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La Tintura

La Tintura non è un cosmetico.
La Tintura non è un mezzo per far sparire i primi capelli bianchi.
La Tintura non ti fa cambiare look "per una sera" in venti minuti, compresa la messa in piega dei capelli.
La Tintura è un'avventura.
Si vedono in TV gli spot con modelle e attrici che devono il loro successo anche alla Tintura, che trasforma anche i loro volti e irradia un'aura calda e avvolgente tutt'intorno. I capelli sobbalzano gentilmente per poi posarsi en ralenti sulle spalle, tu vuoi avere un po' di quell'aura mistica, hai visto il primo capello bianco la mattina appena alzata e ti sembra che tutti stiano a contare quanti te ne sono rimasti ancora di scuri.
La Tintura ti aspetta in diversi posti, dalla Profumeria al Supermercato, scaffale Cura di Sè (quello fra gli Assorbenti e i Dentifrici). C'è anche nei negozi "che vendono di tutto", e lì puoi vedere le Tinture per persone abbronzate,


oltre ai pacchetti di Henna








e bottiglioni misteriosi di hair conditioner e oli vari - e anche profilattici Madonna, ma questo è un altro discorso - .


La prima fase è la Scelta del Colore: apri quelle cartelle che contengono ciocche di capelli in vari colori, ordinate come se fossero gli annuari scolastici di un serial killer, e cerchi il tuo Colore. Il Colore non sarà MAI come quello della fotografia sulla scatola (le scatole di Tintura di seconda scelta mostrano per risparmiare la stessa foto con i capelli cambiati da Photoshop). Tu lo sai già, e lo sa anche la scatola, perchè sul retro mostra tre differenti risultati : a te cercare quello a cui il destino ti porta.


Torni a casa con la tua scatola, la apri e trovi:
Una bottiglietta dal becco a punta con un liquido bianco opaco.
Un tubo di media grandezza, contenente il Colore.
Una bustina di Fissatore post-Tintura.
Un tubetto di Miscela Preventiva Protettiva per capelli (non in tutti i prodotti).
Due guanti trasparenti.
Un lenzuolo di carta robusta stampato con varie illustrazioni, che si potrebbe intitolare Tintura for Dummies come i famosi manuali.
Un comodo applicatore a forma di pettine da avvitare sulla bottiglietta (non i tutti i prodotti).
Basta così.
Ora la Tintura non è una cosa da prendere alla leggera, non si può agitare la manina e dire a tutti : ciao ciao, vado a tingermi i capelli! E' più benvista l'immagine di uno che si porta dietro due giornali e tre libri per poi chiudersi con aria circospetta in bagno.
Occorre dunque il Momento Adatto, il famoso Dyeing Time o Tempo di Tintura (da non confondere col Dying Time o tempo di morire, decisamente più semplice).
Quando non c'è nessuno in casa e c'è una remota possibilità che non ti chiamino al telefono (se la possibilità è meno che remota ricorrere alla segreteria telefonica), ti chiudi nel bagno.
Controlli che tutto il kit sia in ordine di comparsa sopra la mensolina dello specchio, quindi procedi:
Esci dal bagno e ti spogli per indossare i Vestimenti da Tintura; questa procedura è complessa perchè fra tutti i vestiti che hai devi scegliere i più scrausi per sacrificarli sull'altare dell'Operazione. Siccome devi accettare che in qualche modo si macchino, la scelta è crudele, come pure quella degli Asciugamani - e lì prendi quelli più stramati, non quelli che daresti ad un ospite se vuole recarsi in bagno per lavarsi le mani - ; tiri fuori dall'armadio varie combinazioni di vestiti, e sembri la parodia di Richard Gere in American Gigolo , e alla fine decidi per maglietta slonzata, felpa con cappuccio da una tuta e pantaloni da un'altra tuta.
L'Operazione ha inizio. Sviti il primo contenitore e spremi dentro il tubo del colore. Un momento: no hai indossato i GUANTI, che ti darebbero un aspetto più "professionale" al tutto (ho il sospetto che mettano i guanti nel kit anche per questo motivo). Stacchi i guanti dal lenzuolo con le istruzioni, li infili ma ti scivolano, sono troppo grandi. Alla fine rinunci ai guanti. Scuoti per bene il contenitore, e non puoi fare a meno davanti allo specchio di imitare i barman mentre fanno i cocktail. Tagli il beccuccio dal contenitore. Uno spruzzo di Tintura fuoriesce dal beccuccio,dandoti il benvenuto . Ti scansi subito e alcune gocce colpiscono il mobiletto in Fòrmica - eredità della zia - dove tieni tutti i tuoi effetti personali. Hai già bagnato i capelli, così inizi a distribuire il liquido scuro e viscoso a partire dall'attaccatura della fronte. Senti già i primi capelli bianchi tremare di paura. Quando arrivi alle tempie, pieghi la testa in basso prima a destra, poi a sinistra. Cerchi di non far colare la Tintura dal tuo padiglione auricolare, pensi di riuscirci, ma come ti volti vedi altre gocce per terra. Non fa niente. Prosegui. Finisci tutta la parte davanti della testa, e ti sembra di avere scalato l'Everest.
Ora arriva il bello.
Normalmente c'è un'altra persona preposta a distribuire il composto sul cranio, ma stavolta non c'è nessuno. Nelle pubblicità ci sono donne che cambiano colore di capelli appena in tempo per andare all'appuntamento con l'amato. Tu sei in bagno, e devi distribuire Il Prodotto anche dietro la testa, non dimenticando la nuca. E'in questi frangenti che si incomincia ad intuire la finalità della Tintura: un modo per riflettere e risolvere i problemi mano a mano che si presentano.
Pieghi la testa in basso, apri il contenitore e vi rovesci il Contenuto - che nel frattempo si è leggermente surriscaldato - sopra di essa. Dalla nuca alla cima della testa, massaggi i capelli impregnandoli di quel liquido viscoso, che ricorda adesso il sangue rappreso, ma tu non ci pensi troppo mentre usi prima il pettine e poi le mani per impastare meglio la chioma. Alla fine tiri tutti i capelli su e ci fai anche il ciuffo in cima.
Lavi le tracce lasciate dalla Tintura in bagno, e ti sorprendi a pensare a cosa potresti dire se scambiassero queste macchie per tracce ematiche. L'assassino ha ucciso con inaudita ferocia nella stanza da bagno, ecco le prove ! Hai finito di impastare.
Ora devi far passare una mezzoretta per risciacquare e applicare il bagno cosmetico/balsamo.
Di solito consigliano di trascorrerla leggendo una rivista con le gambe elegantemente accavallate.
Tu invece la passi controllando che la Tintura non sfugga dalle orecchie. Sei là, sulla sedia, con la felpa di una tuta e i pantaloni di un'altra tuta, un asciugamano stramato intorno al collo e una strana banana collosa sulla testa.
Non gocciola niente.
Muovendoti con circospezione, cerchi di leggere una rivista con le gambe elegantemente accavallate, ma non puoi metterti in poltrona, altrimenti vai all'indietro con la testa lasciando tracce sospette che verranno esaminate dal RIS di Parma. Così ti trasferisci su una sedia, la schiena
in avanti (un tavolo aiuta,anche per appoggiare la rivista). Passa così mezz'ora, con le orecchie che diventano leggermente calde perchè la Tintura dopo un po' si surriscalda.
Al momento di lavare via la Tintura e controllare il Risultato (Io, guardo il risultato! Dice la pubblicità) devi per forza eseguire i seguenti movimenti:
1)Piegarsi con il busto verso il basso e sporgere il collo -preventivamente reso libero da stoffa) - in posizione da ghigliottina.
2)Sollevare il braccio destro e con destrezza afferrare la manopola dell'acqua.
3)Aprire la manopola dell'acqua . Qui viene il momento più difficile, perchè se sbagli la temperatura ti ustioni il cuoio capelluto. Inoltre, non bisogna far scorrere troppa acqua per il primo risciacquo, altimenti la Tintura si vendicherà schizzando per le pareti del bagno fino al soffitto.
Il primo risciacquo si dovrebbe concludere quando non c'è più traccia di Tintura sulla tua testa e l'acqua è limpida; in realtà non è così, perchè la Tintura è perfida e non vuole lasciarti più.Sciacqui una seconda volta, e vedi l'acqua sporca gorgogliare giù per lo scarico, come il sangue di Marion Crane - Janet Leigh in Psyco.


