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Inno di Natale 2011

"... E vvatte a cuccà!!!"


Dal mitico Renato Carosone e il suo complesso (Peter Van Wood alla chitarra elettrica e Gegè Di Giacomo alla batteria) l'unico canto di Natale possibile di questi tempi:




Mò Véne Natale

Mò véne Natale
Nun tengo dinare
Me lieggo 'o ggiurnale
E mme vaco a cuccà

Mamma, mamma
E ddamme 'na mano
'ccà doppodimane
fernesce 'a semmana
nun saccio cche ffà
(nun saccio cche ffà)



Mò véne Natale

Nun tengo dinare
Me lieggo 'o ggiurnale
E mme vaco a cuccà
(E vvatte a cuccà)



E ora, una traduzione per gli anglofoni (ne hanno bisogno anche loro):


Now Christmas Is Coming (English Translation)

Now Christmas is coming
Don't have any money
I'm gonna read something
Then I'm goin' to sleep

Mama mama
Oh please won't you help me
It's gonna be Saturday
Right after tomorrow
What I'm gonna do

Now Christmas is coming

Don't have any money
I'm gonna read something
Then I'm goin' to sleep
(So what? Go to sleep!)

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Silent Night, Eerie Night

Questa Silent Night  è la versione più struggente e allo stesso tempo più inquietante che possiate ascoltare. Potrebbe essere perfetta per un film dei fratelli Coen (inizio: un uomo deve andare a lavorare come Babbo Natale in un grande magazzino ma la sua auto va in panne in una delle tante strade della provincia americana. Cerca di fermare una delle tante auto che passano per farsi dare un passaggio per il posto di lavoro; si ferma una coppia all'apparenza gentile, ma che nasconde qualcosa di orrendo nel suo pick-up. Riuscirà Babbo Natale ad arrivare vivo a Santo Stefano?)
Cantano Richard Hawley, Jarvis Cocker e Lisa Hannigan.

Buon Natale.

video

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Camminare con la vergogna a Natale

Vergogna!


Nel giorno dell' Immacolata Concezione può sembrare un po' fuori luogo una pubblicità centrata sulla vergogna, ma è quanto è riuscita a fare per Natale la Harvey Nichols - una catena inglese di negozi di abbigliamento di lusso presente  in Europa e Asia - . Questo marchio ha sempre avuto un debole per la comunicazione "estrema" e sottilmente allusiva: vedere ad esempio le illustrazioni per la campagna primavera estate di due anni fa, riservata ai turisti (danarosi) in transito a Londra per motivi di shopping:

"Il gentiluomo inglese è famoso per essere un po' noioso in camera da letto. Tranne naturalmente quando si tratta del suo armadio"


"Le inglesi sono famose per avere dei brutti denti. Ecco perchè hanno bisogno di scarpe bellissime"






Tutto lo spot Harvey Nichols si basa sul concetto di Walk of shame, o "passeggiata della vergogna", espressione nata nei campus americani che definisce il camminare la mattina presto verso casa o al lavoro con l'aria disfatta, le scarpe col tacco 12 in mano e l'abito sexy della sera precedente davanti a tuttti (che immaginano indelicatamente cosa sia successo la sera prima). 

  
"... E alla vostra destra, questa è quella che viene chiamata la passeggiata della vergogna"

Naturalmente la w.o.s. (walk of shame) riguarda solo le donne, dato che gli uomini hanno bisogno soltanto di un gel contorno occhi per tornare in forma (e rovinare le borse di mezzo mondo):




Nello spot Harvey Nichols si vedono nella fredda luce del mattino, inquadrate da lontano, fra  i passanti che le guardano un attimo e tirano dritti per la loro strada, alcune figure di donne che caracollano con abitini da party stazzonati, calze rotte e aria disperata. I vestiti tirano da tutte le parti, i piedi sono malfermi, le gonne salgono e c'è da tirarle giù prima di scendere le scale verso la fermata della metro. Una ha addirittura il fiatone, un'altra si blocca sul marciapiede davanti a un albero di Natale. Due piangono. La ritirata di Russia appariva più dignitosa.  A commentare ironicamente il tutto, una versione celestiale-Richard Clayderman di Morning Has Broken di Cat Stevens al pianoforte.  Appare un cartello: Avoid the walk of shame this season (Questa stagione evitate la passeggiata della vergogna)
Cambio di scena: al posto degli scenari periferici e common di un secondo prima, un bel sobborgo con il parco davanti. Fotografia luminosa, luce soffusa. Una donna affascinante incede sicura lungo il viale, - ripresa in piano americano -. C'è un postino (ripreso di spalle) che non la guarda, la osserva. Lei è perfettamente truccata e pettinata, e soprattutto indossa un abito da cocktail della collezione Harvey Nichols. Saluta cordialmente il postino con un sorriso sterminatore. Entra in casa. Totale sulla umile dimora della fanciulla, un palazzo che sembra uscito dal Viale dei Ciliegi di Mary Poppins .


Raramente uno spot si basa sulle differenze di classe sociale in modo così plateale: le donne della vergogna sono scarsamente attraenti, strizzate in vestitini elasticizzati che lasciano trasparire ventri gonfi di pinte di birra, coi capelli tinti in malo modo: un abito HN non cambierebbe le loro squallide esistenze. Infatti lo spot non è diretto a loro, ma a un target medio, non altissimo ma comunque in grado di ritenersi infinitamente superiore a quelle quattro sciamannate giù per strada. Un tempo si cercava di rifilare a target medio-bassi versioni a basso costo dei prodotti considerati "di lusso", creando negli spot un'atmosfera a sua volta lussuosa per convincere questi potenziali acquirenti a considerarsi in primo luogo ricchi. Harvey Nichols, anche se cerca di fare il democratico invitando le clienti a condividere via Twitter le loro passeggiate vergognose salta a piè pari l'ipocrisia del censo: i poveri (femmine) si devono soltanto vergognare, quelli un po' meno poveri vengano a lui.

