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Lucatiè, facciamoli neri!

Compra a poco e vendi a molto (anche a Natale)...



Uno dei piaceri del Natale è quello di non vedere in televisione le solite facce. Lo so, ora ci sono i canali satellitari e volendo si potrebbe evitarli - tanti lo fanno - , ma il brivido di accendere l'apparecchio televisivo (primo telecomando, telecomando del decoder, tre secondi di sintonizzazione, "Dove @&**!^ sta il primooooo?") e non vedere di default Carlo Conti o Bruno Vespa è troppo seducente per tirarsi indietro. La sera del 24 arriva quello per cui avete atteso tutto l'anno: Una poltrona per due, ossia Trading Places (1983) di John Landis con il trio Dan Aykroyd - Eddie Murphy - Jamie Lee Curtis, seguito da Natale in casa Cupiello (1931) di Eduardo nell'edizione televisiva del 1977. Il film di Landis è il perfetto incrocio fra il Pigmalione di G.B.Shaw e Il principe e il povero di Mark Twain, partendo da La vita è sogno di Calderòn de La Barca . La storia del ladruncolo Billy Ray Valentine (Murphy) che, a causa della scommessa dei due fratelli miliardari Duke, scambia involontariamente la propria vita con quella del ricco agente di cambio Louis Winthorpe III ( Aykroyd) e diventa il nuovo mago di Wall Street mentre il secondo discende via via tutti i gradini della scala sociale è narrata in modo a dir poco perfetto, con un occhio agli stilemi delle screwball comedies degli anni '30 - '40. Il film è diviso idealmente in tre atti: 1) la Scommessa dei due fratelli Duke; 2) l'Ascesa di Valentine e la Discesa di Winthorpe; 3) lo Svelamento dell'inganno e la Vendetta ai danni dei Duke.




Il finale di Una poltrona per due , dove Valentine e Winthorpe si vendicano degli dèi.

Quello che colpisce di tutta la storia, al di là degli elementi di critica sociale (non dimentichiamo che il film è stato girato in un momento in cui il mito dello yuppie e dell'alta finanza era ben vivo e vegeto, Wall Street di Oliver Stone arriverà solo nel 1987), è la consapevolezza che la vita che noi consideriamo "autentica" può essere in realtà quella falsa quando il Destino o una scommessa ci mettono lo zampino. Anche Luca Cupiello (il personaggio interpretato da Eduardo nella sua commedia) ritiene che l'unica vita degna di essere vissuta sia il presepe che indefessamente sta costruendo per Natale. Cerca di convincere figlio e moglie della bontà del suo progetto, ma nel corso della commedia verrà crudelmente smentito, buttato in pasto alla realtà. Nell'ultimo atto è regredito per il dolore a uno stato pre-infantile, domanda per l'ultima volta sul letto di morte al figlio Tommasino "Te piace 'o presepe?" e si sente rispondere, stavolta, di sì. quella di Luca Cupiello è una vita immaginaria - per tutta la commedia non fa altro che evitare di capire che la sua famiglia non è "un presepe". Tuttavia non si vendicherà nei confronti di chi gli ha buttato in faccia la realtà, bensì morendo crederà ancora più disperatamente nella "sua" realtà, convincendo anche il figlio riottoso .




Il finale di Natale in casa Cupiello , dove Luca morente abbraccia i figli.

Entrambe le opere fanno uscire e rientrare i loro personaggi dalla loro vita, ed è forse anche per questo che vengono trasmesse e ritrasmesse in un periodo "fuori dalla realtà" come quello Natalizio.

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Come fare un albero di Natale

Una guida "for dummies" per preparare un albero di Natale medio, fatta da chi, quel giorno - e anche gli altri anni precedenti - C'ERA.

Colonna sonora: Don't Look Down di The Divine Comedy (intro) dall'album Promenade

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Souvenir d'Italie

Quando i souvenir non facevano male...



Mio zio aveva un negozio di fiori. "Fiori e cose belle" diceva la scritta bianca sulla tenda blu del negozio. Fra le cose belle si potevano ammirare delle composizioni di fiori secchi e riproduzioni minuscole dei principali monumenti d'Italia.
Fra le leggende che circolavano nella famiglia di mia madre spiccava quella del famigerato Rappresentante all' Ingrosso di Souvenir, che si appellava sempre al nome della sua mamma per vendere la sua mercanzia - mio zio soleva nascondersi terrorizzato nel laboratorio del negozio lasciando a mia madre l'ingrato compito di fronteggiare l'infausto venditore. Fra i souvenir,
oltre a quelli più "seri", c'era anche una serie di riproduzioni in ceramica dipinta a mano di un minuscolo WC con una composizioncina di fiori secchi che usciva dall'interno, e la terribile scritta sulla tavoletta: saran potenti i principi / saranno grandi i re / ma quando QUI si siedono / son tutti come me! (erano articoli molto venduti a quei tempi) . Per non parlare della Confezione di Lusso, dove in una scatola trasparente alloggiavano un'orchidea con il gambo mozzato nella fialetta piena d'acqua, un Colosseo di polvere di marmo pressata e del Verde - nome scientifico Asparagus Plumosus - tutt'intorno.
Le riproduzioni in piccolo dei monumenti soddisfano, si sa, la nostra sete di cultura a poco prezzo: sono un brillante compromesso fra la voglia di portarsi via un pezzo di vestigia e il dovere di essere eruditi sulle civiltà che abbiamo visitato. I souvenir sono indicati anche come il simbolo più nefasto del Cattivo Gusto estetico, qualcosa di cui vergognarsi, che ci fa sentire tutti degli squallidi turisti invece che dei raffinati viaggiatori, i quali magari non comprano souvenir ma si fregano qualche antico coccetto per poi parlarne con nonchalance anni dopo.
Questo senso di familiarità e simpatico squallore che si porta appresso il souvenir ha una conferma nell'incidente capitato a Silvio Berlusconi a Milano. Normalmente gli attacchi esterni alle persone di potere avvengono in tre modi:

1) satirico - gettare una torta o monetine in faccia, mostrare parti intime e/o gridare cose sgradevoli in faccia al potente di turno.
2) sessuale - mandare su nello studio o in camera del potente una o più bellissima/e e molto convincente/i arma/i del sesso opposto (o anche no)
3) definitivo - agguato con cecchino appostato sul terrazzo. Bomba a mano gettata durante uscita ufficiale. Auto piena di tritolo fatta saltare a distanza.
Ora, il lancio di un Duomo di gesso in quale contesto si colloca? L'arma, come abbiamo stabilito, è vagamente ridicola. Una torta alla panna è già più istituzionale, si vede che il destinatario del lancio è considerato seriamente. Per non parlare del fucile col silenziatore. Tutta la scena del lancio del souvenir, che dovrebbe avere l'epicità del filmino Zapruder
che colse gli ultimi istanti di vita di John Kennedy, sembra inventata invece da Bruno Vespa, cantore dei modellini in scala delle nostre angosce. E se fosse il souvenir il contrappasso per un modellino di Paese ?

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T'a vò fa fà 'na foto?

I' metto a ffòco e...tà!


Nel mio post precedente il demone del sesso (e del sessismo) aveva preso il mondo del Lotto. Ora un annuncio sulle nuove fotocamere digitali Fuji mostra i desideri segreti di uomini e donne di fronte alla macchina fotografica.

