Pulizie di primavera


La camera da pranzo della casa dei fratelli Collyer, a New York, come venne trovata dalla polizia nel 1947.



Il primo di aprile è passato, ma la notizia che più si avvicina ad un pesce d'aprile è di tre giorni fa.

Riguarda un pensionato del Tuscolano (ampio quartiere a Sud-Est di Roma) che ha riempito di ogni genere di spazzatura la sua casa, di cui è comproprietario, e anche le sue due macchine. La polizia municipale si è trovata di fronte a tre tonnellate di rifiuti che occupavano ogni angolo della casa. Non c'era corrente elettrica, e le Forze dell'Ordine hanno dovuto strisciare al buio sopra e sotto cumuli di cianfrusaglie. E'stato stimato che ci vorranno almeno cinque giorni soltanto per portare tutti i rifiuti fuori dalla casa.

Il grave disturbo di cui soffre il pensionato è la disposofobia, ossia l'imprescindibile impulso ad accumulare oggetti di ogni tipo - anche se non servono - fno al punto da non potersi più muovere dentro casa. In inglese viene chiamata anche hoarding disorder (lett. "Sindrome dell'accumulo"). Questo disturbo può sembrare suggestivo, ma nella realtà dei fatti è un vero inferno per i parenti e i vicini di casa della persona accumulatrice (una testimonianza in questo blog); a New York è diventata leggenda la tragedia dei due fratelli Homer e Langley Collyer, rampolli di una famiglia benestante della New York d'inizio '900: alla morte dei genitori, i due fratelli si chiusero sempre di più nella casa di famiglia riempiendola di qualunque cosa riuscissero a trovare in giro, tanto che nel 1947 trovarono alla fine il cadavere smangiucchiato dai topi di Langley sotto una catasta di oggetti (Homer, l'altro fratello, paralizzato e cieco, era morto diversi giorni prima di fame). Il grande scrittore americano E. L. Doctorow ne ha tratto spunto per un romanzo, Homer & Langley, ispirato alla vita dei due fratelli newyorkesi. A ben ragione: c'è infatti qualcosa in questa malattia di sinistramente affascinante, forse perchè uno dei pilastri dell'umanità è proprio quello di accatastare tutti gli oggetti che possano avere un qualche significato per il nostro vissuto (dalle statuine nelle tombe egizie che simboleggiavano la vita quotidiana al ruolo che hanno i musei nella cultura moderna). Senza scomodare la Terra Desolata di T.S. Eliot (Con questi frammenti ho puntellato le mie rovine), se un centinaio di oggetti su cui inciampiamo in casa ci fa vivere meglio, perché non un migliaio? Ricordo che in un reparto Medicina dell'ospedale Umberto I -dove tanti anni fa fu ricoverata mia nonna - c'era una vecchietta che tutti chiamavano "ragnetto", perché camminava a gambe larghe (pare che la sua deformità fosse dovuta ad un avvelenamento da candeggina ingerita da giovane). Questa paziente aveva una particolarità: conservava tutte le mozzarelle che le venivano date durante i pasti. Quando morì, trovarono il suo tesoro caseario dentro al comodino: decine di mozzarelle andate a male. Il ricordo della vecchietta mozzarellomane mi ha sempre perseguitato durante tutti questi anni, e solo ora posso inquadrarlo come un caso ospedaliero di disposofobia. In realtà c'è un po' di questo disturbo in tutti noi, che tendiamo dopo un po' di vita trascorsa a "museificare" le nostre vite, come se senza tanti oggetti accanto non riuscissimo a lasciare nessuna traccia sulla Terra. La sequenza finale di Quarto Potere (Orson Welles, 1941) con la visione dall'alto di tutti gli averi di Charles Foster Kane è una versione epica della disposofobia, e la sola cosa importante ("Rosebud") finirà dentro al camino senza che nessuno dei presenti se ne accorga.



Un altro film, questa volta comico, o meglio grottesco, porta lo hoarding a livelli parossistici: Nient'altro che guai (Nothing But Trouble, 1991) di Dan Aykroyd. Questa pellicola ha avuto uno scarso successo di pubblico e critica, e obbiettivamente non è molto riuscita, ma trae la sua forza proprio dalla sua sgangheratezza, e oggi può essere vista come un inno all'accaparramento compulsivo. Si veda ad esempio la scena in cui il banchiere Chevy Chase e l'avvocatessa Demi Moore cercano di fuggire dalla casa maledetta del perfido giudice ultracentenario Valkenheiser di Valkenvania (un Dan Aykroyd sotto tonnellate di trucco)



Insomma, la disposofobia è dentro di noi, frenata a stento dai mobiletti portatutto Ikea, e aspetta solo un cenno per esplodere.

4 commenti:

dona ha detto...

Un altro bel post denso di richiami interessanti, cara Tamara, com'è nel tuo stile.
A prestissimo! :)

dona ha detto...

L'ho linkato qui sul mio blog. Ciao!

Luca ha detto...

Terribile ho scoperto di avere la disposofobia. A casa conservo: le prime scapine di mio figlio e un sacco di quaderni (ora ha 28 anni), il VIC20, il Gelosino primi anni 6o, tutte le mie macchine fotografiche vecchie e bellissime, l'ingranditore Durst impacchettato dal quando mi sono sposato (ah le mogli!), il trasportino del gatto sparito da 15 anni,un sacco di vecchi libri,le cassette musicali,i corsi di inglese in cassetta che non ho mai aperto ecc.ecc. Tamara mi devo far vedere?

Tamcra ha detto...

Caro Luca:
non è possibile!
Anch'io conservo un sacco di quaderni, cassette musicali, il Geloso purtroppo l'ho perso però ho ancora le bobine (quelle che ci s'impiegava cinque minuti buoni ad agganciare il capo esterno all'altra bobina). Inoltre - e qui mi preoccupo - ho un centinaio di cassette videoregistrate, per cui ho montato apposta tante mensoline... Come vedi non sei solo.