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Questo mi piace. Anche questo. Però mi piace questo.

"Buon Natale, Laura."


Il post precedente era dedicato allo spot natalizio della catena britannica di abbigliamento, arredamento e articoli per la casa John Lewis. Una campagna all'insegna dei buoni sentimenti narrati in una chiave apparentemente inquietante.
Aldi è invece una catena di supermercati discount nata in Germania nel 1946 dai fratelli Albrecht (il nome Aldi significa infatti Albrecht Discount) e sviluppata in mezzo mondo - l'altro mezzo è di Lidl - . Parlando di negozi discount, è chiaro che occorreva concentrarsi non sull' "atmosfera" regalata dalle cose in vendita ma sui prezzi più convenienti; in particolare quelli di alcuni prodotti identici a quelli di marca. Questo vantaggio viene visto da punto di vista strettamente pubblicitario come un "vorrei ma non posso", una roba da sfigati. La campagna Aldi ribalta il concetto con una serie di sketch brevissimi (21'') a camera fissa e schema uguale: a sinistra il prodotto famoso; a destra l'equivalente Aldi; sotto, i cartellini coi rispettivi prezzi. Lo spot sarebbe finito lì se non fosse per l'idea geniale di far presentare i due prodotti a varie tipologie di persone "normali" (la tanto famigerata common people) . Ognuno afferma di apprezzare sia il primo che il secondo prodotto (quindi non badano al prezzo più basso ma alla qualità che è la stessa), poi aggiungono che amano ancora di più un'altra cosa (varia a seconda delle persone). La campagna natalizia passa dal giovanotto di mezzi e di bell'aspetto che deve regalare una bottiglia di champagne all'amica



Ora, questo mi piace. E questo mi piace proprio. La mia amica Laura ama le bollicine. (Tira fuori una confezione famiglia di bagnoschiuma da 99 pence). Buon Natale, Laura.
Notare il televisore al plasma a 25" e relativo impianto sonoro alle sue spalle.



all'arzilla vecchina nel tinello di casa sua alle prese con due bottiglie di liquore di whiskey irlandese alla crema
 



Mi piace un bicchierino di questo, a Natale. Anche un bicchierino di quest'altro, a Natale. (Tira fuori un rametto di vischio) Ma soprattutto, mi piace un po' di questo a Natale! (Tira un bacio sotto al vischio).


Il corrispettivo maschile della vecchina è un tranquillo signore che vorrebbe regalare la crema al whiskey alla fidanzata:



Alla mia ragazza piace questo. All'altra mia ragazza piace questo. A me piacciono tutt'e due. (Un caso estremo di identificazione del prodotto con il suo fruitore).


I quadretti offerti dagli spot Aldi mostrano piccole schegge d'umanità ritratte in vere e proprie "tragedie in tre battute", spostando l'attenzione dall'argomento "prodotto costoso/a buon mercato" che tutti si aspetterebbero da un supermercato discount ai potenziali clienti. Ognuna di queste persone viene colta sommessamente nella sua individualità, in stile "documentario" (si sente persino, lievissimo, il ronzare della cinecamera). I personaggi vengono anche descritti dal décor delle stanze intorno a loro (alberelli di Natale con decorazioni in serie o ben distribuite - la nonnina del vischio - o piazzate qui e là sull'albero - il giovanotto, che evidentemente è troppo busy per addobbare un albero in modo decente). Una tale ricchezza di particolari l'ho trovata solo nei lavori della Aardman Animation (quelli di Wallace and Gromit). Il messaggio interno degli spot è chiaro: il discount non è una scelta legata al reddito, ma alla sensibilità del consumatore. 
Comunque, lo spot migliore in assoluto della campagna Aldi non a che fare col Natale, ma col tè:



Ho comprato questo tè per mio marito. Gli piace il tè. Gli piace anche quest'altro tè. (Pausa. Fa una piccola smorfia di disappunto.) A me non piace il tè. (Tira fuori un bicchiere) Mi piace il gin.

In 21 secondi c'è tutta la disperazione di un matrimonio andato a male, con la credenza onusta di ceramiche e statuine alle spalle della povera signora deteinata. Tuttavia non possiamo fare a meno di ridere. Il Natale Aldi, o le miserie del consumatore.

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Ti prego, ti prego, ti prego, fammi avere ciò che desidero (almeno a Natale)

Possiamo fidarci di questo bambino?


Da qualche giorno è iniziato il periodo dell'Avvento, o  le quattro settimane che precedono il Natale. In questo periodo si nota una recrudescenza degli spot a carattere natalizio; mentre però in Italia ci si accontenta delle solite rappresentazioni con il coro dei bambini che canta E'NataleèNatalesipuòfaredipiùùùù e i genitori in platea che gongolano, in Gran Bretagna la pubblicità natalizia è una cosa seria. Le catene dei supermercati fanno a gara con campagne che definiscano la loro identità e target anche durante le feste comandate. Le profumerie-farmacie Boots hanno fatto di un pubblico femminile e assertivo la loro bandiera, e in questo spot riprendono tutti gli stilemi del film d'azione per ribadire il concetto che quando il Natale si fa duro, le dure iniziano a preparare i regali:




I grandi magazzini Marks and Spencer invece schierano i finalisti dell' X Factor inglese per cantare in coro in stile Do They Know It's Christmas? la disneyana When You Wish Upon a Star  :






Da notare l'inquadratura finale sull'interprete con la pelle più scura, nel segno dell'armonia interrazziale. 