L'occhio fotografico, da quando fu inventato nel 19° secolo ha sempre suscitato appetiti insaziabili. Prova ne è la famosa canzonetta comica napoletana scritta nel 1947 Fatte fà 'a foto , dove lui non vede l'ora di usare la Kodàk per fo...tografare lei. Forse è a questa canzone che devono avere pensato i copy della campagna Fuji per l'ultima digitale:


vediamo un volto diviso in due e perfettamente combaciante, maschio a sinistra, femmina a destra. Dalla parte sinistra, apprendiamo cosa vuole l'uomo da una macchina fotografica:


Vorrei uno zoom lungo e un sensore innovativo...


Naturalmente il lato "orizzonti della scienza e della tecnica" appartiene sempre all'uomo. Questa volta però la compatta si è trasformata nelle intenzioni dei pubblicitari in un prolungamento della potenza virile. Ve l'immaginate uno che si vanta dicendo: vieni a casa mia, non faccio per dire ma ho lo zoom lungo e il sensore innovativo? La povera vittima si ritroverà a dire a sua volta, per non sfigurare,


vorrei fosse piccola, sottile e raffinata...


E qui le ipotesi si sprecano. Se lei la vuole piccola e sottile, come fa lui con lo zoom lungo e il sensore innovativo? Viene fuori una situazione come quella illustrata ne L'occhio che uccide ?


Alla fine arriva la domanda:

pensavate che prestazioni e bellezza non potessero coesistere? Come dire: pensavate che chi ha fatto il liceo classico non riuscisse a montare una mensola? Quello che sconcerta di più in questa riedizione di stereotipi anni '50-'60 - ricordo una vecchia pubblicità del trapano Black&Decker che appariva sul Monello, dove una moglie guardava ammirata il suo uomo impugnare detto trapano come James Bond la sua pistola - è che alla donna tocchi sempre desiderare l'involucro invece del contenuto. Involucro e contenuto inoltre si fanno qui esplicita metafora sessuale sull'immagine di un volto diviso in due (X e Y in ciascuno di noi? Allusione a via Gradoli?). Insomma, se volete acquistare una macchinetta digitale per riprendere a Natale i parenti venuti a trovarvi, non cominciate a disquisire poi sul vostro zoom che "centrerebbe una mosca a un Km di distanza", o di quanto ce l'avete raffinata: potreste far insospettire.

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Quando i sogni non sono uguali per tutti: il caso 10 e Lotto

A proposito della giornata mondiale contro la violenza sulle donne di una settimana fa, la campagna su stampa del 10 e Lotto presenta due annunci inquetanti. Lo scopo della campagna è quello di mostrare delle persone normali che, dopo avere vinto al Lotto, inviano lettere ai loro "referenti"- aguzzini, mandandoli elegantemente a quel paese. In questo caso le persone sono due, maschio e femmina. Il maschio si trova all'aria aperta, in maglietta nera e i capelli (rossicci / al vento), dietro di sè una scogliera, accanto a sè una ragazza sorridente, forse l'indigena con cui ora sta dopo aver abbandonato la moglie. La foto è ripresa al tramonto, ed ha i contorni sfumati di certa fotografia che si poteva ammirare in film anni '70 di argomento "alternativo" . La lettera recita così:

Egregio direttore: con le pratiche che mi ha chiesto ho fatto un aeroplanino. Per ulteriori chiarimenti, mi trovo in Australia.



Quindi, cosa ha fatto questo signore una volta incassata la vincita? Ha perseguito il suo vecchio sogno, è andato in Australia non da povero emigrante come Alberto Sordi in un suo celebre film ma da fiero Expat. L'impressione che se ne deriva è quella di un uomo che ha in pugno il suo destino e che intende ricostruirselo agli antipodi.

La femmina non si trova all'aperto, ma nel chiuso di una palestra, - anche se le finestre sono ampie, segno di health club danaroso e non dopolavoro affogato in un seminterrato condominiale -. Non è fuggita in Australia e non manda il suo capufficio a quel paese, ma ci tiene a comunicare al suo "ex" ( che si era dato il famigerato "periodo di riflessione" ) che, grazie alla vincita al 10 e Lotto, lei si è regalata

...4 personal trainer. Se hai voglia di rivedermi, conservati questa foto.


La stessa ragazza posa in abbigliamento "palestra-succinto", con calzoncini stretch e top-brassière dello stesso celeste della bottiglia, che lei tiene in mano con aria maliziosa. L'ispirazione stavolta sono gli anni '80 del film Perfect con Jamie Lee Curtis
e dei video aerobici di Jane Fonda. Da queste due visioni si evince che:

l'uomo, quando vince una grossa somma di denaro, mollerà tutto e tutti andrà lontano lontano. Con un' (altra) donna al suo fianco, che lo guarderà adorante. Vendetta di alto profilo, che serve a soddisfare sè stessi.

La donna, quando vince una grossa somma di denaro, non si sposterà geograficamente più di tanto, ma penserà solo a farsi bella e a soddisfarsi sessualmente in modo plurimo alla faccia dell'ex. Vendetta di basso profilo, che serve a soddisfare l'immagine che gli altri hanno di te.

A voi le conclusioni.

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Attenzione!

IL MIO PC ha la "suina"...
ATTENZIONE!


A causa di un trojan travestito da antivirus, il mio PC - e relativo blog - sarà morto per un po' di tempo. Spero di riattivarlo quanto prima. (Questo avviso è stato digitato da un altro PC.)




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La maledizione del decoder

Dov'è andato il primo?

A quest'ora sarà riuscito a risintonizzarsi su altri canali...

Sono qui che aspetto, con il telecomando nella mano destra, un televisore al centro e una scatoletta sopra il televisore.

La striscia all'interno del visualizzatore scorre lentamente, poi si ferma, poi torna indietro di un centimetro, poi riprende a scorrere. A sinistra si aggiungono i nomi dei canali televisivi che dovremmo vedere. a destra i canali radio. Ogni canale è moltiplicato per cinque, compresi i "canali-segnale". Mentre aspetto mi chiedo se il decoder riuscirà a beccare i canali principali, si sono oscurati in tutta la vallata proprio al momento dello Switch-off . La differenza con un semplice black-out è che la cittadinanza, dopo un periodo di sconcerto iniziale, si sente affratellata e combatte contro il buio. Durante lo Switch-off, o spegnimento del segnale analogico, invece, la gente è attonita. Già è corsa ad acquistare la scatoletta che permette di vedere la TV - e si sono viste scene da panico, con decoder che volavano di mano in mano e persone che cercavano di strangolarsi reciprocamente con le prese scart
("Ce l'ha la scart?" e' stato il grido di battaglia dei rivenditori di televisori l'ultima settimana. ).

Una volta tornati a casa, i coraggiosi acquirenti hanno affrontato i ringhi dei parenti più anziani che, alle prese con il minuscolo telecomando del decoder, non riescono a capire perchè il televisore ci metta più di tre secondi a sintonizzarsi sul canale prescelto, cosicchè continuano a premere il tasto per arrivare alla fine al canale 333, di solito riservato al canale hard a pagamento, e dunque non "in chiaro" . ( Un anziano non monitorato è capace di passare la sua serata a guardare in loop la pubblicità, completa di colonna sonora di Santo e Johnny, del ristorante "La margherita d'oro" con ampia sala per matrimoni a sei chilometri dall'uscita 32 del GRA ).


