painless feat,

'cause suicide is painless
It brings on many changes
And I can take or leave it if I please.

The sword of time will pierce our skins
It doesn't hurt when it begins
But as it works its way on in
The pain grows stronger - watch it grin

Suicide is painless
It brings on many changes
And I can take or leave it if I please.

A brave man once requested me
To answer questions that are key
Is it to be or not to be?
And I replied, "Oh why ask me?",

'cause suicide is painless
It brings on many changes
And I can take or leave it if I please.

And you can do the same thing if you please.


Questa, invece, la mia versione italiana:


UCCIDERSI E’ INDOLORE


All’alba io intravedo già
Quello che succederà
Le angosce riservate a me
Ora capisco e mi è chiaro che…

(Chorus)

Uccidersi è indolore
E cambia tante cose
Posso restare o andare se mi va.

Cercando un modo di salvar
I nostri bei momenti da
l’odio che dappertutto sta
Ma ormai più niente c’è da far…

(Chorus)

La vita è un gioco duro assai
Comunque vada, perderai
L’ultima carta lascerai
Altro da dire non avrai

(Chorus)

Non resta che imbrogliare tutti
Scopare prima di esser disfatti
E a un altro poi passare gli atti
La cosa più indolore, infatti

(Chorus)

E il tempo col fioretto sventra
Non fa mai male quando entra
Ma quando poi più a fondo va
Ridi al dolor che cresce, ma…

(Chorus)

Ci fu una volta un uomo che
Deciso volle saper da me
“Devo esser io, oppure no?”
Ed io risposi “Lo chiedi a me?”

Uccidersi è indolore
E cambia tante cose
Posso restare o andare se mi va.

Puoi far la stessa cosa se ci stai


Questa riflessione sulla vita ha anche alcuni riferimenti alla guerra, come nel primo verso, dove la early morning fog è in realtà la polvere sollevata dagli elicotteri che all'alba portavano i feriti del fronte al campo medico per essere operati, mentre il brave man è il soldato ferito che chiede shakespearianamente se bisogna essere o non essere (It is to be, or not to be?). La chiave di tutto il testo sta in quel I can take or leave it if I please: il suicidio può essere solo una delle opzioni, la scelta è riservata soltanto a noi. Il fatto poi che questo testo commenti nel film una situazione apparentemente "goliardica" (il finto funerale) non fa che mettere in mostra vita e morte in vivace contrapposizione.
Una famosa versione di Suicide is painless è stata resa da Bill Evans nel 1977:




Se invece le opzioni non fanno per voi, ecco un video che può veramente aiutare a compiere il Grande Passo (senza scherzi).






Attenti a quest'uomo, vi potrebbe comparire in sogno!

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Giù la maschera!

Jean Marais in Fantomas minaccia il mondo (1965)



Mentre fuori si sta scatenando il diluvio, ho la faccia semi-immobilizzata.
Mi sono messa su una maschera di bellezza.
Fin da piccola sono sempre stata affascinata non tanto dalle maschere quanto dal momento fatidico in cui un personaggio si toglieva la sua, di maschera. Esemplare era la serie di Fantomas degli anni '60, con Jean Marais nei panni del Genio francese del Male e Louis De Funès nei panni dell'ispettore Juve (si pronuncia Sgiùv con la g dolce, la squadra di calcio non c'entra). Quando Fantomas si toglieva una dei suoi milioni di maschere perfette,



appariva una faccia grigio piombo con un taglio per la bocca, quasi senza naso e due buchi bianchi per gli occhi. Io rimanevo malissimo davanti a quella visione, ma non potevo fare a meno di ammirare - avevo cinque anni - la maestria di tutta l'operazione. Una maschera intera! Di gomma! Altro che Carnevale!
Le maschere "di bellezza" più divertenti sono quelle tipo peel off, che piano piano formano una pellicola trasparente sul viso tipo colla vinilica (e come le due filosofe di Ostia si può finalmente dire di stare a ffà 'a colla). Durante l'attesa la maschera si aggancia alla pelle, impedendo parzialmente ai muscoli facciali di cooperare, così si ha una vaga idea di che cosa si va incontro a forza di iniezioni di Botox.
Il fascino della maschera tolta davanti a tutti, o da soli davanti all'obbiettivo, è una scena madre a cui pochi sanno rinunciare. Dal Fantasma dell'Opera in giù,