Ed ora, la bomba finale.



La catena di abbigliamento, arredamento e articoli per la casa John Lewis ha un pubblico di riferimento di fascia più "alta" rispetto a M&S, quindi l'immaginario che propugna è quello riferito alla middle class: una bella casa a due piani nei sobborghi, una famiglia bianca, un bambino con la sorellina più piccola, il padre che legge il giornale...
Solo che tutto l'insieme è presentato in modo inquietante; i primi piani del bambino che non vede l'ora che finisca il tempo che lo separa dal giorno di Natale suggeriscono attese ben più cupe. La grande attenzione verso i dettagli in ogni singola inquadratura ci porta a pensare a un mondo claustrofobico creato dal bambino stesso per sfuggire a chissà cosa. Lo spot comincia con il totale sulla casa semi-detached (ossia con un muro divisorio che la separa dall'altra casa) sotto la livida luce dell'alba. Brutto segno.



La scena seguente, con il bambino che gioca nervosamente con una pallina da solo (ripresa in campo lungo) e il rumore della pallina nel silenzio, è degna di Shining.


Il trascorrere dei giorni che separano il piccolo dal Natale è reso sia con un montaggio veloce (la classica sequenza che mostra un soggetto fermo e il paesaggio che cambia intorno a lui, dal giorno alla notte, dalla pioggia alla neve) sia dai tentativi ingenui che fa il bambino di accelerare il tempo puntando una bacchetta contro un orologio a muro - e qui ci sono echi di Harold e Maude - , dall'atmosfera surreale al volto del piccolo attore in primo piano, non "carino" in modo codificato.





Lo spot si carica di tensione mentre gli altri familiari interagiscono preoccupati - la sorellina piccola - o meno - il padre, che legge il giornale e lo calma con un colpetto della mano al ginocchio, come si farebbe con un cane - 



Durante lo spot naturalmente non si può fare a meno di ammirare l'arredamento dal solido stile borghese e rassicurante, senza coatterie chav , di John Lewis. Ed è proprio questa cornice, che dovrebbe essere lo scopo per cui lo spot è stato girato, a fare volutamente da elemento perturbante all'intero filmato.
Finalmente Natale ariva, e il bambino salta giù dal letto, non guarda neppure i tanti regali ai piedi del suo lettino, corre verso l'armadio (notare che è la prima sequenza in cui si muove), prende un pacco enorme ed entra nella camera dei genitori ancora semiaddormentati. Il suo primo piano, finalmente sorridente, fa da sfondo allo slogan For gifts you can't wait to give ( Per regali che non vedi l'ora di fare). 


Questo spot non avrebbe sciolto in lacrime il Regno Unito se non avessero aggiunto alla narrazione la cover della ballata degli Smiths Please Please Please Let Me Get What I Want  . Questa canzone (ispirata a The Answer to Everything di Burt Bacharach) in verità non parla tanto del Natale, quanto del desiderio di un uomo di uscire dalla propria grigia esistenza ed avere una vita migliore)

Good time for a change
See, the luck I've had
Could make a good man bad

So please, please, please
Let me, let me, let me
Get what I want
This time

Haven't had a dream in a long time
See, the life I've had
could make a good man bad

So, for once in my life
Let me get what I want
Lord know it would be the first time
Lord know it would be the first time

In verità una  bramosia dissimulata serpeggia per tutto il brano, accentuata proprio dalla voce lamentosa di Morrissey, dalla brevità della composizione e dall'arrangiamento con la coda con il mandolino sul finale. La cover utilizzata per lo spot John Lewis è cantata da una donna, Amelia Warner (Slow Moving Millie) e l'arrangiamento è per piano e voce; alcuni hanno visto un "tradimento" della versione originale (e anche un "tradimento" di Morrissey e Marr che avrebbero permesso l'utilizzo di una delle loro canzoni più famose per una bieca pubblicità); in realtà Let Me Get in versione femminile è più appropriata per uno spot che si riferisce a un bambino e al Natale. Oltretutto, e questo lo ricordano in pochi, lo stesso brano, stavolta originale, fu adoperato anni fa per commentare il desiderio di una...birra. Per non parlare di tutti i film in cui ha fatto capolino, come (500) giorni insieme (2009). Quindi gli Smiths sono riusciti, nel lontano 1984, a creare una canzone sulla cosa più sfuggente dell'universo: il desiderio. Ed è per questo che Please Please Please Let Me Get What I Want si adatta così bene sia alle storie d'amore che alle cose da vendere. 



Qui sotto, un video sulla realizzazione dello spot John Lewis The Long Wait (La lunga attesa).
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Il caricabatterie e l'acqua

Non c'è più campo!