Alla fine arrivi a un grado sufficiente di limpidezza, e passi al Balsamo - Fissatore - Rigenerante. Quest'ultimo dev'essere il Purgatorio che le ditte produttrici di Tintura passano dopo l'Inferno della Distribuzione e del Risciacquo, infatti ha un buonissimo profumo e si stende -questa volta puoi stare in piedi- che è un piacere. Mentre aspetti i canonici due minuti ti dedichi a un compito delicato: togliere tutti i capelli che inevitabilmente sono caduti sul pavimento. Sono una sessantina, ma ti sembrano mille. Con la schiena a pezzi finalmente arrivi al momento tanto agognato: la Levata del Balsamo. Questo scivola via tanto soave quanto la Tintura rimaneva ostinata. Tamponi l'umidità e passi all'ultimo atto: il Controllo del Colore. Guardi tutta l'attaccatura , ma non vedi che una lussureggiante chioma pronta per esssere Messa In Piega. Solo che a quel punto accusi una certa stanchezza, e finisci per asciugarti i capelli senza spazzola o pettine, in dieci minuti.
Controlli il Colore un'ltima volta prima di fare piazza puita di asciugamani ed altri capelli caduti nel frattempo. Esci dal bagno surriscaldato dal phon con l'orgoglio di avercela fatta pure stavolta.
Perchè tu vali. Anche con i capelli per aria.

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Un tramonto invernale

Durante una fredda serata d'inverno ci si può imbattere in questi spettacoli...

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Giustizia per Gilda

Il Festival dimenticato...



Questa edizione del Festival di Sanremo è stata una delle più strane che si possano ricordare a memoria d'uomo.