è tutto una musica in crescendo, sguardi atterriti solitamente di donna, campo/controcampo, dettaglio delle mani che si afferrano il collo e voilà! La faccia non c'è più. Urlo finale (della donna,ovvio).
Naturalmente occorre togliere i capelli dal viso, altrimenti una ciocca o due rimarrà impastata nella maschera. Mentre si attende il momento della caduta del viso artificiale, si possono fare alcuni esercizi ginnici ispirati al personaggio della bambola nel Casanova di Federico Fellini, alla cui faccia si sta somigliando ogni minuto di più:



Un video particolarmente impressionante fu quello firmato dai registi inglesi Godley & Creme
per una canzone di Lou Reed degli anni '80, No Money Down. Passato sull'allora potente MTV, era in un certo senso la raffigurazione dell'artista come marionetta dal volto di lattice. Verso la seconda metà del video accade però qualcosa: Lou Reed - marionetta si strappa la faccia-maschera, e rimane con l'impalcatura di metallo e i bulbi oculari di plastica che si muovono di qua e di là, mentre la mascella inferiore vaga libera e finisce la canzone:




E' giunto il momento di togliersi la maschera. In bagno, con la luce dello specchio che peggiora i lineamenti, si prova a togliere la maschera peel-off dal collo in su, come Fantomas, ma si ottiene solo una striscia scrausa di pellicola, e non "la maschera", la vecchia identità che se ne va via con l'acqua tiepida. Allora si adotta il sistema Lou Reed: tutto via da un lato. Rimangono impigliati i capelli nell'operazione, si pela via la pellicola a brani, una striscia dietro l'altra, si pulisce il rimanente ed ecco.
Nello specchio appare una nuova faccia, leggermente più arrossata della precedente, niente occhi che cadono, niente pelle grigia, niente mascelle squadernate.
Uno quasi ci rimane male.

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La reunion

"Vediamo come va, no?"


La reunion non sta ad est di Madagascar.

Non si trova neanche nei condomini, previa conta dei millesimi.

Non avviene durante le feste comandate, fra marito e moglie che vogliono divorziare, il cognato che viene minacciato di morte e il nipote che sposta le cocce di mandarino sulle cartelle per vincere a tombola.

Non si fa fra ex-compagni di scuola vent'anni dopo, fra oblìo e tristezza per il tempo che passa.

La reunion è una cosa seria. E' un morbo che attacca a un certo punto i gruppi pop e rock, ed è sempre più contagioso.

Qualche decennio fa la reunion si chiamava, con termine teatrale francese, la rentrée , e riguardava attori/ici di una certa età che andavano a sfidare ancora una volta, dopo un primo dignitoso ritiro, i marosi del palcoscenico.

Le band non arrivavano alle rentrées per tre motivi:

1) C'era sempre qualche membro a decedere per motivi di alcool e droga, e così si azzoppava il gruppo originario;

2) I gusti cambiavano così in fretta che non valeva la pena penare tanto per non essere riconosciuti dal pubblico - e magari presi a bottigliate -

3) Si guadagnava abbastanza, se si aveva avuto successo, con le royalties del catalogo dei dischi realizzati, magari vendendo i diritti a questo o quel film o per le pubblicità.

Adesso, con l'allungarsi della vita, è accaduto l'inevitabile: quelli che ascoltavano le band a vent'anni sono cresciuti nonostante gli sforzi per rimanere uguali a com'erano giovani, e vogliono tornare ad ascoltare le suddette band senza vergogna. Ne frattempo i ventenni attuali sono molti di meno e dato il continuo flusso di musica in streaming on line il mercato dei CD (ex-vinili, ora da collezionare) è crollato. Quindi, si è cercato di spostare il mercato sui concerti dal vivo. Infatti, se ci si fa caso, l'artista un tempo inviava il video della sua ultima composizione, dopodichè faceva il giro delle televisioni per la promozione del disco, e solo in un terzo tempo arrivava il tour. Oggi lo stesso artista anticipa i brani on line, parte subito per il tour e in terza battuta arrivano i supporti sonori (CD o anche vinile da collezione, a volte si vendono i dischi direttamente ai concerti).

La vita si è allungata, e si è formato un mercato "adulto" che va ai concerti rock e pop (altra grande fetta di mercato) : se i festival più famosi trent'anni fa erano delle autentiche fiere nel fango,

si campeggiava dove si poteva, i bagni erano "alla turca"
- ma che importava, si era giovani e forti! - ora vi sono in molte parti spazi delimitati per le tende,


e si può persino mangiare.


Questo perché in parte le condizioni di vita del frequentatore medio di festival sono migliorate, e in parte perché parecchi non sono più teenager e pretendono posti relativamente meno scomodi.

