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Si stava meglio quando si stava peggio: i quattro gentiluomini dello Yorkshire


"Luxury...!" 



Il passaggio dall'anno vecchio a quello nuovo stimola sempre quell'atteggiamento secondo cui il passato è sempre meglio del presente: si era più poveri ma c'erano più valori, andavamo in giro con le pezze al sedere ma la vita era più genuina, e così via. Questa visione del mondo ha una delle sue rappresentazioni più sublimi nello sketch dei Four Yorkshiremen, ovvero I quattro gentiluomini dello Yorkshire. 


 


" You were lucky!!! "


Lo sketch fa parte della serie televisiva comica inglese At Last The 1948 Show (andata in onda nel Regno Unito sulla ITV nel 1967-68, uno degli ultimi programmi in bianco e nero). Premessa: il Nord dell'Inghilterra è da sempre considerato più "povero" economicamente e culturalmente rispetto al Sud-Est . Inoltre il Nord, in passato terra di miniere di carbone, di industrie pesanti e di poveri villaggi dalle casette a schiera inerpicate sulla collina sotto un cielo plumbeo è stato oggetto di una serie di luoghi comuni difficili da estirpare, che ormai non solo fanno parte dell'immaginario collettivo inglese ma sono diventati quasi fonte malcelata di orgoglio da parte delle supposte vittime, i "northerners".
 Uno di questi luoghi comuni riguarda l'infanzia durissima che tante persone hanno patito nascendo "su a Nord" (Up North o Oop North come dicono per prendere in giro la pronuncia che hanno da quelle parti): da qui lo sketch dei quattro dello Yorkshire.
Trama: in un raffinato locale con musica Hawaiana in sottofondo quattro signori discutono delle loro tristi infanzie. Ognuno ritiene di aver avuto una vita peggiore dell'altro, e cerca di superarlo con aneddoti sempre più truculenti. Alla fine convengono che i giovani non crederanno a una parola di quello che dicono di aver passato.
Riassunto così sembra uno di quei documentari sulle popolazioni in via di scomparsa che fanno vedere in televisione quando c'è lo sciopero dei telegiornali; invece sono tre minuti e mezzo di teatro comico assolutamente irresistibili. Qui sotto la (mia) traduzione dello sketch:


La scena: quattro uomini vestiti in modo elegante sono seduti insieme in una stazione turistica. Una chitarra Hawaiana suona in
sottofondo "Farewell To Thee".