Una volta appoggiata la Scatoletta Sacra sopra il Sacro Totem delle Visioni ed effettuati i collegamenti con antenna e presa scart, i nostri eroi hanno imparato un termine nuovo - veramente lo avevano già visto sui telefonini, ma alla televisione l'impatto è diverso - :
MENU
Il Menu dei canali dà un senso di vertigine. Ci si accorge che tanti canali hanno proliferato in nostra assenza, come le tignole in un sacchetto di farina aperto. Parecchi non possono essere visti, ed hanno a sinistra il segno del dollaro, che sta per "pay": altri fanno comunque parte di Sky, e ci vuole l'abbonamento a parte. I coraggiosi installatori fanno scorrere con le freccine che stanno al centro del telecomando - e che diventeranno loro amiche - decine di canali, e appaiono sagre di paese, tappeti, vibratori, dibattiti con scenografie lynchiane
costituite da tendaggi misteriosi, e qualche vecchissima copia di qualche film in bianco e nero sul punto di sfaldarsi per sempre. Si dedicano a separare il grano dall'oglio e alla fine selezionano dai sei ai dodici canali. Sintonizzano.


Sorpresa: alcuni canali si vedono, per altri appare la scritta sul video "nessun segnale!" col punto esclamativo (se l'avessero messo senza esclamazione il futuro spettatore avrebbe avuto una speranza, ma così è messo a tacere per sempre).

Ri- sintonizzano, come hanno detto loro di fare.

Stavolta, dopo dieci minuti, il canale scomparso riappare e ne sparisce un altro (scambio di canali ostaggi alla frontiera?). I membri anziani guardano questa nuova diavoleria con gli occhi presbiti iniettati di sangue: nulla si deve frapporre fra loro e i Pacchi! In compenso tutti i canali il cui nome inizia con Tele- si vedono benissimo. Compare un frate cappuccino sul video. Ogni speranza di captare qualche fanciulla attempata seminuda avvinghiata al telefono e con sottotitoli in arabo viene così stroncata.

Ri-ri-sintonizzano. Il telecomando fa fatica a stare nelle loro mani rese sudaticce dal nervoso. Il braccio impiegato per l'operazione inizia ad avere qualche formicolìo. I sintonizzatori sentono sul collo il fiato di tutta la famiglia. Sul video la striscia si sposta di nuovo, da sinistra a destra, scandita dai nomi dei canali che compaiono e si dispongono sotto di lei.

"Perchè avete comprato quel coso? Si vedeva tanto bene prima!". Oltre al danno la beffa. I prodi ri-ri-sintonizzatori a questo punto si venderebbero i genitori e i nonni in blocco pur di vedere qualcosa. Anzi, li venderebbero lo stesso anche se non vedessero niente, tale è il loro disappunto nel vedere i loro sforzi amaramente frustrati. La cena trascorre mesta in compagnia del frate cappuccino.

La mano cade distratta sul telecomandino del decoder, che ha i tasti dotati della sensibilità di un bradipo:

compare LUI, Bruno Vespa su RaiUno! In lacrime tutti cantano il Tema di Via col vento.


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Ich bin eine berlinerin !

Quando la verità diviene menzogna per amore, e nasconde allo stesso tempo un desiderio di verità: il finale di Goodbye Lenin ! di Wolfgang Becker (2003), con Daniel Brühl e Katrin Sass e le musiche di Yann Tiersen .

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Qualcosa giù in cantina




Little boxes, on the hillside... (in Via Gradoli in Rome)

La vicenda di Marrazzo a via Gradoli ha scatenato tutti i media su una nuova - non magnifica - ossessione. Dopo la Domanda dell'estate (Cosa fa un settantenne nel lettone di Putin assieme a una signora di nome D'Addario?) è arrivato il Quesito dell'autunno: Cosa fa un governatore di una regione del Centro-Italia assieme a una nerboruta signora di nome Natalì? Naturalmente le testate televisive si sono lanciate con servizi, dibattiti e approfondimenti, da Porta a Porta a Annozero, passando da Matrix. Inoltre i periodici, parlando in generale, hanno molto battuto sul seguente argomento: come può un uomo sposato piantare la moglie per una trans? Questi argomenti si sviluppano tutti in un certo modo: si fa l'identikit dell'utilizzatore finale tipo, si mettono insieme due o tre testimonianze che rivelano la solitudine dei soggetti, poi si aggiungono altre due - tre interviste a trans dove si evince che gli uomini "sono strani", infine si scrive il parere dello/a psicosessuologo/a, che rende ancora più nebuloso il paesaggio. Una cosa però è certa: la colpa, secondo detti periodici, sembra essere delle donne che, nonostante le labbra ialuroniche, gli zigomi tirati su con l'argano, le sedute snervanti di body building e i tacchi a spillo di dodici centimetri proprio non riescono a sembrare del tutto trans (la voce?). E così l'uomo cerca altrove. Come cercava comunque altrove quando le stesse donne erano tutte casa e famiglia, e non si dovevano concedere prima del matrimonio. Come cerca pure altrove quando la donna - sempre secondo la vulgata dei periodici - supera senza rompere l'asse di trasmissione i dieci anni di unione e ha già fatto 40.000 chilometri (le pasticche dei freni sono state cambiate). Da questi studi approfonditi si conclude che:
a) Le donne non sono abbastanza soddisfacenti
b) Anche se lo fossero, gli uomini sono strani
c) Fiorella Mannoia dovrebbe cantare Siamo così / dolcemente complicati

Per l'occasione ho composto la versione italiana di Something For The Weekend, brano tratto dall'album
Casanova (1996)di The Divine Comedy . E' il brano d'apertura di questo indimenticabile concept album, vagamente ispirato a "the writings of the eighteenth century Venetian gambler, eroticist and spy" ("gli scritti del giocatore, libertino e spia veneziana del diciottesimo secolo"). Un dialogo fra uomo e donna con una strana richiesta da parte di lei, che va a stuzzicare le corde più inconfessabili di lui. Lei insiste che c'è something in the woodshed, qualcosa nella legnaia. Lui non vorrebbe andare, le dà della sweet head, testolina vuota, ma lei lo convince promettendogli che dopo avrà i suoi wicked ways con lei (faranno tutte le cosacce che vuole). Finirà che lui andrà, sì, nella legnaia, ma per essere picchiato, legato e derubato di auto e soldi...da lei.


Tutti i termini del testo richiamano a uno scenario middle class : la woodshed dove si nascondono cose e azioni strane richiama una casa con giardino dove dialogano i due protagonisti; nella mia versione è diventata la cantina, dato che il concetto di una legnaia in casa poteva apparire in italiano un po' esotico. Neil Hannon (il signor Divine Comedy) ha utilizzato l'inglese come fosse l'italiano, usando gli stress sulle penultime sillabe di ogni verso (woodshed / breathing / feeling / darling). Questo ha reso più agevole il cambio di ritmo da una lingua all'altra (cantina / respirare / sensazione / caro). La vera difficoltà sta proprio nel titolo, quel Something for the Weekend che viene ripetuto ossessivamente nel finale in crescendo, e che ha un significato volutamente ambiguo (è anche un eufemismo per preservativo). Ho diviso il concetto in due frasi, mantenendo fissa l'idea del "fine settimana" - qualcosa di un po' strano - di diverso / al fine settimana .