Le reunion qualche anno fa erano vissute in maniera drammatica dai componenti che si dovevano riunire: ormai troppo vecchi, si rinfacciavano senza sosta questo o quel diritto su canzoni o donne. Un po' come i Ragazzi irresistibili della commedia di Neil Simon. Era anche uscito nel 1998 Still Crazy ,un film inglese su una band immaginaria che, appunto, si va a riformare dopo ben vent'anni:




Il film Still Crazy su YouTube in segmenti (V.O. con sottotitoli in inglese)

Ora la prospettiva di rivedersi per tirare su altri soldi e far salire di valore il catalogo delle canzoni - che è il vero tesoro di ogni musicista - non è poi così tragica e da "ultima spiaggia" come un tempo, supposto che ogni membro sia stato capace nel frattempo di fare un'onorevole carriera solista o di vivere in un posto caldo con piscina. I giornali specializzati e non parleranno a lungo delle ragioni che hanno portato alla reunion, i fans si si divideranno fra delusi ("Venduti!") ,entusiasti ("Li ho visti dal '90 in poi, non vedo l'ora di rivederli coi miei nipoti" ), entusiaste ("Mi ricordo quando ho fatto autografare le mie mutandine dal cantante! Non le indossavo, ovviamente.") e neofiti ( "Ho scaricato il terzo album, non sono male, copiavano un po' i Nirvana").
Tutta questa noiosissima introduzione per un solo fatto:

I Pulp faranno la loro reunion nel 2011.

Che Dio ce la mandi buona.


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La piattaforma

Ma gli autobus sognano paline elettriche?
(foto originale di Omar Cugini, 2005)



Dicono che gli autobus soffrano.

Tutte quelle curve e scossoni, e frenate, e apri le porte, e chiudi le porte, e vai al capolinea - che chissà perchè é quasi sempre una palina sulla strada buia (qualche volta si vedono vicino alla palina due bagni chimici con l'enorme marchio TOI TOI col cuoricino,
patetico tentativo di far sembrare una coppia di vespasiani portatili per il personale Trambus un qualcosa di "simpatico").
Di sicuro il jumbo bus che doveva partire alle 18:00 dalla Stazione Termini per andare verso Montesacro (e oltre), ne aveva viste troppe. Aveva caricato un signore sulla sedia a rotelle ed il suo acompagnatore, oltre al solito centinaio di persone in piedi e sedute. Corro in scia a un giovanotto con cappotto di pelle nera, pensando: con quel soprabito da Inglourious Basterd, figurati se non riesce a salire i tre gradini del jumbo. Così, é, e io appresso a lui. Mi guardo intorno, avevo notato che le frecce del bus erano entrambe accese (segno che sta riscaldando i motori per partire). Bene, mi frego mentalmente le mani e aspetto. Il signore sulla sedia a rotelle è al suo posto col suo accompagnatore, gli altri passeggeri aspettano, chi col cellulare, chi con il lettore mp3, chi con l'IPhone collegato con gli auricolari. Variamente vestiti in sfumature scelte dal nero al cammello (tornato di moda quest'anno).

Non noto un piccolo particolare.

La pedana della porta centrale è calata sul marciapiede.

Ogni tanto si muove, come se avesse il singhiozzo, poi resta ferma. Metà dei passeggeri, a mano a mano che passano i minuti, danno occhiate sepre meno distratte e sempre più preoccupate a quella lastra di ferro appoggiata per far salire le persone su sedia a rotelle. L'uomo dal cappotto bastardo non sa se scendere o rimanere impassibile.
Tutto l'autobus ha un sussulto quando vede l'autista in piedi. Per chi è abituato ai mezzi pubbblici, questo vuol dire una sola cosa: sta per chiamare i rinforzi perché non ce la fa a tirare su la pedana. La quale continua imperterrita ad avere il singhiozzo. Io prego che a nessuno venga in mente di accusare il signore dalla sedia a rotelle, per aver chiesto all'autista di far scendere quel pezzo di metallo che ora non ne vuole sapere di rinfoderarsi sotto la doppia porta.

L'autista scende dal jumbo.