PRIMO UOMO: Passabile questo risotto, molto direi.
SECONDO UOMO: Niente come un buon bicchiere di Château De Chasselas, eh Josiah?
TERZO UOMO: Hai proprio ragione, Obadiah.
QUARTO UOMO: Chi se lo credeva trent'anni fa che avremmo bevuto Château De Chasselas, eh?
PRIMO UOMO: A quei tempi ci contentavamo di una tazza di tè.
SECONDO UOMO: Già, una tazza di tè.
QUARTO UOMO: E senza latte o zucchero.
TERZO UOMO: O tè.
PRIMO UOMO: In una tazza sbeccata.
QUARTO UOMO: Mica avevamo una tazza, noi. Bevevamo da un giornale arrotolato.
SECONDO UOMO: Il meglio che potevamo avere era uno straccio umido da succhiare.
TERZO UOMO: Però eravamo felici in quei giorni, poveri ma felici.
PRIMO UOMO: Perché eravamo poveri. Il mio povero papà mi diceva sempre: " Il denaro non dà la felicità, figlio mio":
QUARTO UOMO: Aveva ragione.
PRIMO UOMO: Eccome se ce l'aveva!
QUARTO UOMO: Ero felice, e non possedevo niente. Vivevamo in una casetta semidistrutta con dei buchi grossi così sul tetto.
SECONDO UOMO: CASA? Beato te che ce l'avevi, una casa! Noi vivevamo tutti e ventisei in una stanza sola, senza mobili, mancava metà del pavimento e ci ammassavamo tutti da una parte per paura di cadere.
TERZO UOMO: Eri fortunato ad avere una stanza! Noi vivevamo nel corridoio!
PRIMO UOMO: Noi ce lo sognavamo, un corridoio! Per noi era un palazzo. Vivevamo in una vecchia cisterna sopra una discarica.
Ogni mattina ci svegliavamo in mezzo a tutto il pesce marcio che ci scaricavano addosso! Una casa? Ma figurati!
 QUARTO UOMO: Per 'casa' intendo un buco per terra coperto da un telo incerato, ma per noi era una casa.
SECONDO UOMO: A noi ci hanno sfrattati dal nostro buco per terra; siamo dovuti venire a stare in un lago.
TERZO UOMO: Eri fortunato a stare in un lago! Noi eravamo in centocinquanta dentro una scatola in mezzo a una strada.
PRIMO UOMO: Una scatola di cartone?
TERZO UOMO: Come no.
PRIMO UOMO: Beato te! Noi abbiamo vissuto per tre mesi in un giornale arrotolato dentro una fossa settica. Dovevamo alzarci ogni mattina alle sei in punto, pulire il giornale, andare a lavorare in fabbrica per quattordici ore al giorno,
un giorno sì e l'altro pure, a sei pence a settimana, e quando
tornavamo a casa nostro padre ci mandava a dormire a cinghiate sulla schiena.
SECONDO UOMO: Che lusso. Noi dovevamo uscire dal lago alle tre del mattino, pulire il lago, mangiare i sassi che c'erano là, lavorare venti ore al giorno in fabbrica per due pence al mese, e al ritorno papà
ci colpiva sul collo con una bottiglia rotta se eravamo fortunati!
TERZO UOMO: Beh, per noi è stata dura. Dovevamo uscire dalla nostra scatola da scarpe a notte fonda e pulire la strada con la lingua. Avevamo due manciate di ghiaia fredda a colazione,lavoravamo ventiquattr'ore al giorno in fabbrica a sei pence ogni quattro anni,
 e a casa papà ci tagliava in due col coltello da cucina.
QUARTO UOMO: Dunque: io mi dovevo alzare ogni mattina alle dieci di sera mezz'ora prima di andare a dormire, mangiare un po' di veleno freddo, lavorare ventinove ore al giorno in fabbrica, pagare il padrone per il permesso di lavorare, e quando tornavamo papà e mamma ci ammazzavano e poi ballavano sulle nostre tombe cantando l'Alleluia.
TERZO UOMO: Prova a raccontargliela ai giovani d'oggi... tu pensi che ci crederanno?
TUTTI: Ma quando mai!

La progressione dei racconti dei gentiluomini dello Yorkshire è il motore comico dello sketch; ogni volta che uno dei quattro tira il fiato dopo aver sparato la sua orrida infanzia il pubblico ride sia per quanto ha sentito prima, sia perché si aspetta che un altro riprenda e superi il racconto precedente in dettagli truculenti. E' lo stesso meccanismo alla base anche del famoso Sarchiapone di Walter Chiari, dove nessuno vuole ammettere di non sapere cos'è un sarchiapone e fanno a gara per dire che sì, ne possiedono uno da tempo (e giù con le descrizioni). Naturalmente - ma questo si sa alla fine - il sarchiapone non esiste.



"Quello asiatico è quello che mangia la carne..."

Ascoltare The Four Yorkshiremen in originale non toglie nulla al divertimento, anzi, se vogliamo lo rende ancora più universale. Chi non si è vantato almeno una volta di avere avuto una vita peggiore degli altri? E chi non ha a sua volta ribattuto che la sua vita è stata molto peggio? E fra una pausa e l'altra che fanno i personaggi (gli attori sono due futuri Monty Python, John Cleese e Graham Chapman, Tim Brooke-Taylor e il futuro Igor Marty Feldman , che scrisse lo sketch) si può ascoltare il ronzio del cervello che si appresta a spararla ancora più grossa. C'è uno Yorkshireman nascosto in ognuno di noi, pronto ad uscire fuori ogni volta che siamo accusati di non avere vissuto abbastanza.

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Inno di Natale 2011

"... E vvatte a cuccà!!!"