QUALCOSA DI UN PO’ STRANO (AL FINE SETTIMANA)

(Ciao...Oh, su…che ne dici di un bacino…oh, sii carina con me…)
“Sai, c’è qualcosa giù in cantina
Lo sento respirare
Che strana sensazione, caro”
“No, non c’è niente giù in cantina
E’ tua immaginazione
Chiudiamo la questione, cara”

CHORUS

Il suo cuore dice di
Uscirsene da lì
Quel che sembrava lui non è
Qualcosa dentro sé
Gli dice di mentire
Qualcosa di un po’ strano

(E su…lo sai che ti piace…)
“No, c’è qualcosa giù in cantina
Lo so perché l’ho visto
Non posso più ignorarlo, caro”
“Senti, non fare la cretina
E ficcatelo in testa
Non c’è niente in cantina (a parte forse il carbone)”

CHORUS

Il suo cuore dice di
Uscirsene da lì
Quel che sembrava lui non è
Qualcosa dentro sé
Gli dice di mentire
Qualcosa di un po’ strano

Ti darò ragione se
Tu farai lo stesso poi con me
--Vai a vedere--
Se non c’è niente laggiù
Mi farai tutto quello che vuoi

“sai c’è qualcosa di un po’ strano
Al fine settimana
Qualcosa di diverso
Al fine settimana”


Qualcosa di un po’ strano
Al fine settimana
Qualcosa di diverso
Al fine settimana
Qualcosa di un po’ strano
Al fine settimana
Qualcosa di diverso
Al fine settimana

In cantina è sceso giù
Lo hanno steso a testa in giù
Poi legato e tramortito
Quando si risvegliò lei se n’era andata con l’auto e tutti i soldi.





Una versione live di Something for the Weekend al London Palladium nel 2004



Una delle fonti d'ispirazione per i Divine Comedy sono senz'altro gli Electric Light Orchestra o ELO. A Last Train to London si rifà l'arrangiamento di Something for the Weekend.

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The Day I Met Mr. Jarvis Cocker

Il Festival del Cinema di Roma si è concluso il 23 ottobre, e il 18 ottobre ho potuto godere di un pomeriggio di gloria.
Ho visto George Clooney? No.
I Volturi di New Moon, il seguito di Twilight? No.
Meryl Streep? No.

Ehm, Terry Gilliam? No.
Jarvis Cocker? Sì. (Aaaah...)

(Ma chi è?)

Tutto è iniziato con la visione casuale del programma del Festival: una delle sezioni, Occhio sul mondo, dedicata all'ambiente e al cambiamento climatico, presentava tra l'altro lamostra Art and Climate change della fondazione inglese Cape Farewell, il cui scopo è quello di far meditare, tramite l'incontro creativo di artisti e scienziati, sui problemi dovuti al cambiamento climatico.


Il programma per domenica 18 ottobre 2009 recitava così:

18 ottobre domenica
ore 16 - Ingresso gratuito
Sala Sinopoli
Evento Cape Farewell “Disko Bay”
David Buckland, artista inglese e fondatore di
Cape Farewell, incontra la rockstar inglese Jarvis
Cocker per presentare estratti del film “Disko
Bay” e testimoniare che la creatività, la musica e
l’impegno ambientalista sono una possibile risposta
alla minaccia del Cambiamento Climatico.


Per poco non cado dalla sedia (l'altro mio piede ha rischiato grosso quel giorno!). Jarvis a Roma! Non mi risulta che "la rockstar inglese" sia mai venuta da queste parti - forse come turista - , così decido di far visita all'Auditorium per saperne di più. La linea 910, che parte dalla stazione Termini e attraversa la zona Pinciano-Parioli per costeggiare le tre Casse Armoniche del Parco della Musica, mi porta ad una Festa del Cinema ancora in fase di costruzione. Stranamente ricorda un set cinematografico abbandonato, di quelli con le finte case con le facciate tenute su da grosse travi, la cui visione fa sempre meditare sulla finzione della realtà. Mi dirigo, dopo vari giri alla biglietteria per chiedere quanto tempo prima dell'ora stabilita devo essere davanti alla sala Sinopoli. "Oh, una mezz'ora".

La sera prima dell' Evento Cape Farewell immaginavo già una piccola folla fremente davanti all'ingresso della sala, quindi decido di partire da casa UN' ORA E MEZZA prima (non si sa mai, è domenica, l'autobus chissà a che ora passa, hai voglia ad essere ecologicamente ad Impatto Zero se i mezzi ti tradiscono!). Una volta alla Stazione Termini, dò un'occhiata alla palina del 910: passa tra cinque minuti. Ghigno scuotendo la testa.

Il 910 arriva in cinque minuti.

Comincio a preoccuparmi: se è successo questo, può succedere di tutto. La mia impressione viene confermata mentre l'autobus sfreccia - è domenica pomeriggio presto, non c'è nessuno per strada - per il quartiere Pinciano-Parioli raccogliendo distinte signorine con i tacchi bassi e lo zainetto (la sera raccoglie distinti domestici extra/intracomunitari) . Scendo davanti all'ingresso posteriore dell'Auditorium, e cerco affannata l'ingresso della sala. Sono le 15:30. Dopo aver attraversato il corridoio
























a passi timorosi - chissà perchè quando vado a una qualsiasi manifestazione penso sempre che arrivi qualcuno a contestare la mia presenza - arrivo davanti alla sala, per trovarla così:

Tre persone in tutto. Panico. Ho sbagliato giorno. E' stato annullato tutto. Qualcuno ha attaccato la "suina" a Jarvis. C'è stato un terremoto, una tremenda inondazione,le cavallette (li vedete, gli effetti del cambiamento climatico?)!
Calma.
Con il mio programma in mano vado da un addetto all'apertura della sala. Ho la conferma che non ci saranno ritardi nè cancellazioni. Altre due persone si aggiungono. L'atrio della sala è enorme, io ricordavo gli atrii dei teatri che raramente ho frequentato, ed erano tutti molto più angusti e pieni di persone, profumi cipriati e salatini. Mi guardo intorno: da che parte potrebbe arrivare (neanche fosse un taxi)? Si aggiungono alla fila altre cinque-sei persone, alcune delle quali con regolamentare borsa in iuta eco-grezza che sbatte sulla coscia (come fanno a raggiungere gli oggetti dentro se sono all'altezza del ginocchio?). La "grezza" la faccio io stavolta perchè le batterie della mia macchinetta digitale tirano le cuoia. Nessuna possibilità di fotografare l'evento. In quel mentre i cordoni dell'atrio vengono abbassati e circa ventitrè persone salgono le scale della sala Sinopoli.

Una volta dentro, vedo a sinistra del palco quattro sedie illuminate e sento uno strano brontolìo, come se qualcuno stesse regolando le frequenze basse dell'impianto audio. Mi giro per vedere da dove viene il suono.

Jarvis Cocker è a dieci passi da me. Le frequenze basse sono la sua voce. Mi abbranco con la mano destra al bracciolo della prima poltrona che trovo, facendo contemporaneamente finta di niente.