Cinque cellulari scattano in contemporanea per avvertire casa. Un tempo li tiravano fuori per farli vedere orgogliosamente in giro, ora questa frenesia anni '80/ Wall Street / "abbiamo l'esclusiva" si è ridotta in un ben più mesto "torno tardi, l'auto s'è scassato". E a nessuno viene in mente di pensare a una scusa: le scuse sono ben più gioiose della realtà.
Ora c'è il 50 per cento dei passeggeri a terra che guarda l'autobus come se fosse il Titanic che affonda. L'altro 50 per cento è seduto o è in piedi, ma non se la sente ancora di abbandonare la nave. Infatti nei naufragi per salvare la gente ce ne vuole, e non perché manchino le scialuppe (come fu effettivamente ne caso del Titanic), ma perché tutti sperano che all'ultimo momento salti fuori un autista o riparatore Atac con la mantellina da Superman e un cacciavite in mano che fa miracoli.
La pedana ha il delirium tremens. Una ragazza scende e tenta di posizionarla sotto la porta centrale, l'autista preme i bottoni, il mezzo stantuffa, le sospensioni si abbassano... Niente. Il signore sulla sedia a rotelle e il suo accompagnatore appaiono disperati, ma non domi. Chiedo che ore sono all' Inglourious Basterd, che tira fuori il suo cellulare dopo qualche secondo (l'orologio non ce l'ha più nessuno, credo che l'atto di tirare fuori qualcosa per sapere l'ora sia una specie di ritorno al passato, quando c'erano i cipolloni legati ai panciotti dalle catene d'oro).
Arriva il momento che tutti hanno rinviato: il secondo autista che dice al resto della popolazione di scendere e aspettare un altro mezzo. Una donna sotto un'enorme valigia e una capigliatura ancora più enorme, sembra la moglie di un Hobbit , insiste nel voler salire con tutta la valigia. La sconsigliamo vivamente, mentre sono scesi dalla pedana traballante l'uomo con la sedia a rotelle e l'accompagnatore. Il buio circonda tutti noi, come se l'avessero creato apposta. L'autista cerca ancora di sistemare la piattaforma perduta, ma ormai si pensa a portare il mezzo al deposito. Arriva un nuovo autobus, e l'uomo con la sedia a rotelle vi riesce miracolosamente a salire con tutto l'accompagnatore.

Il bus è vuoto, ormai, con le orbite dei finestini cave e la pedana penzoloni, come uno con la patta dei pantaloni aperta. Si avvicina a passo di piccione una signora vecchissima, in ciabatte estive simil -Pescura,
senza calze e con degli incongrui occhiali da sole, che trascina un carrellino per la spesa. In mano ha un biglietto, sale sul jumbo - oh, che bell'auto vuoto! - seguita a mettere il biglietto nella timbratrice, ma niente accade nell'oscurità. Tentiamo a mezza voce di dirle No! E' guasto! Non lo faccia! , ma lei insiste dietro gli occhiali da sole nella notte blu di Prussia, col carrellino che le si affloscia accanto.

L'autobus dalla pedana penzolante, forse rincuorato, ringrazia.

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Mondo Silvio


Mondo Topless!