Dal mitico Renato Carosone e il suo complesso (Peter Van Wood alla chitarra elettrica e Gegè Di Giacomo alla batteria) l'unico canto di Natale possibile di questi tempi:




Mò Véne Natale

Mò véne Natale
Nun tengo dinare
Me lieggo 'o ggiurnale
E mme vaco a cuccà

Mamma, mamma
E ddamme 'na mano
'ccà doppodimane
fernesce 'a semmana
nun saccio cche ffà
(nun saccio cche ffà)



Mò véne Natale

Nun tengo dinare
Me lieggo 'o ggiurnale
E mme vaco a cuccà
(E vvatte a cuccà)



E ora, una traduzione per gli anglofoni (ne hanno bisogno anche loro):


Now Christmas Is Coming (English Translation)

Now Christmas is coming
Don't have any money
I'm gonna read something
Then I'm goin' to sleep

Mama mama
Oh please won't you help me
It's gonna be Saturday
Right after tomorrow
What I'm gonna do

Now Christmas is coming

Don't have any money
I'm gonna read something
Then I'm goin' to sleep
(So what? Go to sleep!)

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Silent Night, Eerie Night

Questa Silent Night  è la versione più struggente e allo stesso tempo più inquietante che possiate ascoltare. Potrebbe essere perfetta per un film dei fratelli Coen (inizio: un uomo deve andare a lavorare come Babbo Natale in un grande magazzino ma la sua auto va in panne in una delle tante strade della provincia americana. Cerca di fermare una delle tante auto che passano per farsi dare un passaggio per il posto di lavoro; si ferma una coppia all'apparenza gentile, ma che nasconde qualcosa di orrendo nel suo pick-up. Riuscirà Babbo Natale ad arrivare vivo a Santo Stefano?)
Cantano Richard Hawley, Jarvis Cocker e Lisa Hannigan.

Buon Natale.

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Camminare con la vergogna a Natale

Vergogna!


Nel giorno dell' Immacolata Concezione può sembrare un po' fuori luogo una pubblicità centrata sulla vergogna, ma è quanto è riuscita a fare per Natale la Harvey Nichols - una catena inglese di negozi di abbigliamento di lusso presente  in Europa e Asia - . Questo marchio ha sempre avuto un debole per la comunicazione "estrema" e sottilmente allusiva: vedere ad esempio le illustrazioni per la campagna primavera estate di due anni fa, riservata ai turisti (danarosi) in transito a Londra per motivi di shopping:

"Il gentiluomo inglese è famoso per essere un po' noioso in camera da letto. Tranne naturalmente quando si tratta del suo armadio"


"Le inglesi sono famose per avere dei brutti denti. Ecco perchè hanno bisogno di scarpe bellissime"






Tutto lo spot Harvey Nichols si basa sul concetto di Walk of shame, o "passeggiata della vergogna", espressione nata nei campus americani che definisce il camminare la mattina presto verso casa o al lavoro con l'aria disfatta, le scarpe col tacco 12 in mano e l'abito sexy della sera precedente davanti a tuttti (che immaginano indelicatamente cosa sia successo la sera prima). 

  
"... E alla vostra destra, questa è quella che viene chiamata la passeggiata della vergogna"

Naturalmente la w.o.s. (walk of shame) riguarda solo le donne, dato che gli uomini hanno bisogno soltanto di un gel contorno occhi per tornare in forma (e rovinare le borse di mezzo mondo):




Nello spot Harvey Nichols si vedono nella fredda luce del mattino, inquadrate da lontano, fra  i passanti che le guardano un attimo e tirano dritti per la loro strada, alcune figure di donne che caracollano con abitini da party stazzonati, calze rotte e aria disperata. I vestiti tirano da tutte le parti, i piedi sono malfermi, le gonne salgono e c'è da tirarle giù prima di scendere le scale verso la fermata della metro. Una ha addirittura il fiatone, un'altra si blocca sul marciapiede davanti a un albero di Natale. Due piangono. La ritirata di Russia appariva più dignitosa.  A commentare ironicamente il tutto, una versione celestiale-Richard Clayderman di Morning Has Broken di Cat Stevens al pianoforte.  Appare un cartello: Avoid the walk of shame this season (Questa stagione evitate la passeggiata della vergogna)
Cambio di scena: al posto degli scenari periferici e common di un secondo prima, un bel sobborgo con il parco davanti. Fotografia luminosa, luce soffusa. Una donna affascinante incede sicura lungo il viale, - ripresa in piano americano -. C'è un postino (ripreso di spalle) che non la guarda, la osserva. Lei è perfettamente truccata e pettinata, e soprattutto indossa un abito da cocktail della collezione Harvey Nichols. Saluta cordialmente il postino con un sorriso sterminatore. Entra in casa. Totale sulla umile dimora della fanciulla, un palazzo che sembra uscito dal Viale dei Ciliegi di Mary Poppins .