Cosa succede quando una persona che finora si è vista in fotografia e in qualche video appare live proprio davanti a te? Il problema se lo è posto Charles Schulz quando cerca di far incontrare Charlie Brown con il suo giocatore di baseball preferito, il mitico - e perdente - Joe Shlabotnik:












In questo caso NON si incontrano. Nel caso però in cui l'incontro avviene, l'occhio del fan verifica queste tre cose:

è sempre più BASSO/A di come ve lo/a immaginate. I fotografi fanno miracoli.
E' sempre un po' più grasso/a, magro/a, vecchio/a di come ve lo ricordate.
Ha una carnagione tendente al rosa con alcune sfumature di rosso.
Ha sempre l'aria di una cosa "posata in un angolo e dimenticata", per dirla con Ungaretti, in attesa che qualcuno "gli dia vita". In altre parole, una mezza delusione.


Nel mio caso, la delusione era data dal fatto che Jarvis risulta essere leggermente più basso (ho calcolato 1.85 cm.) e leggermente più bello rispetto all'immagine che mi ero proiettata nella mia mente. Una volta constatato che sembrava proprio una persona normale - parlava con gli altri ! Gli altri gli rispondevano a tono! - decido di fare una cosa che non ho mai fatto in quarantacinque anni di vita: gli chiedo di firmarmi il programma dellla rassegna che mi ero portata da casa. E qui sorge il vero problema: come posso attaccare discorso con uno sconosciuto, pure famoso? Charlie Brown riesce a farsi firmare la palla da baseball da Joe Shlabotnik:





























Certo, la mia non era una situazione simile, ma Schultz credo abbia colto perfettamente il rapporto di speranza e terrore che passa fra il fan e il suo oggetto del desiderio che si materializza davanti a lui dopo tanto tempo. Staccandomi a fatica dal bracciolo della poltrona, aspetto che Jarvis - qualche minuto prima della presentazione del film - smetta di parlottare con gli altri e sia solo un momento. Ecco, si è momentaneamente seduto su una delle poltrone.
Vado.


Quella che leggerete qui sotto è la cronaca fedele del nostro incontro (doppiata per l'occasione in italiano):

Io: Ehhh...Scusi...
Jarvis: ?
Io: Potrebbeesserecosìgentiledaaa...firmarmi...questo programma?
Jarvis: Certamente, qual è il suo nome?
Io: Ta-mara.
Jarvis: Scusi, si scrive esattamente?


A questo punto, per testimoniare la mia perfetta conoscenza della lingua inglese, avrei dovuto fare fare uno spelling corretto del mio nome, così: T - EI - EM - EI - AR - EI. Che non si dica che al Roma Film Fest siamo ignoranti! Invece dal profondo della laringe gracido un : T - A - EM - A - ER - A. Fortunatamente Jarvis non ha fatto due anni di militare a Cuneo come Totò ma è uomo di mondo lo stesso, e scrive il mio nome correttamente sul programma. A questo punto ho un milione di cose da chiedergli, e sarebbe tutto dannatamente più semplice se avessi quindici - vent'anni, ma alla mia età mi rendo conto di sembrare Kathy Bates quando faceva la casalinga innnamorata del grande cantante Victor Fox - Jonathan Pryce in Insieme per caso. Così le uniche parole che mi escono di bocca mentre lui scrive qualcos'altro sul programma, sono:

Io: Non riesco a respirare...

Non riesco a respirare. Mi si sono intrecciati i ditini! E' tutto quello che riesco a dire. Jarvis finisce di scrivere e mi porge il programma.

Io: Grazie, lei è molto gentile...
Jarvis: Per carità, per così poco...


Torno madida di sudore alla mia poltrona in seconda fila e dopo qualche secondo mi accorgo che seduta davanti a me c'è una donna - girlfriend? - , e che Jarvis soffia un bacio.
In direzione sua? Mia? I can't breathe...










Una versione acustica i "I Never Said I Was Deep" in una Sala Sinopoli semivuota...






Lo showcase che si è tenuto alle 18:30 con il musicista Max Eastley allo spazio Auditorium Arte (atmosfera un po' più vivace rispetto alla sala Sinopoli). "Avevo un'immagine molto ingenua di cosa sarebbe stato. Immaginavo me stesso a camminare al Polo - è molto importante che il vostro equipaggiamento stia ben attaccato addosso - , così potevo camminare...nel paesaggio artico... e suonare..."






Un' improvvisazione di Max Eastley e Jarvis Cocker su suoni "catturati" dall'Artico.



Slush (Poltiglia o Melassa) con l'apporto di suoni artici.



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Il mio piede destro

Avevano ragione gli inventori del blues quando l'inizio di ogni disgrazia sulla terra lo facevano corrispondere al levare del sole (Wake up this mornin'...).


L'inizio delle mie disgrazie è coinciso da una parte con il brusco cambiamento di temperatura che ha portato ad acquazzoni assortiti e trombe d'aria, dall' altra, alla particolare conformazione di uno sgabello che ho in camera, e che adopero per metterci sopra varie fotocopie.

Dicesi: sgabello da disegnatore.
Lo sgabello da disegnatore non è uno sgabello design, quindi non è concepito per stare in mezzo ad una stanza normale, ma in un ufficio, davanti a un tavolo, appunto, da disegno. Ha una base composta da cinque raggi che terminano con altrettanti piedi di gomma. Ognuno di questi raggi è collegato a un poggiapiedi tramite una sbarra tubolare di 1 cm di diametro, lunga 10 cm. . Questo esile tubicino di acciaio cromato ha incontrato la biforcazione posta fra l'anulare e il mignolo del piede destro mentre aprivo l'anta dell'armadio.

Dovevo andare a ritirare un referto ad un ospedale che avrebbe aperto lo sportello per quel particolare tipo di richiesta solo dalle 10 alle 11. Tre giorni la settimana.

L'ospedale era lontano e mi dovevo sbrigare. Tutti questi particolari li aggiungo per dare un'idea dell'atmosfera di quella mattina; quando il raggio cromato ebbe finito di incontrare il mio piede destro mi esplose una castagnola nel cervello. Non ci feci caso e aprii l'armadio per vestirmi.

Mentre camminavo fuori dalla stanza notavo che il piede aveva iniziato a fare sciopero. Mentre chiamavo l'ascensore - al sesto piano - mi accorsi che qualcuno lo aveva lasciato aperto. Al pianterreno. questo significava far scendere il piede per sei piani di scale. Lo feci sperando che tutto si risolvesse allo stesso modo dei "passi falsi" : il dolore si sarebbe attenuato cammin facendo.

Una volta davanti alla fermata della metropolitana, capii che questa cosa non si sarebbe avverata.

Torno zoppicando dal medico di base, che mi dice di fare una radiografia al piede infortunato.