Tanto per cominciare, la manifestazione è stata organizzata dal Comune di Sanremo in persona e dall'assessore al turismo Napoleone Cavaliere. Poi, nessuna delle case discografiche importanti ha contribuito al Festival, quindi hanno partecipato quasi soltanto degli sconosciuti (con l'eccezione di Rosanna Fratello e Angela Luce). Inoltre, le prime due serate sono state trasmesse soltanto alla radio. La terza, la finale, è andata in televisione ma è stata interrotta per "mancanza di tempo", sicchè nessuno ha capito subito chi avesse vinto il festival. I cantanti in competizione sono stati trenta, presentati da Mike Bongiorno e Sabina Ciuffini, mentre i motivi sono stati riassunti musicalmente da Johnny Sax e Piergiorgio Farina (del quale mia madre ha il 45 giri con la sua cover di In The Mood). L'orchestra era diretta da Enrico Simonetti. Il patron di TV Sorrisi e Canzoni, Gigi Vesigna, ha dato una toccante testimonianza dell' evento :
“Me l’hanno fatto fare il Festival di Sanremo nel 1975? Se sì non capisco, perché io non c’ero. Comunque, ho tentato di seguirlo via radio e infine, la serata finale, in televisione. Ma neppure durante questa finale in TV ho avuto modo di sapere chi aveva vinto. Non perché mi sia addormentato durante, ma perché non è stato comunicato. Quando si era lì, per soddisfare la giusta curiosità, le immagini sono sfumate e ha preso il sopravvento questo annuncio: “Il tempo è scaduto”. Eppure trenta cantanti con trenta canzoni si sono dati battaglia in una tenzone che non vedeva favoriti, ma nemmeno protagonisti, o meglio quasi tutti illustri sconosciuti. E pensare che sarebbe bastato che uno o due di questi cantanti avesse avuto successo perché il Festival tornasse agli splendori di quelli degli anni ’60. Eppure qualcuno ha vinto, lo hanno annunciato nel corso del telegiornale della notte. Il nome della vincitrice è così breve che mi è sfuggito al primo annuncio. Quando hanno detto Gilda ho pensato che fossero arrivati alle previsioni del tempo, che si parlasse di quei terribili cicloni americani cui danno nomi femminili, appunto Gilda. E invece ha vinto proprio lei con Ragazza del Sud . E gli altri ventinove? Come la mia classe in terza media. E di quella classe abbastanza numerosa ricordo a malapena il mio compagno di banco perché mi fregava le figurine. Di quei ventinove del Festival 1975 , organizzato direttamente dal Comune nella persona di Napoleone Cavalieri, assessore al Turismo, non ricordo nulla, forse perché mi hanno fregato nemmeno…non dico le figurine, ma neanche un giorno di attenzione.”
Gigi Vesigna,
50 anni di storia della televisione attraverso la stampa settimanale, di Massimo Emanuelli, ed. Greco & Greco, 2004


Eppure i concorrenti hanno meritato la chance di salire sul palcoscenico dell'Ariston! Ricordo con esattezza l'esibizione del duo femminile Le Nuove Erbe con Topolino Piccolo :


due piccoline dall'aspetto fisico alquanto bizzarro, che si sono meritate l'appellativo di "Gemelline Fantozzi". Oppure la grande scuola della melodia italiana rappresentata da Gianni Migliardi con Sei stata tu , (La dignità dell'esser donna tu non ce l'hai)
che è arrivato in finale sorpassando il complesso de Le Volpi Blu in gara con Senza Impegno , pezzo dall'inconfondibile refrain Uh Uappa Sciappa Uh (e c'è stata una seria polemica al riguardo, culminante nella rampogna: Non si manda Migliardi in finale scartando LeVolpi Blu! ).

Per non parlare del postino Franco che assieme alle Piccole Donne ha presentato Come Humphrey Bogart (Faccio il duro insieme a lei, rose non ne compro e faccio sempre i fatti miei...):
il suo testo anticipava di otto anni la Vita Spericolata che se ne frega di tutto siiii. Per l'occasione Franco ha indossato un gessato con Borsalino che ha gettato alla platea verso il termine dell'esibizione, quando ha cantato Ho capito tutto, sono innamorato, c'è la luna il mare ed il cielo blu/ Humphrey Bogart non c'è più!).
Angela Luce, da par suo, ha intonato un pezzo dal testo storico: Ipocrisia

(e infatti in un'intervista ha affermato: Ipocrisia è una parola nuova, mai sentita in una canzone). A Sanremo ha aleggiato un'aria da dopolavoro, con tutti i cantanti che facevano del loro meglio per non sfigurare. (La trasformazione dell' artista in Personaggio dal look subito riconoscibile non era ancora gestita a livello post-industriale). Infine la vincitrice, Rosangela Scalabrino da Vercelli in arte Gilda, con un brano, Ragazza del Sud, che canta appunto di una ragazza del Sud Italia nata in un paese Di aranci e d'oleandri .

Le liriche di Ragazza del Sud possono essere paragonate per la loro forza evocativa a Prospettiva Nevskij di Battiato (D'inverno sulla Prospettiva Nevskij/ per caso c'incontrai Igor Stravinsky) , solo che nel 1975 interpretazioni come rivisitazione tenero-ironico-poetica dell'Esotico nella Canzone erano ancora di là da venire, quindi la canzone vincitrice del Festival di Sanremo 1975 non ha avuto il plauso che si meritava e si è estinta quasi subito. Rosangela Scalabrino fortunatamente no: si è sposata e attualmente gestisce un albergo a Torino.
Sanremo 1975 è rimasto nel corso dei decenni una nebulosa nella memoria di tanti, una cosa in bianco e nero da cui ogni tanto appaiono frammenti qui e là, come le stoviglie del Titanic in fondo al mare.