Raramente uno spot si basa sulle differenze di classe sociale in modo così plateale: le donne della vergogna sono scarsamente attraenti, strizzate in vestitini elasticizzati che lasciano trasparire ventri gonfi di pinte di birra, coi capelli tinti in malo modo: un abito HN non cambierebbe le loro squallide esistenze. Infatti lo spot non è diretto a loro, ma a un target medio, non altissimo ma comunque in grado di ritenersi infinitamente superiore a quelle quattro sciamannate giù per strada. Un tempo si cercava di rifilare a target medio-bassi versioni a basso costo dei prodotti considerati "di lusso", creando negli spot un'atmosfera a sua volta lussuosa per convincere questi potenziali acquirenti a considerarsi in primo luogo ricchi. Harvey Nichols, anche se cerca di fare il democratico invitando le clienti a condividere via Twitter le loro passeggiate vergognose salta a piè pari l'ipocrisia del censo: i poveri (femmine) si devono soltanto vergognare, quelli un po' meno poveri vengano a lui.

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Questo mi piace. Anche questo. Però mi piace questo.

"Buon Natale, Laura."


Il post precedente era dedicato allo spot natalizio della catena britannica di abbigliamento, arredamento e articoli per la casa John Lewis. Una campagna all'insegna dei buoni sentimenti narrati in una chiave apparentemente inquietante.
Aldi è invece una catena di supermercati discount nata in Germania nel 1946 dai fratelli Albrecht (il nome Aldi significa infatti Albrecht Discount) e sviluppata in mezzo mondo - l'altro mezzo è di Lidl - . Parlando di negozi discount, è chiaro che occorreva concentrarsi non sull' "atmosfera" regalata dalle cose in vendita ma sui prezzi più convenienti; in particolare quelli di alcuni prodotti identici a quelli di marca. Questo vantaggio viene visto da punto di vista strettamente pubblicitario come un "vorrei ma non posso", una roba da sfigati. La campagna Aldi ribalta il concetto con una serie di sketch brevissimi (21'') a camera fissa e schema uguale: a sinistra il prodotto famoso; a destra l'equivalente Aldi; sotto, i cartellini coi rispettivi prezzi. Lo spot sarebbe finito lì se non fosse per l'idea geniale di far presentare i due prodotti a varie tipologie di persone "normali" (la tanto famigerata common people) . Ognuno afferma di apprezzare sia il primo che il secondo prodotto (quindi non badano al prezzo più basso ma alla qualità che è la stessa), poi aggiungono che amano ancora di più un'altra cosa (varia a seconda delle persone). La campagna natalizia passa dal giovanotto di mezzi e di bell'aspetto che deve regalare una bottiglia di champagne all'amica



Ora, questo mi piace. E questo mi piace proprio. La mia amica Laura ama le bollicine. (Tira fuori una confezione famiglia di bagnoschiuma da 99 pence). Buon Natale, Laura.
Notare il televisore al plasma a 25" e relativo impianto sonoro alle sue spalle.



all'arzilla vecchina nel tinello di casa sua alle prese con due bottiglie di liquore di whiskey irlandese alla crema
 



Mi piace un bicchierino di questo, a Natale. Anche un bicchierino di quest'altro, a Natale. (Tira fuori un rametto di vischio) Ma soprattutto, mi piace un po' di questo a Natale! (Tira un bacio sotto al vischio).


Il corrispettivo maschile della vecchina è un tranquillo signore che vorrebbe regalare la crema al whiskey alla fidanzata:



Alla mia ragazza piace questo. All'altra mia ragazza piace questo. A me piacciono tutt'e due. (Un caso estremo di identificazione del prodotto con il suo fruitore).