Al Pronto Soccorso prima di curare si divide. Si comincia con il dividere i pazienti dai relativi parenti - e a questo proposito c'è un apposito infermiere detto "cerbero" con la grinta necessaria per stoppare il parente e/o conoscente più esagitato dal proseguire all'interno del Pronto Soccorso. Sulla soglia si sentono frasi come T'aspetto fuori! nel senso di Se esci fuori ti gonfio, assieme ai lamenti di quelli che sono appena arrivati. Quindi, quando si arriva, una cortina di vetro scenderà sui vostri amici e parenti.

una volta dento, verrete chiamati dall'operatore al triage - uomo da cui dipendono i destini del Pronto Soccorso, in quanto è lui a stabilire l'importanza dei sinistri - a cui dovete raccontare il vostro incidente (Che c'ha?). Io, abituata a secoli di telefilm di ambiente ospedaliero, sparo subito: sospetta frattura al piede destro, fra l'anulare e il mignolo, zona metatarsale! Il dottore non sembra impressionato. (Come si chiama? A che ora se l'è fatto? Era in casa o per strada? ). Tutta l'atmosfera è molto simile a quella di un commissariato di polizia dei telefilm, con i poliziotti che stendono i rapporti e l'arrivo a folate di delinquenti in manette. Manca solo la retata con le passeggiatrici che starnazzano (Giù le zampe, tu! ).

Ma questa è solo l'anticamera.

Finito l'interrogatorio iniziale, gli infermieri vi accompagnano al reparto, e vi dicono di aspettare in corridoio. Qui avrete un'idea della mancanza di grandezza della vita umana. Sempre nei telefilm ogni paziente ha la sua storia; qui invece le storie ci sono, ma vengono raccontate tutte insieme:

Sono scivolata per terra

Siamo caduti dalla moto

E' una settimana che mi debbono operare alla spalla

Me s'è 'ncollata 'na vecchia ( quest'ultima da parte di un ragazzo di diciott'anni che il giorno dopo avrebbe dovuto fare il compito di matematica. Voleva dire che una persona di una certa età lo aveva tamponato con l'auto, producendo gravi danni alla sua moto.)
'A moto mia n' ce sta più, 'a vecchia c'ha 'r fanalino rotto. Me sò riempito de sangue 'a ferpa, mo' come 'o manno via 'r sangue?
A questa parola scattiamo - si fa per dire - all'unisono io e la signora con il braccio rotto: Acqua fredda e sapone! ; secoli di bucati per bue e sbuccioni infantili, più l'altro tipo di sporco "innominabile" (quello nominato da Carrie lo sguardo di Satana di Brian De Palma) ci hanno rese nemiche implacabili dei globuli rossi. Consigliamo al diciottenne di lavare la felpa in quel modo, dopodichè arriva un altro elemento delle sale d'attesa degli ospedali: le suonerie dei cellulari. Finiti i tempi delle mono e pluritono, ora intere orchestre di quaranta elementi partono improvvise dalle tasche dei giacconi, schitarrate heavy metal si trincerano dietro borsette per venire zittite dal paziente di turno : No, mamma, non è niente, lo hanno mandato in Chirurgia, ma è solo per un controllo, respira ancora... No, si muove, mi ha anche parlato... Io sono qui, rimango accanto a lui, non raggiungerci...
Squillo al ragazzo della vecchia: è il professore, vuole sapere se farà l'interrogazione domani. Anvedi questi...
Ringrazia il cielo che i professori si preoccupano di te e del tuo rendimento scolastico! Fa subito la donna dal braccio rotto. Il ragazzo appare poco convinto. Nel frattempo un urlo squarcia il corridoio: è arrivato finalmente l'Elemento Pericoloso.
Di lui (o lei, in questo caso) si sente prima la voce, fra singhiozzi penosi e urla belluine.
La sua voce fa tremare la porta a vetri della stanza di visita, seguita in contrappunto da quelle più concilianti dei Volontari della Croce Rossa:
Noiononvolevofarenientenonvolevofareniente NONVOLEVOFARENIENTE!!!!!!AAAAARRGGHHH!!!!!! - Buona, buona, adesso ti sistemano, non scendere dalla barella, stai giù, stai giù che ora arriva il dottore, O! tiella ferma! Graziegraziegrazie tu sei persona tanto buona la voce s'incrina e dall'urlo passa alla supplica mentre tutti nel corridoio si chiedono a chi appartenga. Alla fine compare la barella con il tessuto-non tessuto tutto sporco e ciancicato e una specie di fagotto umano sopra, attaccato a una borsa. Il fagotto si stacca per un attimo dalla borsa e tutti hanno un brivido, perchè pensano che possa fare qualcosa di indicibile. Invece scosta la cinghia della borsa dalla spalla. E basta. Ha una giacca di un tipo e i pantaloni di un altro, che le la vedesse qualche esperto di moda la metterebbe subito in copertina. Mentre medito con una scarpa in mano (non riesco più a infilarla sul piede) sull'effetto che può fare l'abbigliamento dentro o fuori da un ospedale, arriva finalmente una sedia a rotelle per me. E qui inizia il vero godimento, se così si può dire: l'esperienza umana vera che coincide con quella rappresentata; in altre parole, mentre l'infermiera vi scarrozza per i corridoi per portarvi in Sala Raggi sottoterra, la vostra prospettiva, il vostro occhio è uguale per qualche minuto ai movimenti di camera "in soggettiva" dei telefilm ospedalieri.



Il video di National Express di The Divine Comedy. Attenzione, non è un treno, ma lo NHS, il National Health Service, o Servizio Sanitario Nazionale britannico.

Una volta in Sala Raggi, l'atmosfera, se possibile, si fa ancora più cupa. I pazienti scompaiono dietro alle porte che vengono ermeticamente chiuse, e si accende la luce esterna per avvertire quello che si sta facendo: una radiografia! Anche i pazienti in attesa hanno assunto un'espressione più circospetta, come se temessero in qualche modo inconsciamente di essere inceneriti da quei raggi. Una ragazzina piange a dirotto, consolata da una mamma giovane e grassoccia inguainata in una tuta: il suo sederone si affaccenda intorno alla piccola, che si viene a sapere ha preso una porta in faccia mentre entrava in classe. Commento del ragazzo della vecchia: Stà a ffà la scena... Evidentemente è convinto di essere l'Uomo di Mondo della sala. Nessuno gli risponde, a parte la signora col braccio rotto che gli lancia un'occhiata assassina. Alla fine vengo chiamata anch'io a stendere il mio piede sul lettino, pronto per essere radiografato.
Il mio destino si compie in fretta: dopo essere stata riportata su ad Ortopedia, vengo di nuovo parcheggiata davanti alla porta dello studio ortopedico. E' comprensibile che un certo nervosismo prevalga, oltretutto avevo fame. Quando finalmente vengo trasportata dentro, i sanitari stanno vedendo il mio piede sullo schermo del computer: una novità dai tempi delle vecchie lastre attaccate davanti alle lavagne luminose con gesto nervoso!
Le mie ossa non si sono fratturate, e posso tornare a casa, sia pure mettendo il piede a riposo. Tutto questo detto in tre, contemporaneamente chiacchierando di tre argomenti diversi. Normalmente l'infermiere lo distinguete perchè si dispone a lato, sornione e dotato di braccialetto d'oro. (gli infermieri hanno i braccialetti e le catenine, i dottori no).
Il mio ritorno a casa si consuma nel pomeriggio, e mi rendo conto solo in quel momento che sono passate dall'entrata ben tre ore e mezzo. Il sole splende di nuovo (sono entrata che diluviava) e le strade scintillano al sole mentre suonano le campane e i piccioni
svolazzano per l'ultima volta prima di andare a dormire negli anfratti delle mura. Terminata questa piccola osservazione poetica (che non ho potuto fare a meno di sperimentare, dato che andavo a un centimetro l'ora) torno alla vita normale come dopo il passaggio dall'ora legale a quella solare: è la stessa, ma c'è uno scarto da colmare. E il piede ancora da guarire.