Quando si va a trovare un parente, o noi stessi veniamo ricoverati in un ospedale, vi sono due cose assolutamente da non dimenticare.
La prima è il caricabatterie per il telefonino. Questo oggetto ha un'importanza strategica per il soggiorno e lo stato post-dimissionario del paziente. Infatti, la prima cosa che si va a cercare una volta assegnati al letto non è l'infermiera, ma la presa di corrente. Si vedono pazienti con i tubi della flebo, e parenti appresso a loro con la spina del caricabatterie in mano, che cercano in tutta la stanza le prese di corrente. Queste a volte si trovano sopra al letto, accanto alla luce al neon. Altre volte però sono nascoste dai successivi ammodernamenti della stanza, oppure sigillate da un filo collegato al campanello per chiamare gli infermieri. In questo caso le persone in visita esprimono vivace disappunto e tornano il giorno dopo con una prolunga, oppure fanno caricare il cellulare del parente allettato (vuol dire che è stato messo a letto, non che è stato attratto da un'offerta speciale) su qualunque presa riescano a trovare. A volte girano per i corridoi, a volte vanno in sala operatoria e staccano l'impianto luci durante l'operazione pur di attaccare il caricabatterie. Quanto al paziente allettato, una volta caricato il cellulare si accorge che quest'ultimo a volte "prende" e a volte no. Seguono scene penose di gente in pigiama, flebo e cellulare in mano che si incrocia da un punto del corridoio del reparto all'altro con amici e parenti, i quali a loro volta si dirigono nell'angolo opposto a quello dove stanno loro. (Non c'è campo! Due tacche!). Neanche Antonio Meucci faticò così.
La seconda è la bottiglia dell'acqua, o la quest (o viaggio dell'eroe) per essa. Portarne un litro intero non è consigliabile, dato che le bottiglie di plastica grandi tendono a scivolare dalle mani e ad allagare i comodini affogando cellulari e pillole senza pietà fra le bestemmie degli allettati. Si va allora per il formato da 0,75 ml, o "bottiglietta". Questa viene portata con il vassoio del pranzo, ma non è mai fresca, così ci si prepara a un'altra caccia, più metafisica: quella appunto per la bottiglietta. Ci si divide in gruppi di due-tre persone e, se l'ospedale è grande, si cammina da un corridoio all'altro e da un reparto all'altro in cerca di bar semi-nascosti - il "bar dentro l'ospedale" è sempre ricavato da un androne e indicato da cartelli con frecce simili a quelle delle trappole di Vilcoyote nei cartoni animati-.

Al bar i cercatori d'acqua fanno una prima fila fra i camici svolazzanti e ciancicati di medici e dottorandi, poi una seconda fila al bancone tenendo d'occhio l'aiuto barista che deve dare il succo di mirtillo alla dottoressa, tre caffè a tre parenti venuti da Benevento e non far bruciare la pizzetta col prosciutto per l'infermiere. Alla fine la bottiglietta con l'acqua fresca - bicchiere sopra il tappo - viene brandita insieme allo scontrino come il Santo Graal.
Diversamente, i famigerati distributori di bibite e merendine ci vengono incontro. A meno che non funzionino, e lo saprete sempre troppo tardi (il credito è esaurito), questi offrono in larga parte bottigliette di minerale gassata. Solo uno dei tre pulsanti disponibili è collegato a quelle di acqua naturale "leggermente frizzante". Si controlla che la spia accanto al pulsante che rilascia la bottiglietta non sia rossa. E' verde. Si preme il pulsante. Forte.
Allora, funziona questa baracca? Ci si sente chiedere alle nostre spalle.
Un tonfo sordo (l'acqua che cade nella buca) risponde al nostro posto. Noi però aspettiamo con ansia un altro rumore, quello del resto in moneta che scende giù e tintinna nella buchetta in basso a destra, separato dallo sportellino di metallo.
Monete. Improvvisamente comprendiamo Paperon de' Paperoni.


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Undici undici undici


Speravo di postarlo alle 11:11.

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La musica è finita

8 traditori e un mistero

Ecco
La Camera è finita
Gli eletti se ne vanno
persino la Carlucci
Sto nei Casini !
Ho aspettato tanto in Parlamento
Ma non è servito a niente

Niente.
Nemmeno una parola
E pure Straquadanio
S'è chiuso nel furgone
E non parla
Nascondendo il suo disappunto, inseguito dalla folla.

Cosa non darei
Per sapere il nome
Di quegli otto che
Mi hanno consegnato
Alle mie dimissioni
E a salire sul Colle.

Ecco
La musica è finita
Malgeri ha ritardato
M'hanno rimasto solo
'Sti cornuti
Un ventennio è lungo da finire
Se la maggioranza non c'è più
Non buttate via così tutto quello che ho distrutto
Fin qui



Ornella Vanoni canta La musica è finita (musica di Umberto Bindi, parole di Franco Califano) in Partitissima nel 1972

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Mortacci



In questi giorni carichi di mestizia  sarebbe auspicabile riscoprire un film che ha fatto del rovesciamento della vita con la morte la sua bandiera. Il film è Mortacci di Sergio Citti (1989), ambientato in un cimitero. I protagonisti sono ovviamente gli...abitanti del cimitero, ossia i mortacci del titolo. Il cast è fra i più etereogenei di tuttta la storia del cinema, da Vittorio Gassman (il custode del cimitero, in vestaglia rossa e fazzoletto contro il mal di denti) a Carol Alt, da Malcolm McDowell a Sergio Rubini, dai Gemelli Ruggeri ad Alvaro Vitali fino ad Aldo Giuffrè e Mariangela Melato. Come nell' Antologia di Spoon River ogni morto racconta come è finito lì dentro, e c'è una legge che regola l'aldilà: la loro non sarà una vera morte finchè ci sarà ancora qualcuno che "dall'altra parte" li ricorderà. Quando finalmente l'oblio sarà sceso su ciascuno di essi, è allora che potranno finalmente essere liberi di andare dove gli pare ( A Parigi! Tutti a Parigi! dice uno di loro). L'esatto contrario di quello che solitamente viene associato al ricordo: non la chiave per la sopravvivenza dell'umanità, piuttosto la sua prigione. Roba che, se ci si pensa su un attimo, fa rigettare tutto il concetto di "cultura". Gli inquilini del cimitero, dunque, raccontano la loro vita terrena. C'è Sergio Rubini che torna dal fronte e si accorge che non solo tutto il paese lo ritiene morto in guerra, ma ha fatto della sua eroica dipartita lucroso commercio; cosicchè gli conviene di più essere morto anzichè vivo.