I quadretti offerti dagli spot Aldi mostrano piccole schegge d'umanità ritratte in vere e proprie "tragedie in tre battute", spostando l'attenzione dall'argomento "prodotto costoso/a buon mercato" che tutti si aspetterebbero da un supermercato discount ai potenziali clienti. Ognuna di queste persone viene colta sommessamente nella sua individualità, in stile "documentario" (si sente persino, lievissimo, il ronzare della cinecamera). I personaggi vengono anche descritti dal décor delle stanze intorno a loro (alberelli di Natale con decorazioni in serie o ben distribuite - la nonnina del vischio - o piazzate qui e là sull'albero - il giovanotto, che evidentemente è troppo busy per addobbare un albero in modo decente). Una tale ricchezza di particolari l'ho trovata solo nei lavori della Aardman Animation (quelli di Wallace and Gromit). Il messaggio interno degli spot è chiaro: il discount non è una scelta legata al reddito, ma alla sensibilità del consumatore. 
Comunque, lo spot migliore in assoluto della campagna Aldi non a che fare col Natale, ma col tè:



Ho comprato questo tè per mio marito. Gli piace il tè. Gli piace anche quest'altro tè. (Pausa. Fa una piccola smorfia di disappunto.) A me non piace il tè. (Tira fuori un bicchiere) Mi piace il gin.

In 21 secondi c'è tutta la disperazione di un matrimonio andato a male, con la credenza onusta di ceramiche e statuine alle spalle della povera signora deteinata. Tuttavia non possiamo fare a meno di ridere. Il Natale Aldi, o le miserie del consumatore.

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Ti prego, ti prego, ti prego, fammi avere ciò che desidero (almeno a Natale)

Possiamo fidarci di questo bambino?


Da qualche giorno è iniziato il periodo dell'Avvento, o  le quattro settimane che precedono il Natale. In questo periodo si nota una recrudescenza degli spot a carattere natalizio; mentre però in Italia ci si accontenta delle solite rappresentazioni con il coro dei bambini che canta E'NataleèNatalesipuòfaredipiùùùù e i genitori in platea che gongolano, in Gran Bretagna la pubblicità natalizia è una cosa seria. Le catene dei supermercati fanno a gara con campagne che definiscano la loro identità e target anche durante le feste comandate. Le profumerie-farmacie Boots hanno fatto di un pubblico femminile e assertivo la loro bandiera, e in questo spot riprendono tutti gli stilemi del film d'azione per ribadire il concetto che quando il Natale si fa duro, le dure iniziano a preparare i regali:




I grandi magazzini Marks and Spencer invece schierano i finalisti dell' X Factor inglese per cantare in coro in stile Do They Know It's Christmas? la disneyana When You Wish Upon a Star  :






Da notare l'inquadratura finale sull'interprete con la pelle più scura, nel segno dell'armonia interrazziale. 

Ed ora, la bomba finale.



La catena di abbigliamento, arredamento e articoli per la casa John Lewis ha un pubblico di riferimento di fascia più "alta" rispetto a M&S, quindi l'immaginario che propugna è quello riferito alla middle class: una bella casa a due piani nei sobborghi, una famiglia bianca, un bambino con la sorellina più piccola, il padre che legge il giornale...
Solo che tutto l'insieme è presentato in modo inquietante; i primi piani del bambino che non vede l'ora che finisca il tempo che lo separa dal giorno di Natale suggeriscono attese ben più cupe. La grande attenzione verso i dettagli in ogni singola inquadratura ci porta a pensare a un mondo claustrofobico creato dal bambino stesso per sfuggire a chissà cosa. Lo spot comincia con il totale sulla casa semi-detached (ossia con un muro divisorio che la separa dall'altra casa) sotto la livida luce dell'alba. Brutto segno.



La scena seguente, con il bambino che gioca nervosamente con una pallina da solo (ripresa in campo lungo) e il rumore della pallina nel silenzio, è degna di Shining.


Il trascorrere dei giorni che separano il piccolo dal Natale è reso sia con un montaggio veloce (la classica sequenza che mostra un soggetto fermo e il paesaggio che cambia intorno a lui, dal giorno alla notte, dalla pioggia alla neve) sia dai tentativi ingenui che fa il bambino di accelerare il tempo puntando una bacchetta contro un orologio a muro - e qui ci sono echi di Harold e Maude - , dall'atmosfera surreale al volto del piccolo attore in primo piano, non "carino" in modo codificato.