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Un'estate in un minuto

Ehm, sono cinquantanove secondi. Che faccio, lascio?

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Cantami o Muse

Il gruppo più ECLETTICO, INNOVATIVO e...CORAGGIOSO della MUSICA INGLESE! THE MUUUUUUUUUUUUUUUSE !!!!

Gira da circa una settimana in Rete quella che ormai è stata chiamata "La beffa dei Muse". In breve - per chi non vuole cliccare altrove - : la trasmissione domenicale su RaiDue Quelli che il calcio ha come ospiti d'onore il gruppo inglese dei Muse.
Viene loro richiesto di suonare il singolo Uprising dal loro ultimo album The Resistance non dal vivo, ma in playback totale. I Muse si vendicano e durante la finta esecuzione del brano si scambiano i posti: Il frontman e chitarrista, Matt Bellamy, va alla batteria e si scatena in un'interpretazione da "manuale del perfetto finto batterista". Il batterista Dominic Howard da canto suo prende il posto di Matt in Ray-Ban da rockstar e il bassista Christopher Wholstenholme sta alle tastiere - anche lui con Ray-Ban e cipiglio - ma non fa un granchè.

La "rappresentazione dell' esecuzione di un brano" ha radici antiche: senza scomodare le orchestrine di piccoli automi musicisti che impazzavano nelle corti del del 18° secolo,
ricordiamo lo storico video di Robert Palmer Addicted To Love del 1985 dove il cantante inglese era accompagnato da un gruppo di fintissime "suonatrici" femminili uguali fra loro come, appunto, automi meccanici.
I Muse hanno dunque replicato all'obbligo di suonare in playback totale con una finta rappresentazione volutamente caricaturale - Matt Bellamy alla batteria faceva delle smorfie truci che si addicevano più a un gruppo Heavy Metal, gli altri due con occhiali neri e gambe a squadra (la famosa "postura Rock") davano dei pugni per aria ogni volta che c'era da sottolineare un colpo di batteria. A questo punto, dopo la hit arriva il famigerato momento dell'intervista. E qui si compie il miracolo: Simona Ventura scambia il batterista dei TheMuuuuuuuuse per il frontman.
D: Why do you love so much Italy?
R: Because it's a beautiful country.
Il giorno dopo Simona Ventura dirà alla stampa che era già tutto previsto, come nella canzone di Cocciante, ma un'analisi attenta della sua espressione vagamente da Joker al momento dell'intervista con il falso Matt Bellamy ci indurrebbe a ritenere il contrario. Accortasi troppo tardi dell'errore avrebbe, all'insegna dello Show che Must Go On , insistito a intervistare il povero Dominic, il quale dal canto suo le rispondeva con l'aria dello studente che vuole prendere in giro il professore all'interrogazione. Gli ha chiesto persino dell'abitazione del "batterista" a Como (al sentire la parola "Como" un urlo pilotato esce dalla gola del pubblico di Quelli che il calcio : Clooooooneyyyy!!!!)
D:E' più bella la casa del drummer o la casa di Clooney?
R: I think George's house is bigger (Dominic fa il gesto di una grande casa)
D: It is a big castle!
In un episodio del Corso di Inglese "Walter and Connie"della ERI Valmartina, un vecchietto diceva di vivere in una casa con one door and two windows. Credo che a questo punto stessero facendo un corso d'inglese per principianti.
Se nella liturgia dell' intervista TV il fine ultimo è quello di poter stabilire la "verità", anche se finta, su un determinato personaggio, qui si è arrivati alla vertigine del falso: un gruppo che suona per finta strumenti che non competono loro intervistati per finta - o sul serio?- da una persona che ha scelto la persona sbagliata. In una storica puntata di Indietro Tutta Nino Frassica intervista Massimo Troisi prendendolo per l'attore Rossano Brazzi, perchè "La televisione non sbaglia mai".



alla fine Troisi si convince anche lui di essere Brazzi (Com'è Frank Sinatra,Rossano?).



Chissà se dopo l'incontro con la Ventura il batterista Dominic Howard si convincerà di essere Matt Bellamy, frontman dei Muse.

They will not force us
They will stop degrading us
They will not control us
We will be victorious
(Uprising, The Muse)

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I debiti e i crediti


Ho otto debiti di troppo.

Sapevo che il passaggio dal Vecchio al Nuovo Ordinamento non sarebbe stata una passeggiata. Il tuo sapere viene organizzato in Crediti Formativi Universitari (detti CFU), e siccome il suddetto passaggio lo avevo fatto al momento della tesi di laurea di Primo Livello , ho dovuto far tradurre in crediti tutti gli esami con il Vecchio Ordinamento da me svolti.
- Lei ha il certificato di equipollenza dei suoi crediti?
- Eccolo qui (dopo avere frugato con aria sicura, come a dire "non cercate di fregarmi, ho tutto qua dentro, io!")
- Ma questo...non è il modulo di equipollenza!
- Veramente è quello che mi hanno dato in segreteria...(ripensando all'ora di fila trascorsa quel giorno piovoso davanti allo sportello in compagnia di una signora con figlio a cui doveva partire il treno per Velletri fra mezz'ora e che non aveva ancora il suo diploma originale di laurea).
- Ma questi esami li ha fatti col Vecchio o col Nuovo Ordinamento?
- Questi esami... (senso di vertigine) sono stati tutti fatti col Vecchio, poi ho fatto il passaggio dal Vecchio al Nuovo al momento della tesi di laurea...
(Prende di nuovo la copia originale con un sospiro. L'assistente prende la parola)
- Non ci sono i certificati di equipollenza in questo caso, non ha fatto neanche un esame con il Nuovo Ordinamento!
- (Sono salva! Non devo cercare altri certificati!) Ecco, sono qui perchè non ho capito bene il criterio con cui sono stati inseriti i crediti...Cosa significano quegli otto debiti in Lingua Inglese?
- Lei quanti esami ha fatto di inglese? Tre?
- No, quattro!
- E' sicura?
- (Con una visione dell'Esame Orale del Quarto Anno Quadriennale del Vecchio Ordinamento, formato da a) corso monografico; b) storia della letteratura inglese dall' '800 ai nostri giorni; c) Reading List di una quarantina di titoli fra prose e poesie con annessa critica; trattenendomi dal dire Me possino cecamme in puro stile Anna Marchesini): Sì.

- Allora...(Segue consultazione con annesso calcolo crediti e debiti. Sbuca dopo dieci minuti una calcolatrice tascabile. Io offro la mia. Il Modulo di Sociologia Linguistica scompare davanti ai 12 crediti dell'esame di Glottologia VO).
- Perchè io so di avere debiti in Lingua e Traduzione Francese, ma in Inglese proprio mi sfugge...
(Si sommano i crediti maturati e quelli ancora da maturare. Li si sommano un'altra volta.)
- Ecco, ecco, ci siamo, Letteratura Anglo-Americana 3 è stato smembrato in un Tirocinio e un'Attività Caratterizzante Formativa. (Immaginavo il docente di Anglo-Americana diviso in due durante un rito pagano nel giardino di Villa Mirafiori)

. Però non ci sono abbastanza attività caratterizzanti per arrivare alla somma di 118.(L'ambulanza, appunto.) Quindi deve sostenere o un modulo da otto crediti, o due da quattro.