Il mio tempo non conta
No, ragazza del Sud.

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Lui, Lei e La Ghianda

Questo è il trailer tedesco de L'era glaciale 3 : L'alba dei dinosauri , in uscita quest'estate.

Buon San Valentino a tutti/e !!!!


P.S. : La canzone che fa tralignare per mezzo secondo Scrat dalla sua ghianda è You'll Never Find Another Love Like Mine cantata da Lou Rawls .

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Old (naked) Mozza




Il ritorno del vinile!

Non conosco molto bene Morrissey e i suoi ultimi album, lo ammetto. Mi ha però molto colpito l'evoluzione delle sue ultime copertine. Morrissey, ricordiamo, era il frontman degli Smiths, un gruppo inglese molto conosciuto a metà degli anni '80, in un certo senso antitetico al delirio Wham ! - Duran Duran - Spandau Ballet. Le copertine degli album degli Smiths si caratterizzavano per mettere non le facce dei componenti del gruppo -come ci si aspetterebbe da una band- ma icone della cultura pop britannica anni '60. Chi vedeva quelle immagini in bianco e nero virate in vari colori aveva un'idea del passato come di un qualcosa ormai irrimediabilmente perso ma essenziale. Lì vi erano amore, verità e bellezza: le stesse foto si presentavano come frammenti della memoria personale sia di Morrissey che di un'intera generazione. erano insomma copertine che andavano ben oltre un semplice sentimento di nostalgia-revival di tipo industriale.



Con l'inizio della carriera solista di Morrissey gli album si spostano ovviamente sul protagonista: cambiamento epocale, perchè ai loro esordi gli Smiths ci tenevano molto a non apparire sui loro album. Abbiamo un Morrissey in primissimo piano in Viva Hate, quasi a voler imitare le sue immagini-mito. Andando avanti con gli altri album, lo vediamo sempre in primo piano (In Your Arsenal ci va giù di torso nudo e camicia svolazzante in un bianco e nero virato seppia ispirazione Robbie Williams). Con You Are The Quarry e Ringleader Of The Tormentors si mostra rispettivamente vestito da gangster e da direttore d'orchestra - e la grafica è la stessa dei dischi Deutsche Grammophon -. Nell'ultimo Years Of Refusal , che uscirà tra breve, ha un bambino in braccio che a sua volta ha una "W" sulla fronte. Lo stesso Moz appare maschio e muscoloso con i peli sul petto (un cambiamento a 180 gradi rispetto alle sue prime immagini). Ma la foto che ha suscitato più perplessità è quella all'interno dell'album: Morrissey e la sua band completamente nudi salvo un 45 giri a coprire l'indispensabile:

Ora non è certo la prima popstar a mostrarsi in copertina come mamma l'ha fatto - sono celebri i casi di John Lennon, Prince, Red Hot Chili Peppers e Jim Morrison, ma quello che ha fatto gridare allo scandalo è il fatto che Morrissey non sia più un tenero virgulto ma un uomo di mezza età - e si mostra per quello che è. C'è una certa differenza infatti fra la popstar nuda femmina e la sua controparte maschile: Madonna, ad esempio, può farsi vedere a cinquant'anni semisvestita e strizzata in pose plastiche, ma è chiaro che la sua sarà sempre una "provocazione" rientrante nell'alveo dei ruoli femminili (la donna-sempre-provocante-nonostante-o-a-causa-della-maturità).

In Morrissey, c'è più la volontà di voler seguire un ideale estetico bizzarramente "inglese": sono innumerevoli gli sfottò dei giornali britannici agli americani considerati come portatori di una se(n)sualità fatta di palestra, diete, depilazione e privazioni varie. (Gli americani a loro volta considerano una parte dei britanni come degli autentici luridoni). La pancia e il petto villosi di Mozza hanno la stessa funzione liberatoria che avevano i garofani gettati sul palcoscenico al tempo di This Charming Man.

Vi è a conti fatti da parte di Morrissey un bel po' di compiacimento in quella foto - ma chi ne è immune? - ma anche una buona dose di "orgoglio" insulare britannico, che rispecchia tutte le isole in cui noi umani ci siamo cacciati.



Qualcuno sa che colla ha adoperato Mozza per far rimanere attaccato il 45 giri? (Non un CD, eh eh...)