Lo spot si carica di tensione mentre gli altri familiari interagiscono preoccupati - la sorellina piccola - o meno - il padre, che legge il giornale e lo calma con un colpetto della mano al ginocchio, come si farebbe con un cane - 



Durante lo spot naturalmente non si può fare a meno di ammirare l'arredamento dal solido stile borghese e rassicurante, senza coatterie chav , di John Lewis. Ed è proprio questa cornice, che dovrebbe essere lo scopo per cui lo spot è stato girato, a fare volutamente da elemento perturbante all'intero filmato.
Finalmente Natale ariva, e il bambino salta giù dal letto, non guarda neppure i tanti regali ai piedi del suo lettino, corre verso l'armadio (notare che è la prima sequenza in cui si muove), prende un pacco enorme ed entra nella camera dei genitori ancora semiaddormentati. Il suo primo piano, finalmente sorridente, fa da sfondo allo slogan For gifts you can't wait to give ( Per regali che non vedi l'ora di fare). 


Questo spot non avrebbe sciolto in lacrime il Regno Unito se non avessero aggiunto alla narrazione la cover della ballata degli Smiths Please Please Please Let Me Get What I Want  . Questa canzone (ispirata a The Answer to Everything di Burt Bacharach) in verità non parla tanto del Natale, quanto del desiderio di un uomo di uscire dalla propria grigia esistenza ed avere una vita migliore)

Good time for a change
See, the luck I've had
Could make a good man bad

So please, please, please
Let me, let me, let me
Get what I want
This time

Haven't had a dream in a long time
See, the life I've had
could make a good man bad

So, for once in my life
Let me get what I want
Lord know it would be the first time
Lord know it would be the first time

In verità una  bramosia dissimulata serpeggia per tutto il brano, accentuata proprio dalla voce lamentosa di Morrissey, dalla brevità della composizione e dall'arrangiamento con la coda con il mandolino sul finale. La cover utilizzata per lo spot John Lewis è cantata da una donna, Amelia Warner (Slow Moving Millie) e l'arrangiamento è per piano e voce; alcuni hanno visto un "tradimento" della versione originale (e anche un "tradimento" di Morrissey e Marr che avrebbero permesso l'utilizzo di una delle loro canzoni più famose per una bieca pubblicità); in realtà Let Me Get in versione femminile è più appropriata per uno spot che si riferisce a un bambino e al Natale. Oltretutto, e questo lo ricordano in pochi, lo stesso brano, stavolta originale, fu adoperato anni fa per commentare il desiderio di una...birra. Per non parlare di tutti i film in cui ha fatto capolino, come (500) giorni insieme (2009). Quindi gli Smiths sono riusciti, nel lontano 1984, a creare una canzone sulla cosa più sfuggente dell'universo: il desiderio. Ed è per questo che Please Please Please Let Me Get What I Want si adatta così bene sia alle storie d'amore che alle cose da vendere. 



Qui sotto, un video sulla realizzazione dello spot John Lewis The Long Wait (La lunga attesa).
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Il caricabatterie e l'acqua

Non c'è più campo!