Arrivati alla fine del tunnel, mi accorgo che i miei esami sono aumentati, e che hanno diviso in due ogni annualità di Lingua Francese (sei crediti più sei crediti). Mi viene da piangere al pensiero di non essere abbastanza Caratterizzata.
-...E non torni più, se non dopo la laurea!
Se torno scoveranno altri debiti. O crediti. O CFU.
Mai.

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Ahi ahi ahi...



Fiato alle trombe, Turchetti!



...Signora Longari, mi è caduta sull'uccello!
Nel giorno della morte di Mike Bongiorno faccio luce su uno dei grandi misteri della RAI: questa frase è stata effettivamente pronunciata oppure no? In questo link tutta la verità!

http://www.pagine70.com/vmnews/wmview.php?ArtID=174

Questa invece è la finalissima dell'edizione del Rischiatutto del 1972. da notare, rispetto ai quiz odierni,l'assoluta mancanza di drammatizzazione dell'inquadratura. Il concorrente -qui il mitico dr. Inardi - risponde alla domanda e non si sentono violini horror in sottofondo frammisti a gocce di sudore sulla fronte del concorrente! Sembra un'esame di maturità vecchio tipo...



Che differenza, ad esempio, con Chi vuol essere milionario...



Danilo Di Nucci, il concorrente della finalissima 2009 viene illuminato dall'alto, esce dall'inquadratura in modo quasi caravaggesco. Inoltre il gioco viene "drammatizzato" al massimo: dal concorrente non ci si attende solo la risposta esatta, ma il dialogo con il conduttore. Deve essere pronto anche a "saper vendere" la sua risposta. Gerry Scotti mette l'accento sul lato "patetico - economico" della vincita, cosa che ai tempi di Mike non era permessa. Inoltre, la domanda è una sola - questo per concentrare al massimo l'attenzione spasmodica sul programma al momento della sua enunciazione - invece delle cinque a difficoltà crescente nel Rischiatutto. Per non parlare del giochino con gli assegni prima dell'annuncio della vincita: pura tortura.
Insomma, Mike faceva gaffe e prendeva in giro i concorrenti, ma non c'era quel tono paternalistico e veramente crudele che gronda dai quiz odierni.

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All day, and all of the night

Are you breaking the rules?


I film sul potere della radio sono sempre ben accetti, a differenza di quelli sul potere della TV. Forse perchè è un mezzo "caldo"e con la radio, come dice Eugenio Finardi, "non si smette di pensare". Pellicole come Radio Days o American Graffiti - con il fil rouge della voce di Lupo Solitario - indicano come il mezzo radiofonico faccia volare le coscienze più in alto dei corpi che esse stesse abitano. Se si aggiunge poi a questo la fascinazione per la Gran Bretagna negli anni '60, allora è il massimo. In piena ebollizione del mito dell'adolescenza e dellacultura pop, la BBC non trasmetteva che 45 minuti di musica "moderna" al giorno. Logico che alcune stazioni radio pirata, situate fisicamente in navi sul mare del Nord, provvedessero a trasmettere ogni ben di Dio musicale 24 ore su 24. A una di queste navi - modellata su Radio Caroline, tuttora esistente - si ispira I Love Radio Rock (The Boat that Rocked, 2009) di Richard Curtis, creatore di storie collettive e "feelgood" come L'Amore Davvero (Love, Actually, 2003) o Quattro matrimoni e un funerale (Four Weddings and a Funeral, 1994).



Cosa c'è di meglio di un luogo circoscritto dove far fermentare la propria follia e instaurare un proprio ordine morale? Richard Curtis sceglie di raccontare il passato attraverso il filtro della favola. La Barca-Radio di Radio Rock diventa così una via di mezzo fra la Foresta di Sherwood e la Casa dei sette Nani (non a caso i DJ sono sette). Biancaneve non c'è, in compenso c'è Felicity, cuoca dichiaratamente lesbica e quindi elemento femminile sessualmente innocuo come Biancaneve. Al posto della Bella Addormentata abbiamo Carl, il figlioccio di Quentin, il padrone del castello (il proprietario della nave, ossia il sempre carismatico Bill Nighy) ,
che deve conoscere l'amore e il sesso, non necessariamente in quest'ordine. I sette DJ nani vengono periodicamente visitati da una nave piena di colorate signorine, e i ruoli femminili sono a mio avviso la parte più debole del film. Mostrare la rivoluzione sessuale di metà anni '60 come un tempo in cui le donne non facevano altro che zompettare da un uomo all'altro, per quanto DJ, è un falso storico che porta a delle conclusioni ideologiche decisamente pericolose. Oltretutto gli unici due legami "profondi" (Carl-Marianne; Simon-Eleonor) finiscono a carte quarantotto per colpa della "volatilità" del genere femminile, cosa che pensava anche il Duca di Mantova nel Rigoletto. L'unica vera amante per gli Allegri Compagni della Barca è la Musica, concetto ribadito nella seconda parte dove la barca affonda in stile Titanic (le scene del naufragio sono molto simili) e tutti i protagonisti sono appesi alla prua della nave in balìa della notte oscura. La fine del Sogno e il trionfo del bieco e antirock Ministro Dormandy (un irriconoscibile Kenneth Branagh) e del suo fido Twatt (In italiano Mr. Pìrlon )? Macché, all'alba il Mare del Nord è disseminato di barche e barchette pronte a salvare ed amare i naufraghi più groovy degli ultimi cinquant'anni. Didascalia finale: adesso ci sono 299 radio che trasmettono rock all day, and all of the night ! Urrah!


Ora, perchè tutto questo non fa saltare sulle sedie?

I love Radio Rock fa lo stesso effetto dei film con Mike Myers - Austin Powers:
entrambi, con potenti mezzi tecnici, vogliono fornire al pubblico giovane un'idea del senso di libertà che aleggiava negli anni '60: dalle convenzioni, sessuale, musicale. Quello che però ottengono è un ulteriore ingabbiamento nelle convenzioni. Come già accennato, le figure femminili dei film free o Nouvelle Vague non erano delle stupidine in minigonna pronte a gettarsi sul primo simil-Jim Morrison in pantaloni di pelle che passava - questo suggerisce in pratica il film. Gli stessi Signori della Musica sembrano più dei vitelloni che degli Spiriti Liberi, - tutta la scena dell'addio al celibato di

Simon , girata in stile slide-show che fa tanto
To Sir With Love (La scuola della violenza - 1967)


ha un che di profondamente poco divertente. L'unico vero momento Anni '60 lo abbiamo quando il Conte (Philip Seymour Hoffman, una garanzia) , dopo aver sfidato il DJ rivale Gavin Kavanagh (Rhys Ifans in velluto viola e piuma sul cappello)
sul pennone della nave, confessa di avere raggiunto l'apice e di aspettarsi ormai "una discesa rapida". Un discorso non a caso simile a quello che si sente in American Graffiti, dopo la corsa con le auto truccate all'alba.


Al nerd Terry che si complimenta con lui per la vittoria, Milner risponde che in realtà stava per perdere. Il racconto di un passato - uno qualsiasi, non importa il periodo- è appunto questo: stare per perdere qualcosa.