Questa volta il nostro caro Leader l'ha fatta grossa. Si sapeva che prima o poi sarebbe successo, che ogni anno l'asticella sarebbe stata spostata una tacca più in basso, come nel Limbo . Ma una storia come quella raccontata dai giornali da qualche giorno pone il tutto a un livello superiore.
Qui non ci sono più le cene a Palazzo Grazioli a Roma o gli inviti a Villa Certosa in Sardegna , ma una richiesta d'aiuto da parte di una giovane marocchina in difficoltà con la famiglia. L'immaginario erotico si sposta quindi dai viaggi "esotici" (anche Palazzo Grazioli può essere considerato un luogo esotico) al mondo oscuro e borderline di Chi l'ha visto . Lui vuole aiutare personalmente questa Ruby - l'ha detto al telefono al capo gabinetto della Questura di Milano, quindi la ragazza non può essere trasferita di nuovo in una casa famiglia, ma affidata all'igienista dentale e consigliere regionale Nicole Minetti . Ruby, che era stata denunciata da una sua amica per il furto di 3.000 euro, (quindi Ruby ruba), viene rilasciata dopo otto ore e accompagnata fuori dalla Minetti. Ora sembra che c'entrino anche Emilio Fede - nei panni dell' Uomo Compiacente - e l'onnipresente Lele Mora . Dalle tristezze di Chi l'ha Visto ? si passa ai festini incoffessabili con Fede e Lele, e a questo punto sguscia pesantemente un nome, anzi, un doppio nome:
Bunga Bunga.
L'Italia ha da sempre avuto una passione per le attività contrassegnate dal doppio nome: negli anni '60 Gianni Morandi andava a cento all'ora per veder la bella sua introducendo la canzone con Dunga-dunga-dun-dunga-dunga. Nei '70 c'erano Raffaella Carrà ed Enzo Paolo Turchi con il Tuca-Tuca . Negli anni '80 un certo Gianni Drudi chiede alla sua gonza di fare Fiki-Fiki insieme. Già si sente l'influenza delle televisioni private, che poi porterà vent'anni dopo all'esplosione del bunga bunga.
Le origini di questa parola sono state già spiegate diverse volte (barzelletta oscena, fiore enorme indonesiano, scherzo di Virginia Woolf ai danni della Marina Britannica). Ruby avrebbe sentito dire da Berlusconi che sarebbe un rito erotico copiato da Gheddafi. Il cerchio si chiude: Silvio, facendo bunga bunga dopo cena con l'aiuto di Fede e Lele - immaginiamo in un enorme salone illuminato pieno di donne, Viagra e champagne - si richiama all'italica tradizione dell'uomo alle prese con la "donna esotica", come raccontava la canzone dell'Italia fascista e coloniale Zikipaki Zikipù (Tosto lui si mise a far / Zikipaki Zikipaki Zikipù). L'Italia ha da sempre avuto una passione per le attività contrassegnate dal doppio nome: negli anni '60 Gianni Morandi andava a cento all'ora per veder la bella sua introducendo la canzone con Dunga-dunga-dun-dunga-dunga. Nei '70 c'erano Raffaella Carrà ed Enzo Paolo Turchi con il Tuca-Tuca . Negli anni '80 un certo Gianni Drudi chiede alla sua gonza di fare Fiki-Fiki insieme a lui. Già si sente l'influenza delle televisioni private, che poi porterà vent'anni dopo all'esplosione del bunga bunga. La cosa sembra sceneggiata appositamente per piacere al grande pubblico: la fanciulla esotica "da salvare" nel cuore della notte - perché le donne si devono sempre salvare da qualcosa, in cambio ovviamente di qualcos'altro -, la doppia telefonata misteriosa al capo della Questura milanese, la "protezione" di un'altra donna "di fiducia" mandata appositamente dall'Innominato di Arcore, la rivelazione che essa è in realtà la nipote di Mubarak, il rilascio della fanciulla, il bunga bunga dopo cena.
all'inizio degli anni '60 furoreggiavano dei documentari di tipo scandalistico il cui capostipite - fatta eccezione per l'antologia di numeri da night Europa di Notte del '56 di Alessandro Blasetti fu il deprecato e celebrato Mondo Cane di Gualtiero Jacopetti (1961).



Il trailer originale di Mondo Cane (1961)

I Mondo Movies - come vennero chiamati dopo - avevano il compito di far sognare e scandalizzare il pubblico perbenista di allora, e avevano sempre una voce fuori campo a commentare con piglio beffardo quello che si vedeva sullo schermo. La voce rappresentava un po' il sentire del "pubblico medio" quello che diceva "Ah, che roba" e rimaneva però con gli occhi incollati alle immagini, che venivano sparate con un montaggio che avrebbe insegnato molto agli attuali programmi televisivi di Infotainment . Nella mia famiglia ci si tramandava ancora certi episodi del primo Mondo Cane, come l'Oktoberfest in Germania ripresa il giorno dopo, oppure il ristorante sofisticato che vendeva piatti a base di insetti (Avevamo anche il 45 giri della colonna sonora de La donna nel mondo). Naturalmente col passare degli anni le testimonianze del mondo cane dovevano essere ancora più "canine" e scioccanti - e spesso venivano ricreate in studio - , fino ad arrivare a torture e cannibali in Africa ed altrove. Oggi questo sottogenere cinematografico è travasato nella televisione, noi stessi ci siamo mondocanizzati, o forse lo siamo stati sempre, solo che la disapprovazione generale (la voce fuori campo) ci aveva impedito di seguire apertamente questa tendenza. Lo stesso Silvio sembra uscito da un film di Jacopetti, anzi, credo che usi un metodo tutto Jacopettiano per dirigere la sua vita privata e pubblica: prima arrivano le rivelazioni, poi la smentita (la voce off) poi la conferma (la scena "pugno nello stomaco") e poi, mentre tutto il mondo commenta e disapprova, arriva la fiera dichiarazione ("Sono orgoglioso del mio stile di vita"), corrispondente alla code sarcastiche degli interventi fuori campo. Voi potete solo guardare, noi facciamo bunga bunga.