Quando si va a trovare un parente, o noi stessi veniamo ricoverati in un ospedale, vi sono due cose assolutamente da non dimenticare.
La prima è il caricabatterie per il telefonino. Questo oggetto ha un'importanza strategica per il soggiorno e lo stato post-dimissionario del paziente. Infatti, la prima cosa che si va a cercare una volta assegnati al letto non è l'infermiera, ma la presa di corrente. Si vedono pazienti con i tubi della flebo, e parenti appresso a loro con la spina del caricabatterie in mano, che cercano in tutta la stanza le prese di corrente. Queste a volte si trovano sopra al letto, accanto alla luce al neon. Altre volte però sono nascoste dai successivi ammodernamenti della stanza, oppure sigillate da un filo collegato al campanello per chiamare gli infermieri. In questo caso le persone in visita esprimono vivace disappunto e tornano il giorno dopo con una prolunga, oppure fanno caricare il cellulare del parente allettato (vuol dire che è stato messo a letto, non che è stato attratto da un'offerta speciale) su qualunque presa riescano a trovare. A volte girano per i corridoi, a volte vanno in sala operatoria e staccano l'impianto luci durante l'operazione pur di attaccare il caricabatterie. Quanto al paziente allettato, una volta caricato il cellulare si accorge che quest'ultimo a volte "prende" e a volte no. Seguono scene penose di gente in pigiama, flebo e cellulare in mano che si incrocia da un punto del corridoio del reparto all'altro con amici e parenti, i quali a loro volta si dirigono nell'angolo opposto a quello dove stanno loro. (Non c'è campo! Due tacche!). Neanche Antonio Meucci faticò così.
La seconda è la bottiglia dell'acqua, o la quest (o viaggio dell'eroe) per essa. Portarne un litro intero non è consigliabile, dato che le bottiglie di plastica grandi tendono a scivolare dalle mani e ad allagare i comodini affogando cellulari e pillole senza pietà fra le bestemmie degli allettati. Si va allora per il formato da 0,75 ml, o "bottiglietta". Questa viene portata con il vassoio del pranzo, ma non è mai fresca, così ci si prepara a un'altra caccia, più metafisica: quella appunto per la bottiglietta. Ci si divide in gruppi di due-tre persone e, se l'ospedale è grande, si cammina da un corridoio all'altro e da un reparto all'altro in cerca di bar semi-nascosti - il "bar dentro l'ospedale" è sempre ricavato da un androne e indicato da cartelli con frecce simili a quelle delle trappole di Vilcoyote nei cartoni animati-.

Al bar i cercatori d'acqua fanno una prima fila fra i camici svolazzanti e ciancicati di medici e dottorandi, poi una seconda fila al bancone tenendo d'occhio l'aiuto barista che deve dare il succo di mirtillo alla dottoressa, tre caffè a tre parenti venuti da Benevento e non far bruciare la pizzetta col prosciutto per l'infermiere. Alla fine la bottiglietta con l'acqua fresca - bicchiere sopra il tappo - viene brandita insieme allo scontrino come il Santo Graal.
Diversamente, i famigerati distributori di bibite e merendine ci vengono incontro. A meno che non funzionino, e lo saprete sempre troppo tardi (il credito è esaurito), questi offrono in larga parte bottigliette di minerale gassata. Solo uno dei tre pulsanti disponibili è collegato a quelle di acqua naturale "leggermente frizzante". Si controlla che la spia accanto al pulsante che rilascia la bottiglietta non sia rossa. E' verde. Si preme il pulsante. Forte.
Allora, funziona questa baracca? Ci si sente chiedere alle nostre spalle.
Un tonfo sordo (l'acqua che cade nella buca) risponde al nostro posto. Noi però aspettiamo con ansia un altro rumore, quello del resto in moneta che scende giù e tintinna nella buchetta in basso a destra, separato dallo sportellino di metallo.
Monete. Improvvisamente comprendiamo Paperon de' Paperoni.


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Undici undici undici


Speravo di postarlo alle 11:11.

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La musica è finita

8 traditori e un mistero

Ecco
La Camera è finita
Gli eletti se ne vanno
persino la Carlucci
Sto nei Casini !
Ho aspettato tanto in Parlamento
Ma non è servito a niente

Niente.
Nemmeno una parola
E pure Straquadanio
S'è chiuso nel furgone
E non parla
Nascondendo il suo disappunto, inseguito dalla folla.

Cosa non darei
Per sapere il nome
Di quegli otto che
Mi hanno consegnato
Alle mie dimissioni
E a salire sul Colle.

Ecco
La musica è finita
Malgeri ha ritardato
M'hanno rimasto solo
'Sti cornuti
Un ventennio è lungo da finire
Se la maggioranza non c'è più
Non buttate via così tutto quello che ho distrutto
Fin qui



Ornella Vanoni canta La musica è finita (musica di Umberto Bindi, parole di Franco Califano) in Partitissima nel 1972