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Quando la TV non funziona

Il nostro signore e padrone

Lamento composto sull'immortale motivo di Quando finisce un amore di Riccardo Cocciante (1975) in occasione del mancato funzionamento del mio apparecchio televisivo:


Quando la TV non parte così come non parte la mia
senza una ragione nè un motivo,
non prende

e fai un nodo al cavo dell'antenna
e lo fai pure a quello della corrente
muovi l'antenna sul terrazzo
e non capisci niente
e non ti basta più il telecomando e nemmeno i comandi manuali

e non ti basta accendere dopo dieci minuti
e non ti basta ormai più niente
e in fondo pensi, " Ci sarà un circuito"
e cerchi a tutti i costi una scheda
eppure
non la trovi mai quella scheda
per cui la tele continua a non partire

e vorresti cambiarle posto, e vorresti cambiarle il cavo
e vorresti cambiarle scheda, e vorresti ridarla indietro
e vorresti la garanzia

ma sai perfettamente
che non ti servirebbe a niente
perchè c'è lei
perchè c'è lei
perchè c'è lei
perchè c'è lei

perchè c'è lei in camera da pranzo
perchè c'è lei sul mobile a rotelle
perchè c'è lei con il centrino sopra
e non potrai più riciclarla via

Nemmeno se cambiassi schede
e neanche il telecomando
nemmeno a spostare i canali
per poi fissarne la memoria
e continuare a non vedere niente

Però, se potessi ragionarci sopra
telefonerei all'uomo delle riparazioni
e si riaccenderebbe

E potrei vedere Bruno Vespa
e magari Santoro litigare
magari
se potessi ragionarci sopra
e se potessi ragionarci sopra
ma mi direbbe
che...

Non vale la pena ripararla...
E' meglio che se ne compri un'altra...
Le fanno al plasma piatte come modelle
anoressiche

E continui a spostare i cavi
e continui a spostare l'antenna
quella cinese da 9 euro e ottanta
e non succede niente

E non ti basta accendere dopo dieci minuti
e non ti basta ormai più niente

perchè la scheda si è tutta bruciata
e non risponde più a niente

E in fondo pensi di tirarla fuori
e a tutti i costi tu vuoi ripararla
eppure
non lo trovi un cacciavite
per cui la tele continua a non partire...



Per chi volesse cantarla, ecco la versione originale (i cacciaviti non sono inclusi)

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Lezioni d'inglese

Lesson One...


Mia nonna soleva dire di un uomo alto e distinto: sembra un inglese.
Volevo tanto sapere cosa dicessero i cantanti quando cantavano in inglese.
A volte però i cantanti inglesi o americani cantavano in italiano.
Da piccola andava di moda tradurre e far incidere versioni in italiano dei più famosi successi internazionali, specie quelli anglo-americani, con qualche punta francese. Gli stessi interpreti stranieri si prestavano a cantare in italiano, e l'idioma che usciva dalle loro bocche era qualcosa fra il buffo e il misterioso, un po' come le mille voci esotiche che si sentono nelle scene corali della Dolce Vita di Federico Fellini.
L'imprinting mi fu dato da un disco di Petula Clark del 1965, Ciao Ciao :


Il testo italiano di Pallavicini non aveva niente a che fare con quello originale: qui Petula cantava di un amore conosciuto al mare, poi sospirato nelle brume dell'inverno - il solito bagnino romagnolo? - poi incontrato di nuovo alla stazione, grande riunione, abbracci e lacrime.
Ciao Ciao era in realtà Downtown,


un vero e proprio inno alle gioie della modernità e della vivacità della vita cittadina, come se ne potevano scrivere solo agli inizi degli anni '60 (Nino Ferrer dieci anni dopo avrebbe cantato La civiltà è bella ma / Viva la campagna). In Italia il downtown potrebbe essere il centro storico, e qui già una traduzione letterale sarebbe andata a farsi friggere. Ve l'immaginate in Italia un inno a gola spiegata sulle belle cose che puoi trovare in città? Giorgio Gaber ha provato a farne uno su Com'è bella la città nel 1969, ma l'intento era tutt'altro che allegro. Quello che commuoveva nella versione italiana era l'interpretazione con un leggero accento inglese che si rafforza via via che la canzone va avanti - forse Petula perde nell'emozione del finale il controllo sulle doppie "r" e intona Mi vieni incontro corendo/ e stai soridendomi. (Mai quanto Cher che in Dovve l'amore - Dov'è l'amore - ulula appassionata: No c'è nesuno belo come te io ti aaaamo).
La perfezione nell'accento anglo-italiano si raggiunge con Shel Shapiro e i suoi Rokes, che intona Ma che colpa abbiamo noi,


canzone beat "di protesta" con una tale nonchalance nelle vocali o e i da ritenere che sì, effettivamente loro non hanno nessuna colpa. Anche Mal dei Primitives ha la sua brava dose (involontaria) di colpa nel farmi perseguire gli studi d'inglese: in Yeeeeeeh


dopo aver detto abbacinato I tuoi occhei sono farri abalianti / io ci sono davantei - gl e gn in italiano sono le bestie nere degli anglofoni - raddizza la schiena e canta Ma io non deivo brucciormi / con una come TEI ! e in quel Tei (te) ravvisavo tutta la forza dell'impero britannico, su cui non sarebbe mai tramontato il sole. Con una lingua così, come ti puoi bruciore?