C'è Andy Luotto nei panni di Scopone, che nitrisce alla vista di un posteriore femminile e finisce per avere una colica intestinale in spiaggia per avere ingurgitato troppo tè freddo nell'intenzione di far colpo sulla procace barista Michela Miti e così muore di vergogna circondato dalle risate di tutte le donne dello stabilimento balneare: (Attenzione! Visioni ravvicinate di posteriori femminili)



Io sò l'ultimo dei romantici, guarda che ti dò. Una rosa. Io sò l'ultimo, dopo sò finiti. Nessuna donna ha saputo resistere a Scopone, dove passa Scopone non cresce più un pelo, guardami bene, guarda. C'hai qualcosa da dire, me trovi qualche difetto, forse? A me Casanova me lo sgrulla, solo Scopone sa domare le donne. Io le donne le massacro, le sgonfio, le rovino, le mando ar manicomio!

C'è Alvaro Vitali che minaccia di far causa all'impresario funebre Aldo Giuffrè per uno scambio di babbo nella bara, a meno che il beccamorto non paghi per evitare lo scandalo. Vitali ripeterà anni dopo lo stesso numero truffaldino a una coppia di stranieri venuti a riesumare il loro, di padre -



Il padre (rivolto al figlio presunto): Puro io so quanto ti costo! Filio de na m...a!

Vi sono i Gemelli Ruggeri nei panni di due musicisti di strada con cane che si fingono ciechi per impietosire la gente sul sagrato della chiesa. Passa Mariangela Melato e li ingaggia per suonare In The Mood in casa sua mentre lei si allena al boogie-woogie per una gara di ballo con il suo partner. Al momento di pagare i due, la Melato - pensando di imbrogliarli in quanto non vedenti - rifila loro banconote fatte con la carta di giornale. Loro scappano con la borsa e i soldi di lei per finire sotto un treno, cane compreso. L'episodio si apre con la Melato ormai vecchia che muore accanto alla loro tomba. Quindi i due Gemelli sono liberi di partire verso la "vera morte".



Mortacci si conclude con una scena corale in cui i vivi e i morti si guardano, separati dal cancello dell'entrata del cimitero. I morti gettano dei fiori ai vivi - i visitatori - , perché i veri mortacci sono loro, dato che badano a cose che nell'aldilà non hanno più nessuna importanza.
La filosofia del film di Citti sta fra il Totò della Livella (Nuje simme serie: appartenimmo a' morte!) e il Tim Burton di Beetlejuice : i morti vivono, sanno cose che gli altri non sanno e non se la prendono più di tanto - a parte Scopone che non si capacita di avere avuto una dipartita così tragica - morire facendosela sotto -. Lo stesso casting così assurdo - ma sempre meno di quelli di parecchie coproduzioni - è la rappresentazione della casualità della morte come della vita: più di tanto non si può scegliere. E all' "ospite" cinese che si lamenta perché ogni volta viene rubato qualcosa dalla sua tomba (Moltacci vostli!) , Gassman / necroforo / demiurgo non può che rispondere: No: mortacci nostri!

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Non si riesce mai a piacere a tutti in questo mondo: la leggenda delle Shaggs


I ricchi vogliono quello che hanno i poveri
e i poveri vogliono quello che hanno i ricchi
I magri vogliono quello che hanno i grassi
e i grassi vogliono quello che hanno i magri
Non si riesce mai a piacere a tutti
In questo mondo

(The Shaggs - Philosophy Of The World )


C'era una volta negli anni Sessanta del 20° secolo a Fremont, New Hampshire (USA), una famiglia poverissima, i Wiggin. Papà Austin, mamma Annie e sei figli, quattro femmine e due maschi. Il buon Austin si mise in testa di creare da parte della sua progenie un gruppo musicale. Nulla di nuovo: lo aveva già fatto Joe Jackson a Gary, Indiana, ed erano venuti fuori i Jackson 5. Senonchè Austin s'incaponì di far suonare le tre sorelle Dorothy, Betty e Helen a qualunque costo anche se queste ultime, a differenza dei Jackson, non avevano alcun talento musicale.  Comprò loro un basso, una chitarra e una piccola batteria e le ritirò dalla scuola affinchè potessero imparare a suonare. Le tre sorelle cercarono con gli strumenti di accontentare il loro padre aspirante manager e di fare del loro meglio. Lui le fece debuttare nel locale sotto casa (lancio di ortaggi alla fine dei "concerti"), e infine, nel 1969, decise di investire i suoi magri risparmi e di raggranellare altri soldi per far incidere un album al "gruppo", che aveva chiamato The Shaggs ("Le scaruffate") per le loro capigliature. Del disco vennero stampate mille copie. Novecento delle quali si persero - pare - assieme al produttore e ai soldi a lui versati. Le cento copie rimaste furono vendute e/o regalate alle stazioni radio locali, ma senza alcun successo. Le Shaggs continuarono a suonare in piccoli locali fino al 1975, anno in cui il loro padre e mentore, Austin, morì per un colpo apoplettico. Le tre sorelle non ripresero più gli strumenti. 
La parte incredibile della storia delle Shaggs arriva adesso.
Nel 1976 il musicista Frank Zappa dichiarò che l'album inciso dalle Shaggs, Philosophy Of The World, era il suo terzo album preferito di tutti i tempi. La leggenda dl gruppo "che non sapeva suonare" si diffuse in tutto il Paese, iniziarono a circolare cassette di straforo e nel 1980 Terry Adams e Tom Ardolino della band NRBQ convinsero la casa discografica Rounder Records a ristampare l'album (loro ne avevano conservato una copia). La consacrazione arrivò con il volume e CD Songs In The Key Of Z - The Curious Universe Of The Outsider Music del giornalista e musicologo americano Irwin Chusid, che racconta le molte vie della musica cosiddetta "outsider", ossia che non rientra in nessun parametro conosciuto e che non sentirete mai in giro. Addirittura, nel 2001uscì un album-tributo in onore delle Shaggs intitolato Better Than The Beatles ,