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Mortacci



In questi giorni carichi di mestizia  sarebbe auspicabile riscoprire un film che ha fatto del rovesciamento della vita con la morte la sua bandiera. Il film è Mortacci di Sergio Citti (1989), ambientato in un cimitero. I protagonisti sono ovviamente gli...abitanti del cimitero, ossia i mortacci del titolo. Il cast è fra i più etereogenei di tuttta la storia del cinema, da Vittorio Gassman (il custode del cimitero, in vestaglia rossa e fazzoletto contro il mal di denti) a Carol Alt, da Malcolm McDowell a Sergio Rubini, dai Gemelli Ruggeri ad Alvaro Vitali fino ad Aldo Giuffrè e Mariangela Melato. Come nell' Antologia di Spoon River ogni morto racconta come è finito lì dentro, e c'è una legge che regola l'aldilà: la loro non sarà una vera morte finchè ci sarà ancora qualcuno che "dall'altra parte" li ricorderà. Quando finalmente l'oblio sarà sceso su ciascuno di essi, è allora che potranno finalmente essere liberi di andare dove gli pare ( A Parigi! Tutti a Parigi! dice uno di loro). L'esatto contrario di quello che solitamente viene associato al ricordo: non la chiave per la sopravvivenza dell'umanità, piuttosto la sua prigione. Roba che, se ci si pensa su un attimo, fa rigettare tutto il concetto di "cultura". Gli inquilini del cimitero, dunque, raccontano la loro vita terrena. C'è Sergio Rubini che torna dal fronte e si accorge che non solo tutto il paese lo ritiene morto in guerra, ma ha fatto della sua eroica dipartita lucroso commercio; cosicchè gli conviene di più essere morto anzichè vivo.



C'è Andy Luotto nei panni di Scopone, che nitrisce alla vista di un posteriore femminile e finisce per avere una colica intestinale in spiaggia per avere ingurgitato troppo tè freddo nell'intenzione di far colpo sulla procace barista Michela Miti e così muore di vergogna circondato dalle risate di tutte le donne dello stabilimento balneare: (Attenzione! Visioni ravvicinate di posteriori femminili)



Io sò l'ultimo dei romantici, guarda che ti dò. Una rosa. Io sò l'ultimo, dopo sò finiti. Nessuna donna ha saputo resistere a Scopone, dove passa Scopone non cresce più un pelo, guardami bene, guarda. C'hai qualcosa da dire, me trovi qualche difetto, forse? A me Casanova me lo sgrulla, solo Scopone sa domare le donne. Io le donne le massacro, le sgonfio, le rovino, le mando ar manicomio!

C'è Alvaro Vitali che minaccia di far causa all'impresario funebre Aldo Giuffrè per uno scambio di babbo nella bara, a meno che il beccamorto non paghi per evitare lo scandalo. Vitali ripeterà anni dopo lo stesso numero truffaldino a una coppia di stranieri venuti a riesumare il loro, di padre -



Il padre (rivolto al figlio presunto): Puro io so quanto ti costo! Filio de na m...a!

Vi sono i Gemelli Ruggeri nei panni di due musicisti di strada con cane che si fingono ciechi per impietosire la gente sul sagrato della chiesa. Passa Mariangela Melato e li ingaggia per suonare In The Mood in casa sua mentre lei si allena al boogie-woogie per una gara di ballo con il suo partner. Al momento di pagare i due, la Melato - pensando di imbrogliarli in quanto non vedenti - rifila loro banconote fatte con la carta di giornale. Loro scappano con la borsa e i soldi di lei per finire sotto un treno, cane compreso. L'episodio si apre con la Melato ormai vecchia che muore accanto alla loro tomba. Quindi i due Gemelli sono liberi di partire verso la "vera morte".



Mortacci si conclude con una scena corale in cui i vivi e i morti si guardano, separati dal cancello dell'entrata del cimitero. I morti gettano dei fiori ai vivi - i visitatori - , perché i veri mortacci sono loro, dato che badano a cose che nell'aldilà non hanno più nessuna importanza.
La filosofia del film di Citti sta fra il Totò della Livella (Nuje simme serie: appartenimmo a' morte!) e il Tim Burton di Beetlejuice : i morti vivono, sanno cose che gli altri non sanno e non se la prendono più di tanto - a parte Scopone che non si capacita di avere avuto una dipartita così tragica - morire facendosela sotto -. Lo stesso casting così assurdo - ma sempre meno di quelli di parecchie coproduzioni - è la rappresentazione della casualità della morte come della vita: più di tanto non si può scegliere. E all' "ospite" cinese che si lamenta perché ogni volta viene rubato qualcosa dalla sua tomba (Moltacci vostli!) , Gassman / necroforo / demiurgo non può che rispondere: No: mortacci nostri!