Comunque, i corsi BBC trasmessi dalla RAI negli anni '70 a cura della editrice Valmartina hanno lasciato il loro bravo segno. Walter and Connie, ricordate?
Era una coppia inglese al centro di varie avventure, mi ricordo quando dovevano cercare una casa per un povero vecchietto che la descriveva così "It has one door and two windows!" . Noi a casa ci facevamo delle matte e innocenti risate, oggi quella situazione sarebbe letta come tragico esempio di Morbo di Alzheimer. Il corso d'inglese prevedeva anche una serie fantascientifica dal titolo Slim John. Slim John era un robot , il Robot 5 per l'esattezza, inviato sulla Terra per sottomettere gli umani. Che ti va a fare invece? Fraternizza con una coppia di giovani inglesi, Richard e Stevie (è una ragazza nonostante il nome) e soprattutto adora quei panini dolci chiamati buns (Uno dei tormentoni della serie era infatti la frase Have you got any buns? detta da Slim John). Il cattivo Doctor Brain vuole distruggere il robot ribelle, anglofilo e ghiottone (altra frase storica: Catch Robot Five! Attack Robot Five! Destroy Robot Five! Robot Five is DANGEROUS!). Ne nasce una spietata caccia al robot, caccia che nel corso degli episodi ogni tanto s'interrompeva per spiegare i punti più salienti della grammatica e del lessico.
I cattivi avevano tutti un 26 stilizzato stampato sulle loro tutine aderenti - ah, le tutine dei distruttori del mondo! -, che era il giorno in cui avrebbero conquistato la Terra. Un giorno prima di ricevere la busta paga, a pensarci bene. Era una serie molto "pop", sulla scia di Diabolik o Doctor Who .
Eccezionale! Alcuni rari spezzoni di Slim John

Ora che continuo imperterrita a cercare di apprendere qualcosa di nuovo dall'inglese - non si finisce mai - mi chiedo quali possono essere le molle odierne, le mitologie per far imparare l'inglese ai ragazzi oggi.
Un' ultima cosa, che non c'entra ma c'entra, come direbbe Nanni (Moretti): l'introduzione al pianoforte di Downtown è molto simile a quella di Fox In The Snow dei Belle and Sebastian. Sentire per credere...

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Un ricordo di Antonio Pietrangeli

Il 19 gennaio 1919 nasce a Roma il regista Antonio Pietrangeli. Muore prematuramente a Gaeta nel 1968, ma fa in tempo a lasciarci dei capolavori (senza esagerazione) come:

Lo Scapolo (1955)
















Adua e le compagne (1960),























Fantasmi a Roma (1961),























La Parmigiana (1963),























La visita (1963),























Il magnifico cornuto (1964),

















e soprattutto Io la conoscevo bene (1965),
bellissimo ritratto di donna
desiderante e non desiderata sullo sfondo degli anni '60 e del mito di Cinecittà. Interpretato da una giovanissima Stefania Sandrelli -ma il ruolo sembra dovesse andare a Sandra Milo - il film è una ricostruzione della vita di una giovane, Adriana, che dalla provincia si trasferisce a Roma per cercare fortuna a Roma,nel mondo del cinema. Farà conoscenza con il sottobosco dello spettacolo, e purtroppo, finirà per togliersi la vita buttandosi dalla finestra del suo appartamento sul Lungotevere Portuense. Questa è la lunga scena che precede la resa dei conti finale: dopo un'ennesima notte di festa, la protagonista si avvia verso casa con la sua 500. Il giro per le strade di Roma ancora deserte, con la canzone Toi di Gilbert Bècaud per colonna sonora (attenzione all'uso della colonna sonora, sia all'esterno che all'interno del film, testimonianza e spia rivelatrice sia della mentalità di Adriana che dei suoi stati d'animo).


La scena ha qualcosa di struggente, noi capiamo che non è un ritorno a casa come tutti gli altri. Sarà di sicura ispirazione per la gita in motorino del Nanni Moretti di Caro diario:



Un' altra scena da Io la conoscevo bene: Qui Adriana (Stefania Sandrelli) scopre di essere il personaggio principale del libro del suo amante-scrittore, Fausto (Joachim Fuchsberger), ma il ritratto che ne fa lui è tutt'altro che lusinghiero...

La colonna sonora, dicevo: In questa sequenza vediamo che Adriana non è del tutto impermeabile alle continue delusioni della sua vita. La canzone di Sergio Endrigo parla di "mani bucate", dello scialo che talvolta si fa dell'esistenza. Adriana è come sospesa sulla terrazza, cerca di darsi un contegno lucidando ossessivamente la maniglia della porta-alcuni ci hanno ravvisato un significato sessuale, ma non credo sia così-ed è pericolosamente attratta dal terrazzo, ma una telefonata la "salva". Per il momento.

Da notare come Pietrangeli riveli tutto ciò facendo semplicemente camminare la Sandrelli su e giù per l'appartamento, con il giradischi multiplo in funzione. Questo è cinema.

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I morti cammineranno sulla terra...Dopo la chiusura del pub


Compra il latte. Chiama mamma. Stai lontano dagli zombi.

E' l'inizio dell'anno nuovo e non sapete dove sbattere la testa? Dormite, mangiucchiate e andate in bagno senza sosta? Vi sembra che la vostra vita si svolga sempre sugli stessi insipidi binari? Ve lo rinfacciano pure?

Shaun of The Dead è il film che fa per voi.
No, non è Ricomincio da capo o Il favoloso mondo di Amélie, bensì una romantica commedia inglese, dove a un certo punto entra in scena l'imponderabile.
Gli zombi.