in cui si rifanno le loro "canzoni". Il titolo è una citazione dal critico Lester Bangs, il quale affermò che le le Shaggs erano "meglio dei Beatles". 
Che musica suonavano le Shaggs? Come direbbe mio fratello, "è difficile dirlo." A un primo ascolto ci si ritrova di fronte a una cacofonia totale, poi andando avanti ci si rende conto che in tre stavano sì, suonando un pezzo, ma che ognuna delle componenti evidentemente non ascoltava l'altra. Il compito dell'ascoltatore è così quello di riempire con la propria memoria musicale gli errori commessi dalle Shaggs. Cosa che richiede un grosso sforzo a livello uditivo, ma che non lascia indifferenti alla fine. Si direbbe che le povere sorelle lo facciano quasi apposta ad essere così inascoltabili, tale è la loro maestria nel non saper suonare (qualcosa del genere si poteva sentire in alcuni concorrenti delle prime edizioni radiofoniche della Corrida , quella di Corrado - poi arrivarono i professionisti). L'ascoltatore alla fine è come ipnotizzato, non si sa se dalla weirdness del  suono o dalla forza commovente espressa comunque dalle vocine delle tre Shaggs. Ecco un loro brano (attenzione! Potrebbe causare seri danni alle vostre orecchie!):



The Shaggs - Philosophy Of The World

Quest'anno è andato in scena a Broadway un musical (The Shaggs - Philosophy Of The World) ispirato alla vicenda delle tre sorelle Wiggin. Il musical è basato sulla figura del padre e sulla sua visione - ispirata, pare, da un sogno-profezia di sua madre -  di tirar fuori un gruppo musicale dalle sue figlie. in questi giorni dove si ascolta un po' ovunque il monito del defunto Steve Jobs a rimanere "affamati e folli", quest'uomo ebbe la ventura di dirigere  la fame di successo e la follia nel posto sbagliato, anche se poi, in un certo senso, ha avuto decenni dopo una sorta di giustizia poetica. 


Un video tratto dal musical Off-Broadway The Shaggs - Philosophy Of The World .


Da notare come le composizioni originali non siano state adoperate nello spettacolo, preferendo questo escamotage scenico: le tre sorelle avrebbero immaginato di suonare e cantare bene, e solo il tecnico del suono alla fine, durante la registrazione del loro album, ascolta la "musica" originale. 
Non oso pensare a cosa sarebbe successo alle Shaggs se all'epoca ci fosse stato YouTube. Probabilmente sarebbero diventate una sensazione, un videofenomeno da baraccone e i vari critici, alternativi e non, non le avrebbero degnate di un ascolto.

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La famiglia Luiss



Usate la testa!


Sull'autobus linea 90 Express - che collega i quartieri a Nord-Est di Roma alla stazione centrale Termini -  ho visto una cosa che ha dell'incredibile. 
Due ragazzi con i capelli tagliati corti, ma non rasati alla coatta, piuttosto quel taglio che si nota ancora nelle foto in bianco e nero appese alle pareti di alcuni saloni di barbiere non ancora hairstylist . Con il ciuffo moderatamente fonato, i due ragazzi erano in piedi nell'autobus moderatamente pieno. Indossavano entrambi camicie a righine con le maniche lunghe e - dettaglio ancora più incredibile - pantaloni di tela chiara dall'orlo leggermente cascante sulle sneakers, dotati di cintura di corda. Per vedere questo tipo di abbigliamento bisogna andare a pescare nella sezione Teenager del catalogo Postal Market del 1985.



I pantaloni bianchi, con doppi passanti, le tasche a filetto davanti e con la patella dietro...


Uno dei due ragazzi indossava una di quelle borse a tracolla di tela grezza ( più grezza è, più fa fico) con su stampato il logo della LUISS (Libera Internazionale Università degli Studi) e tirava fuori da questa varie brochure e gadget destinati agli studenti - penne, un'agenda con gli anelli a spirale, quaderni, gli adesivi no, quelli li dà La Sapienza -  Non trovo l'orario,  fa lui dolcemente, e solo da questo capiamo che 1) si è iscritto, e 2) gli orari alla LUISS li hanno già dati e stampati. A lato dei due ragazzi sono disposti quelli che per esclusione devono essere i genitori, dato che lui indossa una camicia candida con le maniche lunghe dai polsi slacciati e  risvoltati verso l'alto e pantaloni scuri, mentre lei ha un completo pantalone palazzo in lino bianco stropicciato il cui top è in parte lavorato all'uncinetto, con bigiotteria di pietre e borsa in tinta. Dall'accento di tutti e quattro mi viene da pensare che siano appositamente venuti dal Sud per l'iscrizione del figlio alla LUISS; mi viene anche da pensare alle file che si formano all' Università La Sapienza, dove a nessuno verrebbe in mente di mettersi il lino bianco stropicciato, neanche alle sessioni di laurea. Mentre il 90 X faceva il numero della curva a sinistra immettendosi in via XX Settembre e lasciandosi alle spalle il monumento al bersagliere,



la Famiglia in Bianco e a Righine si preparava a tirar fuori il titolo di viaggio alla vista del controllore (un uomo sulla quarantina dai capelli a tendina). Al capolinea mi preoccupo che qualcuno, scendendo, inavvertitamente li possa urtare e andare in frantumi tutto quel bianco. Ma no: essi passano e guadagnano l'uscita in mezzo a braghe sformate e magliette slonzate, e in un soffio li perdo di vista.
E sottolineo di vista.

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She came from Greece, she had a thirst for knowledge: ritorno a "Common People"

"Are you suure?"


Nell'ambito del 48° genetliaco di Jarvis Cocker, è stato trovato l'unico tassello mancante per la comprensione di una canzone, Common People, il cui testo ha fatto versare i proverbiali fiumi d'inchiostro. La vicenda della studentessa d'arte greca che a Londra voleva tanto vivere come la gente common (che non è "comune", ma qualcosa di molto peggio) è stata presa a simbolo delle lotte di classe, dell'impossibilità di cambiare il proprio destino, del turismo deteriore che fanno i ricchi in mezzo ai poveri, e anche dell'impossibilità di ammazzare gli scarafaggi se non si può chiamare papà. Quella che presentiamo è l'unica testimonianza che la sopraccitata studentessa ha voluto rilasciare dopo sedici anni di silenzio:


Φτάνει πια! Basta! Ne ho abbastanza di tutte le cose che si sono dette sul mio conto. Dopo sedici anni voglio dire la MIA versione dei fatti.
Vαί, ναί, sì, sono io, la ragazza greca with a thirst for knowledge, assetata di conoscenza, quella che studiava scultura al Central St. Martin's College a Londra nei primi anni '90 (a parte il fatto che studiavo pittura.) In altre parole, la ragazza di Common People .
In quegli anni senza volerlo sono diventata nel Regno Unito e dintorni la ragazza più famosa dopo quella di Ipanema , e tutto perché una volta io e quel buffo spilungone inglese che diceva di voler fare il regista siamo andati a uno dei tanti party studenteschi che si tenevano in giro per Archway, North London. Non è che proprio lo trovassi ωραίος, attraente. Però aveva un fare, come dire? Seriamente divertente. Per dire, ricordo che parlavamo delle nostre famiglie d'origine, - ricordo che lui veniva dal Nord dell'Inghilterra,una zona più povera rispetto a Londra, diceva, e mi ha chiesto se anch'io venissi da una famiglia, diciamo, non abbiente. Io credo di aver risposto - credo, perché il mio inglese non è che fosse perfetto -  che il mio μπαμπάς , mio padre, la mia famiglia, stavano bene (non come adesso, con tutta questa crisi in atto), ma forse devo avere usato una parola sbagliata, loaded, perchè lui si è girato verso di me e mi ha detto: allora mi offri da bere? Io allora ricordo di aver pensato, παράξενος , strani questi Inglesi, normalmente è l'uomo che offre... Comunque, abbiamo preso una birra, nient'altro. Quella birra deve avermi fatto qualche strano effetto, perché ho cominciato a strologare su quanto ammirassi il modo di pensare inglese, la loro concezione dell'arte,σκουπίδια, cose così.
Λοιπόν, dunque, lui mi ha guardato in un modo che sul momento mi è sembrato perplesso e allora - il party era al culmine, e c'era un frastuono infernale, fra la musica e tutto il resto - mi è venuto il dubbio di non essermi fatta capire bene. Così ho detto, ma l'ho detto per farla breve: I want to live like common people, che non è un granché come inglese, lo ammetto.
Lui ha fatto: ?
Io ho insistito: I want to do whatever common people do
Ha bevuto un sorso di birra alzando un sopracciglio (adesso ricordo di aver notato che aveva delle strane sopracciglia a punta, come un fumetto)
Alla fine ho detto persino - e qui la birra deve aver fatto il suo corso -: I want to sleep with common people, e ho aggiunto, puntando il dito verso di lui - like you! 
Quello che tentavo di dire era che amavo la normalità e allo stesso modo l'eccentricità degli Inglesi, il loro non voler mai apparire θρασύς, presuntuosi. Il mio messaggio tradotto in inglese ha purtroppo sortito un altro effetto, perché lui mi ha dato un'altra occhiata e mi ha detto:
I'll see what I can do. 
Quella sera non è accaduto nulla, però mi ha voluto dare un appuntamento il giorno dopo...davanti a un supermercato. Mi è sembrato un luogo un po' strano per avere un ραντεβού,un appuntamento, ma poi ho pensato: che diamine, siamo artisti o studiamo per esserlo, perché no? Mentre ci aggiravamo per gli scaffali mi ha detto dritto e solenne proprio queste parole: Pretend you have no money , fai finta di non avere un soldo. Il tutto con una voce che sembrava provenire da una botola. Era assolutamente impossibile non mettersi a ridere, doveva essere una specie di test da lui elaborato per vedere le mie reazioni. Cosa voleva da me, che mi mettessi a taccheggiare nel σουπερμάρκετ ? L'ho guardato negli occhi e sorridendo - un po' perché effettivamente mi veniva da ridere, un po' perché ho notato fra una confezione di baked beans e l'altra che aveva dei begli occhi - gli ho sussurrato: Oh, you're so funny! Aλλες λάθους, altro errore.Io non avevo alcuna intenzione di offenderlo, ma mi ha guardato come se fossi diventata matta. Oh yeah? (Lui diceva sempre yeah, mai yes .) I can't see anyone else smiling in here. Non vedo nessuno sorridere qui, mi ha fatto con un gesto della mano. Poi mi ha sibilato: Are you suure? Ma sei sicura? Neanche dalle mie parti sorridono nei σουπερμάρκετ (in questi giorni, poi, meno che mai), ma è possibile che non riuscivi a vedere quanto tutto fosse αστείος, buffo?
Ho cercato di sorridergli accarezzandogli la mano: non c'è nessuno che sorride in mezzo agli scaffali, ma ci siamo noi due, όχι; Sentivo qualcosa per te, I feel love come dice la canzone, proprio non capivo quella tua frase sulla mancanza di soldi.  Non ci siamo più visti da quel giorno, nè tenuti in contatto (io ero tornata in Grecia). 