Shaun (Simon Pegg) è uno sfigato commesso di un negozio di elettrodomestici, che convive con Ed (Nick Frost), un nullafacente spacciatore di erba a tempo perso e con Pete (Peter Serafinowicz), un ragazzo quadrato che non sopporta più Ed per il suo costante fancazzismo. Liz (Kate Ashfield) invece non sopporta più il suo fidanzato Shaun e la sua mancanza di stimoli: lui la porta da anni allo stesso pub, il "Winchester", in compagnia di altri due amici: David (Dylan Moran), segretamente innamorato di Liz e la sua fidanzata Dianne (Lucy Davis). Gli eventi precipitano quando Shaun, finalmente autocovintosi di prendere il controllo della sua vita, si dimentica di prenotare il ristorante dove avrebbero per una volta cenato soli lui e la sua Liz. Lei lo pianta infuriata e lui va a consolarsi col suo amico Ed al solito "The Winchester". Nel frattempo alla televisione danno strane notizie di rivolte e morti viventi che circolano per il Regno Unito. Non ci fanno caso, e una volta a casa, suonano musica electro completamente sbronzi ad altissimo volume, svegliando Pete che li tratta in malo modo ed ha una strana ferita al polso, procurata, a suo dire, da una persona per strada che lo ha morso. Il mattino dopo Shaun ed Ed si svegliano e trovano una strana ragazza nel loro giardino: sembra ubriaca fradicia, ma in realtà è solo il primo dei mille zombi (il loro coinquilino Pete lo è già) che dovranno combattere lungo tutto l'arco del film, insieme a Liz, alla mamma e al patrigno di Shaun, Philip (Bill Nighy), che non ha mai avuto buoni rapporti con lui. L'intero gruppo si dirige al pub "The Winchester", l'unico luogo considerato sicuro, ma dure prove attendono Shaun, a partire dall'uccisione forzata della sua amatissima madre Barbara (Penelope Wilton), della zombificazione e abbandono - in auto con la sicura - del patrigno, della morte dell'amico posh David (Dianne scompare) e soprattutto del ferimento di Pete a opera degli zombi. Morirà quest'ultimo? C'è un colpo di scena finale che ci rivela come il mondo dei morti viventi non sia poi tanto diverso da quello dei vivi morenti...

Diretto dall'inglese Edgar Wright, che lo ha scritto e sceneggiato nel 2004 insieme a Simon Pegg nel ruolo del tenero protagonista, Shaun inizia come una commedia britannica suburbana: niente glamour londinese, ma la dura realtà della "common people" che vive fra lavori non esaltanti e bevute e videogiochi al pub (e in effetti il lungo piano-sequenza dei titoli di testa assomiglia molto al video di Common People dei Pulp).


(Nella prima scena Liz dice a Shaun di non poterne più della solita vita con lui. Shaun le promette di cambiare. Il giorno dopo Pete gli dice che il suo amico Ed se ne deve andare da casa. Inizia una dura giornata di lavoro per Shaun.)



Il video originale di Common People - Pulp (1995)

Da notare nche nella prima clip del film come ogni azione dei personaggi richiami e anticipi il Perturbante che arriverà solo dopo mezz'ora: in altre parole sono i piccoli slittamenti della quotidianità, al posto di ululati e scricchiolii, a insospettire Shaun, e noi con lui. Ora il momento in cui egli desidera veramente cambiare è anche il momento in cui tutte le forze negative - i morti viventi, non a caso degli esseri che NON cambiano mai comportamento (almeno Dracula si trasforma in pipistrello) - si scatenano in città. I morti viventi possono essere anche le varie classi impossibilitate ad evolversi, se vogliamo dare anche una lettura sociale al film. Shaun raduna le persone a lui più care per salvarle e per sconfiggere il mondo esterno, un po' come Frodo con la Compagnia dell'Anello. Per arrivare però alla meta, ossia tornare al pub "The Winchester", luogo simbolico e "inglese" per eccellenza da dove si deve ripartire per ricominciare daccapo e uccidere gli zombi che impestano la città, occorre uccidere il passato.
In questo caso il passato è rappresentato dal patrigno Philip, che confesserà in punto di morte di aver voluto esprimere meglio il suo amore per Shaun (e quindi si rende conto di essere già MORTO prima di diventare zombie); dalla madre che ha nascosto a Shaun il fatto di essere stata già contagiata "per non preoccuparlo" (e questo può essere letto come estremo gesto d'amore o come estremo tentativo di tenere il figlio legato a sè); e dal padrone del pub che verrà preso a badilate al ritmo di Don't Stop Me Now dei Queen ( la classe dirigente?). Anche la coppia di classe sociale superiore, David e Dianne, verrà sacrificata, David addirittura finirà sbranato dagli zombi (nulla si sa di Dianne, infatti è un "buco" di sceneggiatura che viene poi spiegato negli Extra del DVD).