Anni dopo ho sentito quella canzone, mi hanno detto che il testo l'avevi scritto tu, e ho capito che era di me che parlavi. Mi hai descritto come una χάλασε πλούσια κοπέλα , una ragazza ricca e viziata che beve rum e coca e non trova niente di meglio da fare che bighellonare e divertirsi alle spalle degli φτωχούς , dei poveri ( ho capito cosa volesse dire common in inglese) . E la parte dei κατσαρίδες, degli scarafaggi, poi! Come se  non li avessi sterminati più volte nella stanza dove vivevo in affitto - e ho affrontato pure i bed bugs, i κοριών , quelle cimici schifosissime che stavano dentro al materasso, e senza chiamare  μπαμπάς (che comunque mi avrebbe detto  di prendermi un insetticida). Anzi, ora che ci penso avrei dovuto chiamare te a sterminarmeli in quei giorni!
Ma ormai ποιο είναι το σημείο; a che serve? Quando si è prigionieri di una canzone si deve accettare la leggenda;  scommetto però che neanche la ragazza che passava sul lungomare di Ipanema si sia mai rassegnata del tutto al fatto che non parlassero di lei.



Common People


She came from Greece, she had a thirst for knowledge

She studied sculpture at St. Martin's College
That's where I
caught her eye


She told me that her dad was loaded
I said, "In that case I'll have a rum and Coca Cola"
She said "fine"
And then in thirty seconds' time - she said:
"I want to live like common people
I want to do whatever common people do
I want to sleep with common people
I want to sleep with common people like you"


Well what else could I do?
I said "I'll see what I can do"


I took her to a supermarket
I don't know why, but I had to start it somewhere
So it started there
I said "Pretend you've got no money"
She just laughed and said "Oh you're so funny"
I said "Yeah? (heh)
Well, I can't see anyone else smiling in here
Are you sure?
You want to live like common people
You want to see whatever common people see
You want to sleep with common people
You want to sleep with common people like me"
But she didn't understand
And she just smiled and held my hand




Rent a flat above a shop, cut your hair and get a job
Smoke some fags and play some pool
Pretend you never went to school
But still you'll never get it right
'Cos when you're laid in bed at night
watching roaches climb the wall
If you called your dad he could stop it all, yeah


You'll never live like common people
You'll never do whatever common people do
You'll never fail like common people
You'll never watch your life slide out of view
and then dance and drink and screw
because there's nothing else to do


Sing along with the common people
Sing along and it might just get you through
Laugh along with the common people
Laugh along even though they're laughing at you
and the stupid things that you do
Because you think that poor is cool


Like a dog lying in the corner
They will bite you and never warn you: look out
They'll tear your insides out
'Cos everybody hates a tourist
Especially one who thinks it's all such a laugh (yeah)
And the chip stains and grease
will come out in the bath


You will never understand
How it feels to live your life
with no meaning or control
and with nowhere left to go
You are amazed that they exist
And they burn so bright whilst you can only wonder why


Rent a flat above a shop
Cut your hair and get a job
Smoke some fags and play some pool
Pretend you never went to school
And still you'll never get it right
'Cos when you're laying in bed at night
Watching roaches climb the wall
If you called your dad he could stop it all, yeah


Never live like common people
Never do what common people do
Never fail like common people
Never watch your life slide out of view
And then dance and drink and screw
Because there's nothing else to do


I wanna live with common people like you
I wanna live with common people like you
I wanna live with common people like you
I wanna live with common people like you
I wanna live with common people like you
I wanna live with common people like you
I wanna live with common people like you, la la la la


Oh, la la la la
Oh, la la la la
Oh, la la la la lala
Oh yeah




Il video originale di Common People (1995). La studentessa qui è l'attrice Sadie Frost.



Una curiosa cover "elettrica" e semipunk del 2004 di Joe Jackson con William Shatner a declamare il testo e un coro di bambini verso la fine. Grosso successo in Australia.



Parodia Hindi di Common People, dove stavolta la studentessa è inglese e vuole vivere a tutti i costi like Hindi people. Il giovane Hindi non è d'accordo, anche perché è di Coventry. Tratta dalla trasmissione comica sulle differenze culturali fra indiani e inglesi Goodness Gracious Me in onda su BBC4 dal 1998 al 2001.



Nel 2011, in occasione della loro reunion, i Pulp hanno pensato bene di lanciare dal loro sito un videoconcorso per la migliore cover tratta da una loro canzone. Uno dei video più votati è stata questa minimalista Common People cantata in catalano (La Gent Normal) da Manel fra i banchi del mercato di Sant Antoni (Barcellona)  , a imperitura testimonianza dell' iberico affetto verso i Pulp.  



Aggiornamenti

Questo è un albo a fumetti promozionale creato nel 1995 per il mercato francese dal disegnatore e illustratore inglese Jamie Hewlett (noto fra l'altro per avere creato l'immagine dei componenti del gruppo pop-cartoon Gorillaz).  Il fumetto illustra passo passo le liriche di Common People:


Clicca sull'immagine per il fumetto.