Ucciso il passato, Shaun però avrebbe comunque la peggio se non fosse per il suo "inutile" amico Ed, che si sacrifica per far vivere lui e Liz (e qui scatta l'amicizia maschile adolescenziale, più forte di ogni cosa). Arriva l'esercito a impedire il massacro finale (altro "buco", stavolta non spiegato: come mai i soldati NON erano contagiati?), e il finale è tutt'altro che il classico "ritorno alla normalità" delle sceneggiature classiche: dopo sei mesi, gli zombi rimasti sono adoperati come...concorrenti per programmi tipo "Giochi senza Frontiere", e l'intera faccenda è stata abbondantemente digerita dai mass media. La stessa coppia Shaun e Liz,ormai sposi, sembra quasi "zombificata" dalle abitudini coniugali. C'è però un colpo di scena finale, che non rivelo, ma che ribalta tutta la visione costruita finora "zombi cattivi/vivi buoni". Shaun Of The Dead è insomma una commedia che usa i morti viventi sia come ostacolo interiore che come ostacolo a una società migliore. Shaun gira inoltre armato di una mazza da cricket, - un'arma "bianca" che richiama un po' la purezza del'adolescenza e dell' Inghilterra di un tempo, a cui tutti i registi britannici, anche quelli più "arrabbiati", inconsciamente anelano - . Solo alla fine combatterà...proprio con il Winchester del pub, appeso sopra il bancone (un'altra arma "leggendaria").
Un'ultima cosa: il titolo Shaun Of The Dead è un gioco di parole sul titolo originale di Zombi di George A. Romero, Dawn Of The Dead , letteralmente "L'alba dei morti". In Italia è stato rinominato L'alba dei morti dementi. E ci si stupisce che non l'abbia visto quasi nessuno...

1 commenti

Stars on 45

The Stars on 45
is slow burnin' your eyes
if you can work it out
remember twist and shout
you still tell me why (?)
tell me why-y-y-y
(Jingle di ogni medley Stars On 45)

I 45 anni sono un brutto segnale.
Negli anni '70 Susanna Quatronella in arte Suzi Quatro affermava che il 48 crash is a silk sash bash, ossia il crollo dei 48 (anni) è come una bastonata fatta con una fusciacca di seta (gran verso).
Dei 45 però non si sa niente, teoricamente ti fanno entrare nel pieno della "crisi di mezza età" che ormai è diventata roba da professionisti (- Che cos'ha il ragioniere che gli sporge?

- Ma non lo sai? Ha la crisi di mezza età, per questo si è fatto il piercing al capezzolo sinistro )
A 45 anni potresti fare di tutto, ma lo devi fare sotto lo sguardo degli altri. Perchè il tuo raggio d'azione è in realtà molto delimitato! Non sei più giovane e non puoi più fare cose che ti possono essere perdonate senza problemi, puoi fare il/la garzoncello/a scherzoso/a ma è chiaro che ti costerà sempre più fatica, e tuttavia non sei ancora entrato/a nella terza età dove puoi finalmente dormire cinque ore per notte, (tanto non hai sonno), e trascorrere le ore rimaste - che in tempi andati passavi a dormire - chiuso/a nel bagno, con il resto della famiglia a bussare alla porta a vetri smerigliata. No.
Tu hai sonno, vuoi dormire nove ore come minimo. Mai hai 45 anni e sei ancora giovane, e ti tocca scendere dal letto col freddo che fa e guadagnarti il tuo misero stipendio.
Ti dicono di cominciare a tingerti i capelli, no, è meglio di no, vuoi mettere il look brizzolato? I consigli che i giornali specializzati ti danno hanno qualcosa della sindrome bipolare: non andare dal chirurgo; no, forse una puntura di qualcosa ci starebbe bene; Prenditi un nuovo partner; no, tienti qello che hai - questo per le donne, agli uomini consigliano di spassarsela e basta - ; manda al diavolo il capufficio, cambia lavoro e mettiti in proprio, è così semplice! Ehm, forse è meglio che ti tieni stretto/a il posto, devi pur mangiare! Ho visto sulle riviste di moda pagine e pagine di consigli su come ci si dovrebbe vestire dopo i 40, ed è tutto un osare ma non troppo, aggiungere una cosa e toglierne due, e soprattutto evitare i pantacollant (che dopo i 40 si mettono solo sotto i pantaloni per uscire di casa la mattina presto in pieno inverno). Questo per le donne; agli uomini viene richiesto di evitare di mostrare troppo la loro prorompente virilità (per non offenderli dicendo invece di evitare di girare in jeans a vita bassa giubbotti e tatuaggi, che gli verrà una colica).

Non c'è un disco o una canzone in particolare che celebri i 45 anni; l'unica cosa che mi viene in mente è quell 'infernale serie di megamix di origine olandese dal titolo Stars On 45 che andavano agli inizi degli anni '80. Qui ce n'è anche una versione anni '40, stile Andrews Sisters:

Le tre performers omologhe si facevano chiamare ovviamente Star Sisters: il loro era un medley di tutte le canzoni più famose del celebre trio swing americano. Mia madre, memore dei suoi tempi, aveva acquistato il disco, e così le tre olandesi finte americane sono in mezzo al mio scaffale dei dischi in vinile. Qui sotto una loro apparizione televisiva francese del 1983:


Comunque, la vera ragione per cui sto girando intorno al numero 45, è che ieri ho compiuto 45 anni! Qui c'è uno slide show -con annessa colonna sonora- della mia giornata:





Auguri dunque a tutti i quarantacinquenni o a coloro che stanno per diventarlo!